Platone ha una missione filosofica

LA MISSIONE FILOSOFICA DEI DIALOGHI SOCRATICI

Platone è il filosofo più studiato in 2000 anni di storia, secondo alcuni studiosi gran parte della storia della filosofia è un colossale commento a Platone. Per capire ciò che guida la sua azione e il suo pensiero propongo di notare che  Platone ha una missione filosofica: visto che Atene si trova in decadenza rispetto all’età di Pericle e che si susseguono governi ingiusti, vista l’azione dei Sofisti che smantellano la verità, vista la condanna a morte del suo maestro Socrate che egli considera il più giusto tra gli uomini, Platone ha la missione filosofica di affermare una verità razionalmente dimostrabile. 

Sentendosi in dovere di portare a compimento il lavoro iniziato dal suo maestro e bruscamente interrotto dall’inimicizia della città, in un mondo in cui tutto è vero e nulla è dimostrabile, Platone ha la missione filosofica di individuare verità certe e assolute su cui la filosofia possa basarsi per portare avanti il suo duplice scopo di costruire il mondo sociale e spiegare il mondo fisico

Platone è il primo filosofo di cui possediamo una quantità notevole di scritti; contrariamente a Socrate, che non scrisse nulla, ci ha lasciato ben 34 dialoghi dal contenuto filosofico e 13 lettere utili a ricostruire il suo pensiero. Tutto questo materiale ha evidentemente compiuto la missione filosofica di Platone, perché è stato studiato e tramandato nei secoli, ha influenzato enormemente la cultura occidentale ed è stato ripreso, smentito, ampliato, da numerosi filosofi. Tutto questo materiale riflette il percorso del pensiero platonico e viene generalmente diviso in tre parti, corrispondenti a 3 periodi del suo insegnamento e della sua vita. 

  • Il PRIMO PERIODO è quello dei primi 13 dialoghi, gli scritti giovanili o socratici, in cui la figura di Socrate, i suoi insegnamenti e la sue eredità sono centrali.
  • Il SECONDO PERIODO è quello degli scritti intermedi, della maturità. In questi scritti, tra cui si annoverano principalmente 5 dialoghi,  si trovano le maggiori teorizzazioni filosofiche di Platone, il cui pensiero va ben oltre gli insegnamenti di Socrate.
  • Il TERZO PERIODO riguarda gli scritti della vecchiaia, gli ultimi dialoghi in cui Platone è impegnato ad approfondire il suo sistema filosofico, ma soprattutto a metterlo in discussione per risolvere le criticità che contiene. 

[Ad ognuno di questi periodi del suo pensiero corrisponde nel sito un lungo articolo che spiega i dettagli in modo completo, per un totale di 3 articoli cui se ne aggiunge uno dedicato al mito della caverna]

Per comprendere cosa si intende quando diciamo che Platone ha una missione filosofica, vediamo di capire qual è il suo rapporto con Socrate, dal quale eredita 3 cose: 

  1. la ricerca tramite il dialogo e quindi progredendo per step che vengono via via messi in discussione; 
  2. l’uso della razionalità nella ricerca del concetto, quindi dell’essenza; 
  3. l’amore per la giustizia, che lo porta a ricercare costantemente la possibilità di realizzare una società in cui l’uomo possa vivere in pace e giustizia con i suoi simili. 

Considerati questi come punti di partenza e allo stesso tempo di sfondo a tutta la sua ricerca, Platone ha la missione filosofica di andare dove Socrate non era arrivato, portando a compimento le sue intuizioni.

1. La Vita di Platone

Platone nacque ad Atene nel 428 a.C., quando la guerra del Peloponneso era iniziata da tre anni; apparteneva a una famiglia aristocratica della città, dalla quale deriva la sua concezione aristocratica del potere (da concedere solo ai migliori) e dunque la sua voglia di dedicarsi alla vita politica. Quando aveva vent’anni, cominciò a frequentare Socrate e fu tra i suoi discepoli fino alla sua morte; ed è proprio la condanna a morte del suo maestro, che egli considerava il più giusto degli uomini, a convincere Platone che la filosofia fosse la sola via in grado di condurre l’uomo e la comunità verso la giustizia. In particolare troviamo tra i suoi scritti il pensiero che “il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per sorte divina, diventati veramente filosofi” (dalla Lettera VII). In questo scritto Platone racconta di come abbia cambiato idea rispetto all’aspirazione di dedicarsi alla carriera politica, capendo che la corruzione dei costumi riguardava tutte le città e dunque solo la filosofia avrebbe ristabilito la giustizia.

È così che iniziò a viaggiare cercando di realizzare il potere dei filosofi, giungendo dopo altre mete nell’Italia Meridionale, dove conobbe le comunità pitagoriche, e a Siracusa dove entrò in contatto con la famiglia del tiranno della città, Dionigi il Vecchio. Quest’ultimo, sospettando un rovesciamento del suo potere per via delle idee di Platone sui filosofi re, decise di cacciarlo vendendolo come schiavo. Venne fortunatamente riscattato da un aristocratico che ne svelò l’identità, per cui i soldi del riscatto vennero restituiti a Platone che li usò per fondare una scuola di filosofia ad Atene, l’Accademia! Egli la chiamò così perché situata nel ginnasio fondato da Accademo e la organizzò sul modello delle comunità pitagoriche.

Successivamente Platone tornò a Siracusa perché il tiranno della città era cambiato e pensava di avere migliori possibilità di influenzare il nuovo tiranno Dionigi il Giovane, tuttavia anche questa seconda missione fallì, Platone e il tiranno non trovarono mai un accordo e dunque tornò ad Atene. L’allontanarsi dalla città e dall’Accademia, per andare in Sicilia, testimoniano la passione e l’intenzione di Platone che sognava di realizzare una società giusta più di ogni altra cosa. Vedremo nei dialoghi del secondo periodo in cosa consiste questo tipo di società.Platone morì ad Atene nel 347 a.C., quando aveva 81 anni.

2. I dialoghi socratici del primo periodo

Tutti i dialoghi socratici del primo periodo sono legati alla figura di Socrate e al suo insegnamento, egli è il protagonista e l’interlocutore in ognuno. Platone ha la missione filosofica di diffondere i suoi insegnamenti, ma soprattutto di dimostrare la razionalità, la dimostrabilità e dunque la verità delle tesi sostenute dal suo maestro. La tesi centrale, che viene presentata e dimostrata dialogo dopo dialogo, è che la virtù è una scienza, un concetto, una verità universale; essa scaturisce dalla razionalità che l’uomo usa per conoscere la propria anima e per accedere all’essenza; come scienza, conoscibile e dimostrabile, tale virtù è insegnabile. L’insegnamento della virtù inteso in questo senso è molto diverso da quello dei Sofisti, che invece la considerano relativamente al contesto, in modo certamente non dimostrabile. 

  • Il primo dei dialoghi giovanili di Platone è l’Apologia di Socrate, completamente incentrato sulla difesa del suo maestro dalle accuse che gli sono state rivolte (Apologia significa “discorso a favore di”). Nel difendere Socrate, Platone illustra i capisaldi del suo pensiero e della sua pratica di vita caratterizzata dall’esame di sé e degli altri per poter accedere alla verità e alla comprensione della virtù. 
  • Nel dialogo intitolato Critone viene descritto il dilemma vissuto da Socrate durante il processo: pagare una multa, andare in esilio o accettare la condanna a morte. La scelta di bere il veleno mortale della cicuta e dare seguito alla decisione dei giudici ateniesi è presentata nel dialogo come coerenza al patto fatto con le leggi della città, con questa scelta Socrate vuole dimostrare come deve comportarsi un uomo giusto.
  • I dialoghi Eutifrone, Lachete e Carmide sono incentrati sull’unicità della virtù: rispettivamente le virtù della purezza d’animo, del coraggio e della saggezza non possono essere definite elencando esempi di comportamenti puri o comportamenti coraggiosi o comportamenti saggi. La virtù è per Socrate una sola e unico è il valore, il concetto, l’ideale che essa tende a perseguire, se le virtù fossero diverse sarebbero anche diverse i valori, i concetti, gli ideali che perseguono. Questi tre dialoghi sono aporetici non giungono cioè a una definizione per quanto la cerchino, difatti il procedere della discussione vede Socrate smentire tutte le definizioni proposte dai tre dialoganti (Eutifrone sulla purezza d’animo, Lachete sul coraggio e Carmide sulla saggezza), senza proporne una alternativa.

  • Nei dialoghi Ippia Maggiore e Liside si sostiene che il bello, l’utile, il conveniente non possono essere considerati valori indipendenti, perché ognuno di essi appartiene al più grande e universale valore del bene. Questo valore è conoscibile dall’uomo e la virtù è il comportamento che deriva dalla conoscenza del bene, che cerca di realizzarlo tramite le azioni umane. La virtù quindi corrisponde alla Scienza del bene
  • Segue poi l’Ippia Minore in cui si dice: se non fosse vero che la virtù è la conoscenza del bene, risulterebbe vero che l’uomo volutamente malvagio è migliore di quello che fa il male senza volerlo. L’assurdità di questa affermazione deriva nel dialogo dal seguente ragionamento:  l’uomo che vuole il male conosce il male, se lo conosce deve saperlo distinguere dal bene, che è il suo opposto; questo significa che l’uomo che vuole il male conosce il bene ed è dunque migliore di chi non lo conosce o non sa distinguerlo dal male. Il dialogo tra Socrate e Ippia si conclude con la tesi di Socrate che un uomo che conosce il bene non può non farlo e non essere dunque virtuoso; in conclusione c’è una delle tesi più forti del pensiero attribuito a Socrate: il male è ignoranza, il bene è conoscenza. 
  • Nel dialogo intitolato Ione si parla della poesia: i poeti sono esempio di chi conosce tante cose, essi infatti scrivono di cose diverse e in componimenti diversi, tuttavia questa loro conoscenza di tante cose non corrisponde mai con la conoscenza del concetto, dell’essenza, di ciò che sta alla base di tutte le cose che conosciamo, ciò che per Socrate è dunque il vero. La conclusione del dialogo è che i poeti non conoscono nulla veramente e che sono presi dall’ispirazione divina quando compongono.
  • Nel dialogo Protagora c’è una netta e decisa contrapposizione tra l’insegnamento di Socrate e le teorie del filosofo che dà il nome al dialogo. Essendo la virtù di cui parla Protagora un insieme di abilità acquisite tramite l’esperienza, essa non è insegnabile; infatti, secondo Socrate, solo il concetto universale, l’essenza, alla cui ricerca è orientato il pensiero filosofico che ama la verità, è insegnabile
  • Nell’Eutidemo viene presa di mira l’eristica, l’arte di battagliare a parole e di confutare qualsiasi posizione, insegnata dai Sofisti. Considerando che una simile arte è basata sul presupposto che non è possibile l’errore e che “qualsiasi cosa si dica, si dice cosa che è”, dunque vera, Socrate giunge a dimostrare che l’insegnamento sarebbe in tal caso inutile, perché non c’è nulla da apprendere. A questo punto il dialogo si trasforma in un’esaltazione della filosofia intesa come amore del sapere, dimostrando che essa è l’unica disciplina che non solo produce conoscenze, ma insegna ad utilizzarle per il vantaggio dell’uomo, cioè la sua felicità.
  • Nel Gorgia, ultimo dei dialoghi con protagonisti sofisti intenti a dialogare con Socrate, viene smentita la capacità persuasiva dell’arte retorica, tipica dei Sofisti. Socrate sostiene nel dialogo che una conoscenza riesce ad essere persuasiva solo intorno all’oggetto che conosce, ma la retorica non ha un oggetto proprio e dunque non può davvero convincere l’interlocutore, se non parlando di conoscenze non vere e non dimostrabili. In conclusione si afferma che la virtù e il conseguimento del bene sono per l’uomo fonte di felicità perché gli danno equilibrio e assenza di mancanze che provocano dolore. 
  • Nel dialogo Cratilo ci si chiede se il linguaggio abbia un’origine convenzionale, se sia cioè prodotto dall’uomo o se in alternativa abbia una connotazione naturale che lo collega direttamente alla natura delle cose. Secondo questa teoria conoscere il linguaggio corrisponde a conoscere le cose, derivando esso dalle cose per causalità diretta; invece per chi sostiene che la sua origine sia convenzionale (Sofisti e Democrito  ad esempio) esso è stabilito arbitrariamente, per essere mezzo utile a conoscere la natura delle cose. La tesi di Platone è diversa da entrambe queste due e le contiene entrambe: egli sostiene che il linguaggio è sì il frutto di una scelta dell’uomo, ma questa produzione del linguaggio non è arbitraria, bensì diretta alla conoscenza delle essenze, cioè della natura delle cose.  [Le tesi sostenute in questo dialogo, ovvero il convenzionalismo e naturalismo, sono alla base di numerosi studi e corrispondono ancora oggi al dibattito interno alla disciplina della filosofia del linguaggio.]

Considerati i dialoghi cosiddetti socratici, tramite i quali vediamo che Platone ha la missione filosofica di testimoniare e riportare gli insegnamenti di Socrate, si vedrà che il secondo periodo della sua produzione comporta un notevole sviluppo e una totale originalità, rispetto alle posizioni del maestro (vedi qui). 




Socrate inaugura la Scuola di Atene

Socrate è senza dubbio uno dei filosofi greci più famosi, seguendo la rivoluzione operata dai Sofisti, egli interrompe la ricerca dei filosofi naturalisti e inaugura la Scuola di Atene; essa, in quanto Accademia e luogo di insegnamento della filosofia verrà aperta da Platone, ma possiamo dire che Socrate inaugura la Scuola di Atene perché è il primo anello di una piccola catena che lega i tre filosofi più importanti dell’Atene classica. Socrate infatti fu maestro di Platone, che a sua volta fu maestro di Aristotele.

Socrate non scrisse nulla, per cui la ricostruzione del suo pensiero e della sua vita è il frutto di uno studio comparato delle fonti, cioè di tutti quegli artisti e quei pensatori che riportarono aneddoti su di lui e provarono a tramandarne il pensiero. Ne troviamo descrizioni principalmente nelle opere dello storico Senofonte; nell’opera Le Nuvole del commediografo Aristofane; in numerosi dialoghi di Platone, suo discepolo, e nelle opere di Aristotele. Considerando che Socrate inaugura la scuola di Atene, per ricostruire la sua filosofia si fa riferimento principalmente ai dialoghi platonici, di cui è spesso protagonista, e alle considerazioni di Aristotele; ma solo guardando tutte le fonti insieme si è stati in grado di recuperare un profilo abbastanza fedele della sua vita, della sua persona e del suo pensiero. 

Socrate nacque ad Atene nel 470 a. C. e morì nella stessa città nel 399 a. C. dopo essere stato condannato a morte dal tribunale della città. Studiò filosofia presso Anassagora e si allontanò da Atene per tre volte, dovendo combattere nell’esercito ateniese. Si tenne lontano dalla vita politica della città, era sposato con una donna di nome Santippe, dalla quale ebbe due figli. Il suo carattere era scontroso e bizarro, o almeno doveva così apparire a chi lo incontrava, perché Socrate era abituato a portare scompiglio nella città. Siccome intendeva la ricerca filosofica come un esame incessante di sé e  degli altri, affrontava ogni discorso portando l’interlocutore a dubitare delle sue certezze. Il filosofo è per Socrate colui che lotta contro il senso comune ed egli aveva preso questa lotta come una missione; per questo insegnava senza farsi pagare e non lo faceva in un luogo preciso, ma ogni volta che ne aveva l’occasione, intavolando discorsi con gli altri cittadini; è per questo che era chiamato “il tafano degli Ateniesi”, sempre intento a infastidirli con domande continue, volte a mettere in discussione le presunte certezze di ognuno e della città.   Dopo aver influenzato con i suoi insegnamenti un’intera generazione di ateniesi, Socrate fu denunciato da tre giovani democratici, particolarmente legati ai valori della rinata democrazia ateniese (che aveva subito la parentesi del regime oligarchico dei Trenta Tiranni). Le accuse che Meleto, Anito e Licone gli imputarono nel denunciarlo erano due: Socrate non riconosce gli dèi tradizionali della città e corrompe i giovani allontanandoli dai valori della cultura ateniese. Rispetto al processo, Platone e Aristofane ci restituiscono una visione molto diversa: se Platone presenta Socrate come martire della storia della filosofia, vittima di accuse ingiuste, Aristofane lo descrive come un truffatore che rivolta i figli contro i padri e pratica riti iniziatici lontani dalla religiosità classica. Si capisce come la peculiarità del carattere e dell’azione di Socrate ha attirato accuse e fraintendimenti, che lo condussero al processo. Una volta ritenuto colpevole dal tribunale, pur potendo pagare una multa o andare in esilio, scelse la condanna a morte e bevve la cicuta, un veleno mortale, mostrando fedeltà totale alle leggi della città e agli ateniesi, nonostante quelle stesse leggi lo condannassero a morire.

1. L’ironia e la maieutica arti dell’autocoscienza

La filosofia è per Socrate ricerca e dialogo sui problemi dell’uomo, questo rappresenta un punto di vicinanza con la filosofia dei Sofisti; difatti da parte di Socrate non c’è alcun interesse per le indagini legate all’origine del cosmo e alla natura, che invece avevano avviato la ricerca dei primi filosofi (vedi la ricerca dell’arché). Socrate aveva fatto suo il motto dell’oracolo di Delfi, che pure era inciso all’entrata del più importante tempio per la religione greca, dedicato ad Apollo e situato a Delfi; esso recitava Conosci te stesso (gnōthi seautón). Dunque per Socrate nell’uomo risiede la verità e l’indagine filosofica deve essere rivolta all’anima dell’uomo; nell’introdurre così il tema dell’autocoscienza Socrate inaugura la Scuola di Atene, che riserverà all’anima dell’uomo una grande attenzione. 

La premessa alla ricerca della verità nell’anima dell’uomo è il non-sapere, cioè il riconoscere che ciò che si crede di sapere può essere messo in discussione, ma anche che la conoscenza umana ha dei limiti invalicabili, per cui ci sono verità che non è in grado di affermare o dimostrare (come i Sofisti è agnostico sulle questioni cosmologiche e ontologiche). Secondo quanto raccontato dalle fonti antiche, Socrate venne indicato dall’oracolo di Delfi il più sapiente tra gli uomini e da allora egli considerò che sapiente è soltanto chi sa di non sapere, perché egli riconosceva di non sapere. 

Considerando che l’oggetto di indagine della filosofia socratica è l’uomo, il non-sapere è solo il primo passo per indagare meglio, cercare di sapere, ricercando la verità. Questo ci permette di capire come Socrate usasse due tecniche importantissime che erano l’ironia e la maieutica. La prima è intesa come arte del dissimulare, la tecnica del gioco di parole con cui Socrate giunge a mostrare alla persona che ha di fronte l’inconsistenza delle sue convinzioni; inizialmente, mostrando di non sapere, Socrate chiede al suo interlocutore di spiegargli ciò che sa, la teoria di cui si dice sapiente, in un secondo momento lo riempie di domande portandolo necessariamente a dubitare delle sue certezze. L’ironia di Socrate ha il nobile scopo di liberare la mente da convinzioni malfondate, per invogliare alla ricerca del vero. Proprio questa ricerca è legata alla tecnica della maieutica che è letteralmente l’arte di far partorire: Socrate si ritiene ostetrico delle anime, poiché aiuta l’uomo a far emergere la verità che ha dentro di sé. Si vede come egli rimane coerente con la sua affermazione di non sapere: non pretende infatti di insegnare una verità che conosce e sente di padroneggiare, ma spinge l’uomo a conquistare la verità intraprendendo un percorso personale di autocoscienza. La sua funzione di maestro è quella di guidare un percorso di autoeducazione, che deve necessariamente passare da un iniziale dubbio, riconoscimento di false verità per potersi mettere alla ricerca di verità più fondate grazie al proprio intelletto.

2. Ricerca dell’Essenza: la verità come concetto inaugura la scuola di atene

La caratteristica più importante del pensiero socratico, che fa emergere come Socrate inaugura la Scuola di Atene, è che la verità viene intesa come concetto universale. Stando alle testimonianze di Platone e Aristotele, l’indagine socratica prendeva sempre la forma di un dialogo, un botta e risposta fatto di domande brevi e precise (brachilogie) che puntavano alla definizione del “che cos’è” (in greco tì ésti); ogni indagine filosofica dunque partiva dalla domanda “che cos’è?”. Per capire meglio prendiamo l’esempio della definizione della virtù: Socrate chiede al suo interlocutore, perché glielo insegni, “che cos’è la virtù?”, l’interlocutore propone delle definizioni quali “la virtù è partecipazione alla vita della città” o “virtù è rispettare le leggi”. A questo punto Socrate mostra come queste risposte siano sì validi esempi di comportamenti virtuosi, ma non definiscono la virtù.

Ciò a cui vuole giungere l’indagine filosofica è il concetto di virtù, che sia in grado di definirla in quanto tale andando oltre l’apparenza, cioè i comportamenti virtuosi. Nel chiedere “che cos’è la virtù?” ci si chiede dunque “qual è l’essenza della virtù?”. Questo aspetto è fondamentale per sostenere che Socrate inaugura la Scuola di Atene, ma bisogna evitare di attribuire a Socrate pensieri e teorie che sono state proprie di Platone e di Aristotele e non riconducibili a lui.

Se la ricerca dell’essenza, la necessità di una definizione, introducono alla Teoria delle idee che svilupperà poi Platone, l’indagine socratica non giunge mai alla definizione che cerca: tutti i dialoghi platonici che riportano i botta e risposta e la ricerca della definizione universale, infatti, non giungono mai a una risposta da parte di Socrate. In secondo luogo, se Aristotele fa bene ad attribuire a Socrate l’inaugurazione del metodo induttivo (ragionamento che dal particolare giunge all’universale) e la scoperta del concetto, ovvero l’universale, Socrate non ha mai inteso la definizione come una forma di sapere assoluto, capace di rispecchiare entità metafisiche.

Trattando questi aspetti del pensiero socratico è utile individuare nella sua figura non solo una svolta nel pensiero classico occidentale, considerando che a partire dai suoi spunti la Scuola di Atene svilupperà delle teorie destinate a non morire mai, ma anche un anello di congiunzione tra ciò che lo precede e ciò che lo segue. Socrate, infatti, mostra di avere dei punti di contatto sia con i Sofisti che con Platone e Aristotele. Come abbiamo visto, condividendo con Protagora la vita dell’Atene democratica, porta avanti la rivoluzione filosofica che aveva messo al centro l’uomo abbandonando la ricerca dell’arché; inoltre, come i Sofisti, riconosce i limiti della conoscenza umana, non pronunciandosi su verità universali e riconoscendo di non sapere. Tuttavia, la necessità di accedere a una definizione concettuale mostra una tensione verso il Vero che vuole evidentemente allontanarsi dal relativismo concettuale estremo, cui la sofistica era giunta a partire dallo scetticismo e dall’agnosticismo dei primi sofisti. 

3. Il Bene è dentro ogni uomo: la morale nel pensiero socratico

Nel pensiero greco la virtù è un valore fondamentale, se ne trova infatti traccia nei poemi omerici, nelle tragedie, nelle commedie e nel pensiero di tutti i filosofi. Questo concetto greco di virtù indica il modo migliore di comportarsi nella vita, la maniera ottimale di essere uomo, cui ognuno tende cercando l’aiuto degli dèi. Tuttavia, prima della rivoluzione compiuta dai Sofisti, la virtù veniva considerata come qualcosa di dato, un dono garantito dalla nascita o dagli dèi. Il nuovo concetto di cultura intesa come paidéia (vedi Sofisti), cioè formazione globale dell’individuo, inaugura l’idea che virtuosi non si nasce, ma si diventa. Socrate è completamente d’accordo con questo orizzonte concettuale e sostiene che la virtù è una faticosa conquista. 

Seguendo il metodo della maieutica e del ragionamento induttivo si giunge a considerare ciò che è giusto e ciò che è bene, dunque ogni uomo può conoscere razionalmente il bene dentro di sé. La virtù è intesa da Socrate come conoscenza del bene, sapere razionale al quale ogni uomo ha accesso attraverso l’intelletto: per conoscerla è necessario analizzare la propria anima, riflettere costantemente sull’esistenza, magari affidarsi a un maestro che possa guidarci nel cammino di autocoscienza ed autoeducazione. Coincidendo questo percorso con la filosofia, Socrate sostiene che ogni uomo è filosofo.  

Questa posizione viene definita intellettualismo socratico, volendo intendere con questa espressione che la morale di Socrate coincide con il sapere razionale, tanto da sostenere che chi conosce il bene non può non farlo. Il filosofare, inteso come l’uso della ragione per conoscere se stessi e la verità, diviene così la missione dell’uomo, ciò che lo rende veramente tale e che potenzia la sua esistenza rendendolo realizzato e quindi felice. L’ultimo aspetto di questa dimensione interiore scandagliata dalla filosofia di Socrate, che rimarrà centrale in Platone e Aristotele come analisi del funzionamento dell’anima, è la presenza di un Demone che Socrate dice di avere dentro di sé. Questa figura, assimilabile a una presenza divina o altrimenti alla voce della coscienza, è la guida verso il bene che lo consiglia di volta in volta e lo rende sicuro delle sue scelte. Infatti, per Socrate le molteplici virtù altro non sono che espressioni di un unico bene universale, del quale questo Demone è una specie di custode. Da questa concezione Platone partirà per sviluppare la sua Teoria delle Idee e poi Aristotele da essa progredirà ancora: nell’essere anello di congiunzione tra il passato e il futuro, Socrate inaugura la Scuola di Atene.