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Platone parte terza: le modifiche al mondo delle idee

Una volta pensato, il mondo delle idee per cui Platone gode di una fama intramontabile, sembra avere qualche problema che un pensiero filosofico coerente e intento alla ricerca della verità non può ignorare. Abituato a mettere costantemente in discussione le risposte ottenute, come il maestro Socrate gli aveva insegnato, nell’ultima fase della sua vita Platone sistema il mondo delle idee, per chiarire qual è il rapporto tra il mondo delle idee e il mondo sensibile e anche qual è la natura delle idee. I dialoghi della maturità e quindi del terzo periodo del suo pensiero [vedi Secondo Periodo e Primo periodo] sono principalmente 8, in essi Platone sistema il mondo delle idee cercando di risolvere i quesiti che la sua stessa dottrina aveva messo in essere. Questi 8 dialoghi sono quindi fondamentali per completare la conoscenza della dottrina delle idee, la cui teorizzazione cambierà il corso della storia della filosofia per sempre. I dialoghi in cui Platone sistema il mondo delle idee sono intitolati Parmenide, Teeteto, Sofista, Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Le Leggi.

1. Quali sono i problemi del mondo delle idee

Ricapitolando quanto già spiegato a proposito della dottrina delle idee vediamo che Platone aveva inizialmente pensato al rapporto tra le idee e le cose di 3 tipi: imitazione (le cose imitano le idee); partecipazione (le cose molteplici partecipano all’unità dell’idea); contenimento (le cose contengono le idee avendone gli attributi). L’interlocutore che non a caso intravede dei problemi in questo rapporto è Parmenide, il cui nome intitola uno dei dialoghi in cui Platone sistema il mondo delle idee. I problemi che emergono nel Parmenide sono sostanzialmente due e riguardano entrambi l’unità dell’idea: 

1. Se è vero che l’idea è unica e in sé perfetta e unita, come fa a contenere per partecipazione tutte le cose molteplici, senza diventare essa stessa frantumata in tante parti e dunque molteplice? 

2. Se si ha un’idea ogni volta che si considera una molteplicità di oggetti, accomunati da qualcosa che li unisce nell’idea (immaginiamo l’idea di casa che contiene tutte le caratteristiche delle case particolari), si creerà una terza idea che accomuna la molteplicità degli oggetti e insieme la loro idea. Considerando ancora questa terza idea + la precedente idea + la molteplicità degli oggetti = si avrà una quarta idea. Così, questo ragionamento può continuare potenzialmente all’infinito ed è talmente in grado di mettere in discussione la logica platonica da essere celebre come argomento del terzo uomo.

Questi problemi nascono tutti in seno alla logica parmenidea che afferma: «solo l’essere è, il non-essere non è» [vedi qui]. Risulta evidente che la dottrina delle idee, non concependo l’Essere unico a cui si richiamava Parmenide per poter affermare che «il non-essere non è», richiede una messa in discussione della logica parmenidea. Platone non è disposto a rinunciare alla molteplicità delle idee, tuttavia, stando a quanto dice Parmenide, se le idee sono tante ognuna di esse non-è l’altra e quindi diventerebbe non-essere, dunque non esisterebbe più. Impossibilitato a stare nella logica parmenidea che esclude la molteplicità delle idee, Platone sistema il mondo delle idee negando le tesi di Parmenide che egli definisce «maestro terribile e venerando». Questa negazione è nota nella storia della filosofia come “parmenicidio”, ovvero l’uccisione simbolica di Parmenide, che Platone compie inaugurando una nuova logica. 

2. Platone sistema il mondo delle idee: le idee sono molteplici, l’Essere è possibilità

Potremmo vedere nel Teeteto un dialogo di passaggio che conduce inevitabilmente al parmenicidio: affrontando in esso il tema della conoscenza, Platone dimostra che gli è impossibile rinunciare alle idee. Infatti, rimanendo nel regno della percezione delle apparenze e della soggettività umana, nel Teeteto si dimostra che non è possibile avere scienza, cioè non si ha nessuna conoscenza dimostrabile. Dal Teeteto si giunge così al Sofista, in cui Platone commette l’omicidio di Parmenide, affermando la molteplicità delle idee e dell’Essere e spiegando l’esistenza del non-essere

Il contenuto principale del dialogo Sofista è la teoria dei generi sommi, Platone intende con essi delle grandi categorie-attributo alle quali le idee partecipano, concepite come cinque forme dell’essere. Le idee, infatti, sono e la loro partecipazione a queste forme dell’essere lo dimostra. Secondo la teoria dei generi sommi, ogni idea appartiene a ognuno dei primi 3 generi sommi, mentre ha la possibilità di appartenere o al quarto o al quinto: 

  1. ESSERE: ogni idea è, quindi rientra nel genere dell’essere
  2. IDENTICO: ogni idea è identica a se stessa ma non è identica alle altre idee
  3. DIVERSO: essendo ogni idea distinta dalle altre è diversa dalle altre idee, dunque le appartiene il genere del diverso
  4. QUIETE: ogni idea ha la possibilità di stare in se stessa come identità autonoma
  5. MOVIMENTO: ogni idea, se non è in quiete, può entrare in rapporto con le altre

Grazie all’introduzione dei generi sommi Platone sistema il mondo delle idee: difatti spiega il non-essere inserendo la categoria del “diverso” e salva la molteplicità delle idee. La logica parmenidea concepiva un Essere unico e perfetto in sé concluso che coincideva con la verità, ma il mondo delle apparenze di Parmenide, stando ai frammenti in nostro possesso, non era in contatto con questo Essere, evidentemente frutto di un impeccabile procedimento logico razionale. Platone, al contrario, intende creare e mantenere un forte rapporto tra il mondo della percezione e il mondo delle idee, dando certamente più consistenza ontologica alle idee che alle cose, ma spiegando che la realtà in cui viviamo deriva dal mondo delle idee ed è compito dell’uomo elevarsi alla conoscenza dell’Essere

La ridefinizione dell’Essere rende possibile il ribaltamento della logica parmenidea e l’uccisione del maestro, tanto che nel Sofista alla teoria dei generi sommi e grazie ad essa, segue una nuova formulazione di ciò che l’Essere è: «è qualunque cosa si trovi in possesso di una qualsiasi possibilità di agire o di subire, da parte di qualche altra cosa, anche insignificante, un’azione anche minima anche solo per una sola volta» (Sofista 247c). 

In questo modo Platone afferma che non solo le idee sono molteplici, ma l’Essere stesso è molteplice, esso è possibilità e contiene tutto ciò che può entrare in relazione con qualcos’altro. Ne è prova il fatto che il nulla, essendo incapace di stare in relazione con qualcosa che esiste, non è. 

3. Con la dialettica e il demiurgo Platone sistema il mondo delle idee

La nuova definizione dell’Essere e delle idee, grazie alla teoria dei generi sommi, porta Platone a definire il procedimento logico di dimostrazione della verità grazie alla strutturazione della dialettica. Se nei dialoghi del secondo periodo la dialettica figurava come scienza delle idee, nei dialoghi della maturità Sofista e Politico troviamo la messa a punto del procedimento dialettico che conduce alla verità razionale. Giungiamo dunque alla conclusione di un lungo percorso, inaugurato da Socrate con la ricerca del concetto (il “che cos’è”tì ésti), e compiuto dal suo allievo con la messa a punto del ragionamento dialettico, basato sull’esistenza delle idee. 

L’arte dialettica parte dal presupposto della possibile comunicazione tra le idee; tuttavia non tutte le idee sono in rapporto con le altre, ma soltanto alcune sono combinabili tra loro e altre no. Pensare dialetticamente, usare cioè la scienza delle idee, significa per Platone definire un’idea mediante un processo che divide ogni idea in due possibili “sottoidee” e procede scegliendo una sola delle due possibilità; successivamente ancora viene divisa l’idea scelta in due “sottoidee” e così via. Tale ragionamento dicotomico termina nel momento in cui si giunge a un’idea indivisibile. 

Vediamo nel concreto come funziona la dialettica di Platone: una tesi di partenza viene definita nel dettaglio per poterla verificare, fino a giungere a un’idea finale che conferma la definizione di partenza, oltre a definirla. Facciamo ora un esempio di procedimento dialettico cercando di definire la filosofia partendo dalla tesi iniziale che essa è un attività.

FILOSOFIAATTIVITÀ→ MANUALE O INTELLETTUALE→ STUDIA LE IDEE O LE COSE FISICHE → LE IDEE VALORI O LE IDEE MATEMATICHE

Si vede come, partendo dalla definizione di filosofia come attività, si giunge con la dialettica a definirla come attività intellettuale rivolta a conoscere le idee valori. Ogni “sottoidea” è stata a sua volta divisa nel processo dialettico fino a quando non si è giunti a un’idea finale che definisce la tesi di partenza. [N.B. Bisogna stare sempre attenti a non confondere le idee con i concetti, soprattutto in questa fase di studio della dialettica, che potrebbe portarci a pensare che siano la stessa cosa. Platone concepisce i concetti come contenuti mentali dell’uomo, che in quanto tali devono avere una corrispondenza nella realtà, ai concetti corrispondono le idee, che godono di realtà ontologica propria, esistono come le cose, anzi più delle cose. Vedi in dottrina delle idee]

L’ultimo e fondamentale elemento che serve perché Platone sistemi il mondo delle idee è il rapporto con il mondo delle cose, che abbiamo visto essere centrale a partire dal mito della caverna. Lo sforzo di Platone, nei dialoghi del terzo periodo, è quello di dare una consistenza organica all’insieme di mondo delle idee e mondo delle cose, finora in contatto solo per mezzo dell’uomo e del suo processo di conoscenza. Per quanto la centralità dell’essere umano caratterizzi la filosofia dalla rivoluzione dei sofisti, ereditata prima da Socrate e poi da Platone, nell’ultimo periodo della sua riflessione Platone si concentra sulla realtà indipendentemente dall’uomo, tanto da pensare a una coincidenza tra i numeri e le strutture della realtà. Questo ultimo risvolto, che avvicina Platone ai pitagorici, sembra essere centrale nell’ultimissima fase del suo pensiero, nota nella storia della filosofia come periodo delle dottrine non scritte, i cui contenuti ci sono in parte tramandati da altri filosofi (ad esempio Aristotele). La connessione tra il mondo delle cose e il mondo delle idee la troviamo nel dialogo intitolato Timeo e nella narrazione del mito del Demiurgo; vediamo che, come per il percorso di conoscenza, Platone decide di introdurre il Demiurgo tramite la narrazione mitologica, di modo da rendere più intuitiva questa novità del suo pensiero. Il Demiurgo è una figura che opera a favore degli uomini per dare alla realtà materiale l’ordine e la perfezione che egli realizza guardando alle idee come modello, è un artefice dotato di intelligenza e volontà che fa da mediatore tra i due mondi. Il Demiurgo platonico non crea la realtà, ma le fornisce l’”anima del mondo” ordinandola a immagine e somiglianza delle idee; il mondo senza l’opera del Demiurgo esiste, ma è caos informe e materia priva di vita, che esiste necessariamente e liberamente senza senso. Solo l’opera del Demiurgo le fornisce senso, riordinando l’esistente secondo i 4 elementi principali già introdotti da Empedocle (terra, acqua, aria e fuoco), che sono riconducibili alle figure geometriche, a loro volta ridotte a realtà numerica. Per spiegare l’esistenza dell’imperfezione nel mondo materiale e del male, Platone teorizza che l’Artefice divino trova nella materia delle resistenze durante la plasmazione che creano le imperfezioni e i mali del mondo. L’introduzione del Demiurgo cambia sicuramente l’assetto della dottrina delle idee, dando al cosmo un senso ulteriore e chiarendo il rapporto tra il mondo delle idee e il mondo delle cose, uscito da quel dualismo che li rendeva incomunicanti. L’esistenza del Demiurgo, artefice divino dotato di intelligenza e volontà, viene presentata da Platone come ipotesi verosimile, necessaria a spiegare l’esistenza di ciò che percepiamo e conosciamo come uomini, viene narrata tramite il mito perché possa essere compresa intuitivamente e facilmente dai suoi allievi e dai suoi lettori.

4. La teoria politica dalla Repubblica alle Leggi

La nuova configurazione del mondo delle idee tramite la teoria dei generi sommi, insieme alla strutturazione secondo un ordine matematico della realtà, ha dei risvolti notevoli anche nelle teorie platoniche riguardanti la morale e la politica. Nel momento in cui Platone sistema il mondo delle idee, l’idea del Bene proposta nella Repubblica richiede delle modifiche, la sua natura era infatti simile all’Essere parmenideo in quanto idea suprema e oggettiva che rende conoscibili tutte le altre idee. Nel dialogo intitolato Filebo Platone ripropone la discussione sul Bene, interrogandosi però su che cos’è il bene per l’uomo; vedremo come da questa ridefinizione deriva anche una nuova considerazione della società giusta. Nel Filebo il bene per l’uomo è identificato nella misura: poiché la vita dell’uomo non è né propriamente animale né propriamente divina, il bene si baserà sulla giusta misura tra intelligenza e piacere. L’indagine del dialogo si sposta dunque sulla definizione di questa misura o giusto mezzo, giungendo a vedere nell’intelligenza ciò che dà limite al piacere, permettendo la realizzazione del giusto mezzo. La virtù viene a coincidere con la scienza della misura, basata sulla struttura numerica che il filosofo inserisce nella sua dottrina, ponendola alla base della realtà. Giunge in questo modo al termine il cammino iniziato da Socrate che puntava a fare della virtù una scienza, infatti Platone la definisce come scienza della misura, limite agli eccessi. Questo concetto di misura ha dei risvolti diretti anche nella teoria politica di questo terzo periodo dell’elaborazione filosofica di Platone, infatti nel dialogo Politico l’arte del reggitore dei popoli è proprio quella della misura, cioè la capacità di trovare il giusto mezzo, ovvero ciò che è opportuno o doveroso nelle azioni umane. Ma la centralità data all’essere umano nella realizzazione della comunità perfetta, che caratterizzava la Repubbica viene superata da Platone anche in campo politico. Nella Repubblica era infatti la natura dell’anima umana a stabilire a quale classe appartenesse il singolo e a strutturare la società, l’indole caratteriale e l’educazione erano garanzia del mantenimento della giustizia [vedi qui].

L’ultima opera platonica si dedica dunque al problema delle leggi, individuando in un codice ben scritto la sola garanzia alla realizzazione della giustizia in società. Il dialogo si intitola proprio Le Leggi ed è stato pubblicato dall’allievo Filippo di Opunte dopo la morte del maestro; secondo quanto scritto da Platone, il codice di leggi è in grado non solo di comandare l’uomo realizzando bene e giustizia, ma anche di educarlo convincendolo della bontà dei suoi stessi contenuti. Il fine delle leggi sarà dunque quello di promuovere nei cittadini la virtù, che continua a identificarsi con la felicità a partire dall’intuizione di Socrate. A garantire l’osservanza delle leggi Platone mette un organo chiamato «consiglio notturno», chi ne fa parte supervisiona la vita collettiva e garantisce che le leggi vengano rispettate; questo organo prende il posto dei filosofi re che nella Repubblica erano centrali, così come viene meno nell’ultima opera politica la divisione in classi sociali: ogni cittadino deve essere educato a tutte le virtù tramite le leggi. Resta comunque la strutturazione molto forte dei compiti che ognuno deve assumere in società per contribuire al suo mantenimento e l’impostazione statalista che è propria del pensiero politico di Platone. Ma così come nella Repubblica sorgeva la domanda su chi avrebbe controllato i filosofi, che avevano un potere praticamente illimitato, così per Le Leggi viene da chiedersi cosa si ponga a garanzia della loro giustezza. Per rispondere a questa esigenza Platone inserisce una religione di Stato che fa coincidere le divinità con gli astri (il sole , la luna, le stelle). L’esistenza di un ordine cosmico cui corrisponde l’ordine delle cose del mondo, garantito dall’azione del Demiurgo che ordina a modello del mondo delle idee, è alla base delle leggi e garantisce fino in fondo la realizzazione del bene e della giustizia, l’uomo dotato di sapienza religioso-filosofica sull’ordine divino del mondo e della sua struttura matematica, sarà anche colui che garantisce il rispetto delle leggi. L’ultima teorizzazione di filosofia politica di Platone è dunque il tentativo finale di portare nella tormentata realtà materiale vissuta dagli uomini l’armonia e l’ordine dei cieli. 

SU PLATONE IN QUESTO SITO:

Introduzione, vita del filosofo e dialoghi socratici

La dottrina delle idee, la conoscenza e la società giusta

Il mito della caverna




Il mito della caverna

Nel dialogo intitolato Repubblica, uno dei 5 dialoghi della maturità in cui Platone elabora la dottrina delle idee (vedi qui), si trova uno dei più celebri racconti della storia della filosofia, noto come mito della caverna. Giunto infatti alla trattazione filosofica della teoria della linea, che spiega come l’uomo attraversi diversi gradi di conoscenza a partire da ciò che gli appare nel mondo sensibile, per elevarsi verso la verità filosofica, Platone decide di proporre una trattazione allegorica dello stesso tema attraverso il mito della caverna, che si trova nel libro VII del dialogo. Si vedrà come questo racconto fa riferimento alle più importanti novità e teorizzazioni del pensiero platonico, riferendosi ad esse per mezzo di allegorie che analizzeremo nell’illustrazione del mito della caverna.

Proprio all’inizio del libro settimo Platone introduce il mito per approfondire il tema appena proposto dell’educazione, riservata nella sua utopia alle classi superiori dei governanti e dei guerrieri, in quanto elemento fondamentale perché facciano il bene della comunità, andando oltre il proprio interesse. La conoscenza e la politica sono strettamente connesse, a dimostrazione di come l’intento primario che ha spinto Platone a filosofeggiare, non venga mai meno nel suo percorso di teorizzazione filosofica; difatti Platone aveva fondato ad Atene l’Accademia, viaggiato in Sicilia e abbandonato l’idea della carriera politica, per realizzare la giustizia in società (vedi qui la vita di Platone). Il mito della caverna serve a Platone per esemplificare con un racconto quello che è il percorso riservato all’uomo che intraprende il cammino della conoscenza e che, tramite l’educazione, giunge a conoscere la verità

1.Gli uomini prigionieri nella caverna

Platone chiede al suo interlocutore Glaucone di immaginare una caverna sotterranea in cui gli uomini sono incatenati e costretti a guardare solo davanti a sé, ciò che compare sul fondo della caverna, «fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo». Questi uomini vedono riflesse sul muro delle ombre, esse corrispondono a delle statuette che sporgono da un muro situato alle spalle degli uomini prigionieri, tali statuette raffigurano tutti i generi di cose. Dietro il muro si muovono, senza essere visti, i portatori delle statuette, dietro i quali brilla un fuoco che rende possibile con la sua luce il proiettarsi delle immagini sul fondo. In questa situazione i prigionieri pensano che le ombre proiettate sul muro siano la sola realtà esistente.

2.Il prigioniero liberato

Platone propone di immaginare che uno dei prigionieri si liberi dalle catene, «costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce»: voltandosi egli si accorge delle statuette e capisce che esse, non le ombre, sono la realtà. Una volta libero tale prigioniero ha però l’occasione di alzarsi e proseguire le sue scoperte, andando non solo dietro il muro, ma risalendo all’apertura della caverna e uscendo dalla stessa.

3.Il mondo fuori dalla caverna

Lo schiavo liberato si ritrova abbagliato dalla luce del sole fortissima che illumina gli oggetti fuori dalla caverna, per questo li guarderà inizialmente riflessi nelle acque o illuminati dalla luce notturna degli astri. Si accorge dunque che non solo le ombre erano prive di realtà, ma le stesse statuette erano imitazioni delle cose contemplate fuori dalla caverna. Dopo un primo periodo, abituatosi alla nuova luce, l’uomo sarà in grado di contemplare le cose illuminate dal sole e di guardare il sole stesso riconoscendolo come fonte di conoscenza, esso infatti illumina le cose, altrimenti non conoscibili nella loro bellezza e perfezione.

4.Il ritorno nella caverna

Il mito della caverna si conclude inaspettatamente con il ritorno nella caverna da parte del protagonista, inizialmente liberatosi dalle catene. Nonostante egli voglia rimanere a contemplare la perfezione e la bellezza di ciò che ha scoperto fuori dalla prigione, sente il dovere di tornare indietro per liberare gli altri suoi compagni e svelargli la verità che ha scoperto. Tuttavia, tornando, si ritrova ad essere spiazzato dal buio che regna nel mondo da cui è partito, i suoi occhi sono incapaci di vedere le ombre e per questo i compagni lo deridono, non credono a ciò che prova a dimostrare e si ritrovano addirittura infastiditi dal suo tentativo di liberarli, per questo alla fine lo uccidono.

5.Spiegazione delle allegorie

Ognuna delle immagini utilizzate da Platone nel mito della caverna, trova una corrispondenza di significato nella dottrina delle idee, spieghiamo una alla volta le allegorie per comprendere come il racconto serva a Platone per esempificare la sua teoria rivoluzionaria.

  • la caverna oscura→ il mondo sensibile
  • gli schiavi incatenati→ gli uomini inconsapevoli dell’esistenza del mondo delle idee, convinti che il mondo sensibile sia tutta la realtà esistente
  • le catene→ le passioni, gli istinti, le parti meno razionali dell’anima che tengono lontano l’uomo dalla verità
  • le ombre→ ciò che appare al primo livello di conoscenza detto immaginazione (eikasia
  • le statuette→ gli oggetti del mondo sensibile conosciuti nel secondo grado detto credenza (pistis)
  • il fuoco→ il principio fisico con cui i primi filosofi spiegarono le cose (vedi qui arché)
  • la liberazione dello schiavo→ l’azione dell’educazione e della filosofia che portano conoscenza. Si vede come la liberazione nel racconto appare casuale, una cosa che succede senza preavviso, proprio perché la conoscenza cambia la nostra condizione personale, ci allontana dalle vecchie opinioni e dall’istinto che ci tiene legati ad esse.  
  • il mondo fuori dalla cavernail mondo delle idee
  • le immagini riflesse e illuminate dagli astri→ le idee matematiche oggetto del grado di conoscenza detto ragione discorsiva (dianoia
  • il sole→ l’idea del Bene che tutto rende possibile e conoscibile
  • il ritorno nella caverna→ la missione del filosofo di condividere con gli altri uomini la conoscenza della verità, tramite l’educazione
  • l’uccisione del filosofo→ il destino che viene riservato ingiustamente a chi si offre di liberare gli uomini dalle loro passioni, che li tengono incatenati alla non verità del mondo apparente. Tale destino è quello che la città di Atene aveva riservato a Socrate, il maestro di Platone processato e condannato per la sua attività di educazione verso i giovani. 

 

6.Conclusioni

Il mito della caverna occupa poche pagine nel dialogo intitolato Repubblica ma contiene in sostanza tutta la dottrina delle idee di Platone, mostrando quanto sia importante l’educazione e il percorso di crescita che ogni uomo è in grado di compiere, se viene liberato dalle sue catene. Tuttavia, se Socrate aveva sostenuto che ogni uomo è filosofo, vedendo in ognuno l’esistenza della verità da scovare in se stessi, Platone teorizza la divisione in classi sociali, sostenendo che la predisposizione dell’anima, a seconda della parte che predomina, rende possibile o meno il percorso di elevazione fino al mondo delle idee. Ciò che il mito della caverna dimostra, è la centralità della politica in tutto il pensiero platonico: si potrebbe pensare che la sua teoria filosofica sia principalmente incentrata sugli aspetti gnoseologici, ma tutta l’elaborazione della dottrina delle idee serve ad ottenere la realizzazione della giustizia tra gli uomini. Infatti il mito dimostra che soltanto ritornando nella caverna l’uomo avrà compiuto la sua educazione e sarà veramente filosofo. È nel mondo sensibile che c’è bisogno di filosofi governanti o governanti divenuti filosofi, consapevoli dell’esistenza del mondo delle idee, ma dediti a realizzare i valori perfetti nel mondo sensibile.

 

SU PLATONE IN QUESTO SITO:

Introduzione, vita del filosofo e dialoghi socratici

La dottrina delle idee, la conoscenza e la società giusta

La dottrina dell’essere e il Demiurgo




Platone parte seconda: la dottrina delle idee

In seguito ad un primo periodo  trascorso a diffondere gli insegnamenti del maestro Socrate, Platone elabora la dottrina delle idee. Egli ha infatti bisogno di dimostrare l’infondatezza della cultura sofistica diffusasi nell’Atene del V secolo, tale da negare l’esistenza di una verità assoluta; la diffusione dell’arte retorica e della tecnica eristica, accompagnate dal relativismo e dal fenomenismo della dottrina sofistica [vedi qui], erano causa a suo avviso della degenerazione dei costumi della città. Per questo Platone decide di dedicarsi all’insegnamento della filosofia abbandonando l’idea della carriera politica [vedi la vita di Platone], e si accorge presto che per sconfiggere il relativismo dei sofisti è necessaria una teoria forte su cui basare il discorso sulla verità. Per questo Platone elabora la dottrina delle idee , una teoria che va ben oltre quanto insegnato da Socrate e per la quale Platone è oggetto di studi e interpretazioni da molti secoli; difatti, nel suo separare il mondo dell’apparenza dal mondo delle idee, creando la distinzione tra reale e ideale, Platone rivoluziona il pensiero occidentale in modo irreversibile. 

I dialoghi della maturità o del secondo periodo sono quelli in cui Platone elabora la dottrina delle idee, essi sono 5: Menone, Fedone, Fedro, Convito, Repubblica. La dottrina delle idee non è inserita in uno solo di questi dialoghi, ma emerge in diverse forme e li attraversa orizzontalmente mostrando:

  • l’esistenza del mondo delle idee
  • il rapporto tra le idee e le cose
  • la conoscenza del mondo delle cose e del mondo delle idee
  • come conosciamo le idee
  • in che modo il mondo delle idee influenza la creazione di una società giusta

1. Le idee e il mondo delle idee

La teoria delle idee nasce in Platone a partire da un elemento introdotto dal suo maestro Socrate: egli ricercava infatti la verità nel concetto, rifiutando di definire i valori umani con delle loro esemplificazioni (es.: il coraggio non si può definire con esempi di comportamenti coraggiosi). Questo concetto era ricercato a partire dalla domanda “che cos’è” (in greco tì ésti), e la sua conoscenza corrispondeva alla scienza (episteme, sophia) [vedi qui Socrate]. Da questo punto di partenza Platone elabora la dottrina delle idee in questo modo: essendo convinto che ciò che conosciamo, cioè il pensiero/concetto nella nostra mente, è riflesso di qualcosa che esiste nella realtà (vedi realismo gnoseologico), giunge a chiedersi cosa corrisponda al concetto nel mondo reale.  Molti degli interlocutori di Socrate, nei dialoghi del primo periodo, erano caduti nell’errore di rispondere citando esempi del concetto che non corrispondevano mai al concetto stesso, perché il concetto è l’universale che contiene tutte le cose particolari; ma Platone sa che non può trovare nel mondo dell’esperienza ciò che corrisponde all’universale, che definisce l’essenza delle cose. Giunge così a pensare che l’oggetto proprio della conoscenza, di cui il concetto è un riflesso in quanto pensiero dell’esistente, siano entità immutabili e perfette che esistono autonomamente dal mondo dell’esperienza, in un luogo chiamato “iperuranio” (letteralmente “al di là del cielo”): le idee. Queste idee sono ciò che il concetto conosce, di cui è riflesso, dunque esse esistono: Platone parla infatti delle idee come ousía, cioè una sostanza o realtà autonoma con caratteristiche strutturali diverse dalle cose del mondo che conosciamo con l’esperienza. 

Ricapitolando come Platone elabora la dottrina delle idee, vediamo di seguito i tre step: CONOSCENZA/SCIENZA = possesso del concetto → CONCETTO = contenuto mentale che riflette qualcosa che esiste → IDEA = ciò che corrisponde al contenuto mentale

Una volta stabilita l’esistenza delle idee, Platone si trova a dover specificare qual è il rapporto tra le idee e le cose: sintetizzando si può dire che secondo la dottrina delle idee le cose del mondo imitano la perfezione delle idee (mimesi), partecipano all’esistenza delle idee perché le idee sono l’universale che contiene tutti i particolari (metessi), e contengono le idee avendone alcuni degli attributi (parousìa). Sebbene idee e cose siano distinte e appartengano a due mondi diversi, con caratteristiche ontologiche differenti, il loro rapporto è strettissimo ed è duplice: causale e gnoseologico. Nel giudicare le cose del mondo facciamo riferimento alle idee (azione giusta in base all’idea di Giustizia), che figurano come criterio di giudizio delle cose (rapporto gnoseologico); inoltre, le cose che esistono sono a immagine delle idee perfette e astratte (la mia casa è realtà particolare a immagine dell’Idea di casa), per cui le cose non esisterebbero senza le idee (rapporto causale).

2. L’uomo e la conoscenza secondo la dottrina delle idee

Nel momento in cui Platone elabora la dottrina delle idee compie una separazione tra il mondo materiale e il mondo delle idee, che si trova oltre il cielo, tale da sconvolgere tutti gli assunti della filosofia precedente e da condizionare il pensiero occidentale per sempre. Analizzando i gradi di conoscenza che Platone teorizza rispetto alla conoscenza delle cose e alla conoscenza delle idee, si vede infatti che il mondo delle idee sembra avere una consistenza ontologica maggiore, cioè che le idee esistono di più delle cose e che la realtà in cui viviamo la nostra vita è potenzialmente un sogno, altra faccia di una vita più autentica, lontana da quello che crediamo essere la realtà. Questa idea sembra a primo achito del tutto insensata, ma studiando la filosofia ci si può accorgere della sua fondatezza, nonostante sia difficile da accettare; essa risulta inoltre di grande ispirazione per le teorie filosofiche legate alla diffusione del cristianesimo [vedi filosofia cristiana]. 

Per spiegare la conoscenza dell’uomo di questi due mondi, nel libro VI della Repubblica Platone ci propone la teoria della linea, che rappresenta la completa formulazione della sua teoria della conoscenza. Alla base di questa teoria si trova per l’appunto la sostanziale e insanabile differenza tra il mondo sensibile oggetto di opinione e il mondo intelligibile o mondo delle idee oggetto di verità. Questi due gradi di conoscenza sono articolati in ulteriori due stadi, dividendo la linea già spezzata a metà in 4 parti.

  1. OPINIONE (doxa) conoscenza del mondo sensibile

1.1 IMMAGINAZIONE (eikasia) conoscenza della manifestazione degli oggetti visibili tramite ombre, riflessi, illusioni ottiche, proiezioni.

1.2 CREDENZA (pistis) conoscenza degli oggetti veri e propri cioè le cose, gli animali, gli elementi naturali, gli altri uomini…

  1. SCIENZA (episteme) conoscenza del mondo delle idee

2.1 RAGIONE DISCORSIVA (dianoia) conoscenza delle idee matematiche e delle verità raggiunte per astrazione (la geometria e le scienze)

2.2 INTELLEZIONE (noesis) conoscenza delle idee valori, raggiunte per mezzo dell’intuizione e della filosofia

In questa teoria l’ultimo dei 4 stadi è il più alto, è la conoscenza che giunge alla verità, direttamente alle idee; difatti per quanto la ragione discorsiva astragga dal mondo sensibile, lo usa comunque come punto di partenza (il punto, la linea ecc.) per giungere a ipotesi astratte indimostrabili secondo Platone. La conoscenza raggiunta dalla filosofia è invece quella che giunge ai principi supremi: le idee del Bene, della Giustizia che hanno riscontro nei problemi dell’uomo e della città. 

Quando Platone elabora la dottrina delle idee vuole giungere alla teorizzazione di una verità assoluta e con grande originalità riesce a farlo immaginando qualcosa che sfugga completamente, stando addirittura in un altro luogo, all’imperfezione del mondo sensibile in cui tutto è dicibile e in cui il relativismo sofistico non risulta ancora sconfitto. Ma se il mondo delle idee è così lontano dal mondo sensibile per la sua diversità, resta da capire come l’uomo possa conoscerlo senza compiere alcun viaggio nell’iperuranio. Nei tre dialoghi Menone, Fedone, Fedro si trovano le argomentazioni che nell’insieme danno consistenza alla teoria della conoscenza delle idee. Il presupposto di tale teoria è nell’immortalità dell’anima, già assunta dalla credenza orfico-pitagorica della metempsicosi o trasmigrazione delle anime; sulla base di questo presupposto si può pensare che l’anima viva nel mondo delle idee prima di calarsi nel corpo che ha vita nel mondo sensibile. Una volta discesa nel mondo sensibile, l’anima conserva un ricordo sopito di ciò che ha veduto, che si risveglia via via che si fa esperienza delle cose, delle verità e dei valori cui corrispondono le idee nell’iperuranio. Per questo Platone afferma che “conoscere è ricordare”, dando alla sua gnoseologia il carattere di innatismo, sostenendo cioè che l’uomo possiede delle conoscenze connaturate all’intelletto, che non hanno bisogno di esperienza sensibile per nascere. In questo modo la maieutica di Socrate subisce una radicalizzazione metafisica, poiché ciò che viene “tirato fuori” è una verità assoluta e incontrovertibile, realmente situata nell’uomo come riflesso di idee perfette.  

A proposito dell’anima e del suo rapportarsi alle idee, Platone elabora la dottrina delle idee pensando a una forza che la conduce a conoscerele; non solo il ricordo dunque, ma anche una forza che spinge e attrae l’anima verso le idee: essa è l’amore. Nei dialoghi Convito e Fedro, si parla rispettivamente dell’oggetto di amore, individuato nella bellezza, e dell’amore come aspirazione alla bellezza che conduce alle idee. L’amore è descritto come una spinta rivolta a qualcosa che non si possiede, ma di cui si sente il bisogno, a un bene che rende felici individuato da Platone nella bellezza. Dalla bellezza del corpo nata nel mondo sensibile l’uomo passa all’amore della bellezza corporea in generale, da questa passa alla bellezza dell’anima, poi alla bellezza delle istituzioni e poi alla bellezza delle scienze. Infine, l’amore filosofico giunge al di sopra di tutto, all’Idea di Bellezza in sé che è eterna, perfetta e sempre uguale a se stessa, fonte di ogni altra bellezza. Si vede come l’idea della bellezza ha una funzione fondamentale nel fare tra mediatrice tra l’uomo e le idee: alla sua vista nel mondo delle apparenze l’uomo risponde con amore, dando avvio al processo che può condurlo fino al mondo delle idee, cui giunge evidentemente solo il filosofo. 

3.Dal mondo delle idee alla società giusta

Dei 5 dialoghi della maturità, la Repubblica rappresenta una specie di compendio in cui Platone elabora la dottrina delle idee in modo compiuto, connettendo tutti i temi fino ad ora esposti alla teorizzazione della comunità perfetta. Come abbiamo più volte specificato, l’interesse di Platone per la pratica filosofica ha profonde radici nel contesto storico politico che egli vive in prima persona, di fronte al quale egli si era convinto che “il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per sorte divina, diventati veramente filosofi” (dalla Lettera VII). Nel dialogo Repubblica la comunità perfetta prende forma e viene descritta a partire dal suo scopo: la realizzazione della giustizia. Perché la giustizia si realizzi nella teoria politica di Platone, è sufficiente che ogni uomo eserciti il proprio compito in base alla classe sociale di appartenenza; essa non è determinata dalla nascita, ma dalla propria anima. Nel dialogo viene descritta la tripartizione dell’anima e insieme ad essa vengono specificate le virtù principali dell’uomo: secondo Platone esiste nell’individuo una predisposizione personale, un’indole, per cui una parte dell’anima predomina sulle altre, questo lo porta ad appartenere a una classe piuttosto che a un’altra. 

Vediamo la tripartizione dell’anima:

PARTE RAZIONALE: quella per cui l’anima ragiona e domina gli impulsi, vi corrisponde la saggezza;  PARTE CONCUPISCIBILE: è il principio di tutti gli impulsi corporei, la virtù che permette l’equilibrio è la temperanza;  PARTE IRASCIBILE: è ausiliaria del principio razionale e si sdegna lottando per ciò che la ragione ritiene giusto, le appartiene il coraggio

Richiamandosi di nuovo all’immortalità dell’anima e alla trasmigrazione, Platone spiega la disposizione personale dell’individuo con il mito di Er alla fine del dialogo, dicendo che ogni anima sceglie tale disposizione prima di incarnarsi. Per descrivere la società giusta Platone stabilisce una corrispondenza precisa tra tipo di anima, virtù, classe sociale e compito corrispondente, ripartito come segue.

ANIMA VIRTÙ CLASSE SOCIALE
Concupiscibile→  Temperanza→  Produttori
Irascibile→  Coraggio→  Guerrieri
Razionale→  Saggezza→  Governanti

Siccome all’idea di Giustizia appartengono tutte e tre le virtù, essa si realizza quando ciascun cittadino attende al suo compito, contribuendo con la sua attività alla vita della comunità. Allo stesso modo, considerando che in ogni individuo l’anima è divisa nelle tre parti, la giustizia nell’uomo si realizza quando ognuna delle tre parti dell’anima compie la propria funzione in equilibrio con le altre. Platone crea una corrispondenza tra la giustizia della comunità e la giustizia del singolo individuo, stabilendo che solo se l’individuo è in equilibrio con se stesso sarà in comunione con la sua comunità, rispettando l’ordine delle cose e contribuendo alla giustizia. In conclusione egli afferma: la Giustizia è nell’unità dello Stato e nell’equilibrio dell’individuo. Affinché lo Stato funzioni bene e la giustizia sia realizzata, Platone suggerisce l’eliminazione della proprietà privata e la comunanza dei beni per la classe superiore;alla classe dei governanti è riservata dunque la comunanza dei beni così come l’assenza di ricchezze e di una propria famiglia, perché possa gestire la cosa pubblica al di là dei propri interessi.

In questa descrizione della società perfetta Platone concepisce una utopia di stampo aristocratico (il potere politico ai migliori), consapevole del fatto che uno Stato del genere non esiste in nessun luogo sulla terra, ma vuole che esso rappresenti un modello ideale sulla cui base migliorare gli stati esistenti. Allo stato ideale corrispondono per Platone tre possibili degenerazioni, di cui probabilmente egli ha fatto esperienza nella realtà, confermando la sua teoria per cui il mondo sensibile è una derivazione imperfetta del mondo ideale; ad ogni degenerazione della forma politica ne corrisponde una del singolo, che avviene nel momento in cui l’anima non è più in equilibrio e un aspetto predomina sugli altri.

  • Timocrazia: governo fondato sull’onore, nasce quando i governanti si appropriano di terre e di case→ uomo timocratico, ambizioso, amante del potere e diffidente verso i sapienti
  • Oligarchia: governo fondato sul censo, in cui il potere è riservato ai più ricchi→ uomo oligarchico avido di ricchezze
  • Democrazia: stato in cui tutti i cittadini sono liberi→uomo democratico che tende ad abbandonarsi ai piaceri smodati in assenza di regole. 

La più bassa di tutte le forme di governo è la tirannide, che spesso nasce dall’eccessiva libertà della democrazia; il tiranno è l’unico ad avere il potere e dovendo difendersi dall’odio dei cittadini si circonda degli uomini peggiori.

Vista l’importanza data all’equilibrio dell’individuo e al riflesso che questo ha sull’intera comunità per la realizzazione delle Giustizia, nella Repubblica Platone dedica tantissimo spazio all’educazione del singolo, che pure nella sofistica ha un ruolo decisamente centrale (vedi qui paidéia). In particolare la classe sociale cui è attribuita maggiore responsabilità nella realizzazione della comunità giusta è quella dei governanti che, non essendo sottoposti all’approvazione popolare, sono i custodi di questa stessa giustizia e responsabili del dominio di sé per evitare di perseguire il proprio tornaconto. Alla predisposizione personale di coloro che appartengono alle classi dei governanti e dei guerrieri, Platone affianca una educazione al sapere e alla virtù che rappresenta la garanzia della realizzazione della giustizia; tale educazione coincide con l’educazione alla filosofia. Per questo governanti e guerrieri avranno maestri in grado di guidarli lungo la linea della conoscenza, per elevarsi, anche grazie alla loro indole, dalla conoscenza del mondo sensibile alla verità del mondo delle idee. Come nel caso della spiegazione dell’immortalità dell’anima e dell’indole dell’individuo (mito di Er), Platone ricorre a un’esemplificazione allegorica di questo processo di accesso alla conoscenza nel celebre mito della caverna, fondamentale per comprendere, al di là delle dimostrazioni razionali, il rapporto tra la realtà delle cose e il mondo delle idee. [vedi qui il mito della caverna] 

Concludendo la trattazione dei dialoghi platonici più importanti, in cui raggiungendo la maturità del suo pensiero Platone elabora la dottrina delle idee, si vede come egli riesce nell’intento del ribaltamento totale della sofistica: l’idea è misura delle cose, la verità è misura dell’uomo viene affermato a scapito della teoria sofistica per cui l’uomo è misura delle cose, l’uomo è misura della verità. 

Nella fase successiva della sua vita e del suo pensiero Platone si occuperà di sistemare una serie di contraddizioni e domande irrisolte che egli stesso, anche grazie al lavoro svolto con gli alunni dell’Accademia, riscontra nei suoi dialoghi. Avremo così la terza e ultima fase del pensiero filosofico di Platone [vedi Platone sistema il mondo delle idee].

SU PLATONE IN QUESTO SITO:

Dialoghi socratici, introduzione e vita del filosofo

Il mito della caverna

La dottrina dell’essere e il Demiurgo




Platone parte prima: la missione filosofica dei dialoghi socratici

Platone è il filosofo più studiato in 2000 anni di storia, secondo alcuni studiosi gran parte della storia della filosofia è un colossale commento a Platone. Per capire ciò che guida la sua azione e il suo pensiero propongo di notare che Platone ha una missione filosofica: visto che Atene si trova in decadenza rispetto all’età di Pericle e che si susseguono governi ingiusti, vista l’azione dei Sofisti che smantellano la verità, vista la condanna a morte del suo maestro Socrate che egli considera il più giusto tra gli uomini, Platone ha la missione filosofica di affermare una verità razionalmente dimostrabile. 

Sentendosi in dovere di portare a compimento il lavoro iniziato dal suo maestro e bruscamente interrotto dall’inimicizia della città, in un mondo in cui tutto è vero e nulla è dimostrabile, Platone ha la missione filosofica di individuare verità certe e assolute su cui la filosofia possa basarsi per portare avanti il suo duplice scopo di costruire il mondo sociale e spiegare il mondo fisico

Platone è il primo filosofo di cui possediamo una quantità notevole di scritti; contrariamente a Socrate, che non scrisse nulla, ci ha lasciato ben 34 dialoghi dal contenuto filosofico e 13 lettere utili a ricostruire il suo pensiero. Tutto questo materiale ha evidentemente compiuto la missione filosofica di Platone, perché è stato studiato e tramandato nei secoli, ha influenzato enormemente la cultura occidentale ed è stato ripreso, smentito, ampliato, da numerosi filosofi. Tutto questo materiale riflette il percorso del pensiero platonico e viene generalmente diviso in tre parti, corrispondenti a 3 periodi del suo insegnamento e della sua vita. 

  • Il PRIMO PERIODO è quello dei primi 13 dialoghi, gli scritti giovanili o socratici, in cui la figura di Socrate, i suoi insegnamenti e la sue eredità sono centrali.
  • Il SECONDO PERIODO è quello degli scritti intermedi, della maturità. In questi scritti, tra cui si annoverano principalmente 5 dialoghi,  si trovano le maggiori teorizzazioni filosofiche di Platone, il cui pensiero va ben oltre gli insegnamenti di Socrate.
  • Il TERZO PERIODO riguarda gli scritti della vecchiaia, gli ultimi dialoghi in cui Platone è impegnato ad approfondire il suo sistema filosofico, ma soprattutto a metterlo in discussione per risolvere le criticità che contiene. 

[Ad ognuno di questi periodi del suo pensiero corrisponde nel sito un lungo articolo che spiega i dettagli in modo completo, per un totale di 3 articoli cui se ne aggiunge uno dedicato al mito della caverna]

Per comprendere cosa si intende quando diciamo che Platone ha una missione filosofica, vediamo di capire qual è il suo rapporto con Socrate, dal quale eredita 3 cose: 

  1. la ricerca tramite il dialogo e quindi progredendo per step che vengono via via messi in discussione; 
  2. l’uso della razionalità nella ricerca del concetto, quindi dell’essenza; 
  3. l’amore per la giustizia, che lo porta a ricercare costantemente la possibilità di realizzare una società in cui l’uomo possa vivere in pace e giustizia con i suoi simili. 

Considerati questi come punti di partenza e allo stesso tempo di sfondo a tutta la sua ricerca, Platone ha la missione filosofica di andare dove Socrate non era arrivato, portando a compimento le sue intuizioni.

1. La Vita di Platone

Platone nacque ad Atene nel 428 a.C., quando la guerra del Peloponneso era iniziata da tre anni; apparteneva a una famiglia aristocratica della città, dalla quale deriva la sua concezione aristocratica del potere (da concedere solo ai migliori) e dunque la sua voglia di dedicarsi alla vita politica. Quando aveva vent’anni, cominciò a frequentare Socrate e fu tra i suoi discepoli fino alla sua morte; ed è proprio la condanna a morte del suo maestro, che egli considerava il più giusto degli uomini, a convincere Platone che la filosofia fosse la sola via in grado di condurre l’uomo e la comunità verso la giustizia. In particolare troviamo tra i suoi scritti il pensiero che “il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per sorte divina, diventati veramente filosofi” (dalla Lettera VII). In questo scritto Platone racconta di come abbia cambiato idea rispetto all’aspirazione di dedicarsi alla carriera politica, capendo che la corruzione dei costumi riguardava tutte le città e dunque solo la filosofia avrebbe ristabilito la giustizia.

È così che iniziò a viaggiare cercando di realizzare il potere dei filosofi, giungendo dopo altre mete nell’Italia Meridionale, dove conobbe le comunità pitagoriche, e a Siracusa dove entrò in contatto con la famiglia del tiranno della città, Dionigi il Vecchio. Quest’ultimo, sospettando un rovesciamento del suo potere per via delle idee di Platone sui filosofi re, decise di cacciarlo vendendolo come schiavo. Venne fortunatamente riscattato da un aristocratico che ne svelò l’identità, per cui i soldi del riscatto vennero restituiti a Platone che li usò per fondare una scuola di filosofia ad Atene, l’Accademia! Egli la chiamò così perché situata nel ginnasio fondato da Accademo e la organizzò sul modello delle comunità pitagoriche.

Successivamente Platone tornò a Siracusa perché il tiranno della città era cambiato e pensava di avere migliori possibilità di influenzare il nuovo tiranno Dionigi il Giovane, tuttavia anche questa seconda missione fallì, Platone e il tiranno non trovarono mai un accordo e dunque tornò ad Atene. L’allontanarsi dalla città e dall’Accademia, per andare in Sicilia, testimoniano la passione e l’intenzione di Platone che sognava di realizzare una società giusta più di ogni altra cosa. Vedremo nei dialoghi del secondo periodo in cosa consiste questo tipo di società.Platone morì ad Atene nel 347 a.C., quando aveva 81 anni.

2. I dialoghi socratici del primo periodo

Tutti i dialoghi socratici del primo periodo sono legati alla figura di Socrate e al suo insegnamento, egli è il protagonista e l’interlocutore in ognuno. Platone ha la missione filosofica di diffondere i suoi insegnamenti, ma soprattutto di dimostrare la razionalità, la dimostrabilità e dunque la verità delle tesi sostenute dal suo maestro. La tesi centrale, che viene presentata e dimostrata dialogo dopo dialogo, è che la virtù è una scienza, un concetto, una verità universale; essa scaturisce dalla razionalità che l’uomo usa per conoscere la propria anima e per accedere all’essenza; come scienza, conoscibile e dimostrabile, tale virtù è insegnabile. L’insegnamento della virtù inteso in questo senso è molto diverso da quello dei Sofisti, che invece la considerano relativamente al contesto, in modo certamente non dimostrabile. 

  • Il primo dei dialoghi giovanili di Platone è l’Apologia di Socrate, completamente incentrato sulla difesa del suo maestro dalle accuse che gli sono state rivolte (Apologia significa “discorso a favore di”). Nel difendere Socrate, Platone illustra i capisaldi del suo pensiero e della sua pratica di vita caratterizzata dall’esame di sé e degli altri per poter accedere alla verità e alla comprensione della virtù. 
  • Nel dialogo intitolato Critone viene descritto il dilemma vissuto da Socrate durante il processo: pagare una multa, andare in esilio o accettare la condanna a morte. La scelta di bere il veleno mortale della cicuta e dare seguito alla decisione dei giudici ateniesi è presentata nel dialogo come coerenza al patto fatto con le leggi della città, con questa scelta Socrate vuole dimostrare come deve comportarsi un uomo giusto.
  • I dialoghi Eutifrone, Lachete e Carmide sono incentrati sull’unicità della virtù: rispettivamente le virtù della purezza d’animo, del coraggio e della saggezza non possono essere definite elencando esempi di comportamenti puri o comportamenti coraggiosi o comportamenti saggi. La virtù è per Socrate una sola e unico è il valore, il concetto, l’ideale che essa tende a perseguire, se le virtù fossero diverse sarebbero anche diverse i valori, i concetti, gli ideali che perseguono. Questi tre dialoghi sono aporetici non giungono cioè a una definizione per quanto la cerchino, difatti il procedere della discussione vede Socrate smentire tutte le definizioni proposte dai tre dialoganti (Eutifrone sulla purezza d’animo, Lachete sul coraggio e Carmide sulla saggezza), senza proporne una alternativa.
  • Nei dialoghi Ippia Maggiore e Liside si sostiene che il bello, l’utile, il conveniente non possono essere considerati valori indipendenti, perché ognuno di essi appartiene al più grande e universale valore del bene. Questo valore è conoscibile dall’uomo e la virtù è il comportamento che deriva dalla conoscenza del bene, che cerca di realizzarlo tramite le azioni umane. La virtù quindi corrisponde alla Scienza del bene
  • Segue poi l’Ippia Minore in cui si dice: se non fosse vero che la virtù è la conoscenza del bene, risulterebbe vero che l’uomo volutamente malvagio è migliore di quello che fa il male senza volerlo. L’assurdità di questa affermazione deriva nel dialogo dal seguente ragionamento:  l’uomo che vuole il male conosce il male, se lo conosce deve saperlo distinguere dal bene, che è il suo opposto; questo significa che l’uomo che vuole il male conosce il bene ed è dunque migliore di chi non lo conosce o non sa distinguerlo dal male. Il dialogo tra Socrate e Ippia si conclude con la tesi di Socrate che un uomo che conosce il bene non può non farlo e non essere dunque virtuoso; in conclusione c’è una delle tesi più forti del pensiero attribuito a Socrate: il male è ignoranza, il bene è conoscenza. 
  • Nel dialogo intitolato Ione si parla della poesia: i poeti sono esempio di chi conosce tante cose, essi infatti scrivono di cose diverse e in componimenti diversi, tuttavia questa loro conoscenza di tante cose non corrisponde mai con la conoscenza del concetto, dell’essenza, di ciò che sta alla base di tutte le cose che conosciamo, ciò che per Socrate è dunque il vero. La conclusione del dialogo è che i poeti non conoscono nulla veramente e che sono presi dall’ispirazione divina quando compongono.
  • Nel dialogo Protagora c’è una netta e decisa contrapposizione tra l’insegnamento di Socrate e le teorie del filosofo che dà il nome al dialogo. Essendo la virtù di cui parla Protagora un insieme di abilità acquisite tramite l’esperienza, essa non è insegnabile; infatti, secondo Socrate, solo il concetto universale, l’essenza, alla cui ricerca è orientato il pensiero filosofico che ama la verità, è insegnabile
  • Nell’Eutidemo viene presa di mira l’eristica, l’arte di battagliare a parole e di confutare qualsiasi posizione, insegnata dai Sofisti. Considerando che una simile arte è basata sul presupposto che non è possibile l’errore e che “qualsiasi cosa si dica, si dice cosa che è”, dunque vera, Socrate giunge a dimostrare che l’insegnamento sarebbe in tal caso inutile, perché non c’è nulla da apprendere. A questo punto il dialogo si trasforma in un’esaltazione della filosofia intesa come amore del sapere, dimostrando che essa è l’unica disciplina che non solo produce conoscenze, ma insegna ad utilizzarle per il vantaggio dell’uomo, cioè la sua felicità.
  • Nel Gorgia, ultimo dei dialoghi con protagonisti sofisti intenti a dialogare con Socrate, viene smentita la capacità persuasiva dell’arte retorica, tipica dei Sofisti. Socrate sostiene nel dialogo che una conoscenza riesce ad essere persuasiva solo intorno all’oggetto che conosce, ma la retorica non ha un oggetto proprio e dunque non può davvero convincere l’interlocutore, se non parlando di conoscenze non vere e non dimostrabili. In conclusione si afferma che la virtù e il conseguimento del bene sono per l’uomo fonte di felicità perché gli danno equilibrio e assenza di mancanze che provocano dolore. 
  • Nel dialogo Cratilo ci si chiede se il linguaggio abbia un’origine convenzionale, se sia cioè prodotto dall’uomo o se in alternativa abbia una connotazione naturale che lo collega direttamente alla natura delle cose. Secondo questa teoria conoscere il linguaggio corrisponde a conoscere le cose, derivando esso dalle cose per causalità diretta; invece per chi sostiene che la sua origine sia convenzionale (Sofisti e Democrito  ad esempio) esso è stabilito arbitrariamente, per essere mezzo utile a conoscere la natura delle cose. La tesi di Platone è diversa da entrambe queste due e le contiene entrambe: egli sostiene che il linguaggio è sì il frutto di una scelta dell’uomo, ma questa produzione del linguaggio non è arbitraria, bensì diretta alla conoscenza delle essenze, cioè della natura delle cose.  [Le tesi sostenute in questo dialogo, ovvero il convenzionalismo e naturalismo, sono alla base di numerosi studi e corrispondono ancora oggi al dibattito interno alla disciplina della filosofia del linguaggio.]

 

Considerati i dialoghi cosiddetti socratici, tramite i quali vediamo che Platone ha la missione filosofica di testimoniare e riportare gli insegnamenti di Socrate, si vedrà che il secondo periodo della sua produzione comporta un notevole sviluppo e una totale originalità, rispetto alle posizioni del maestro (vedi qui). 

 

SU PLATONE IN QUESTO SITO:

La dottrina delle Idee, la conoscenza e la società giusta

Il mito della Caverna

La dottrina dell’essere e il Demiurgo