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Il movimento NoTav chiede Libertà per Nicoletta Dosio

Nell’ennesimo giorno di primavera trascorso in casa (per i posteri: vedi Emergenza Covid-19 del 2020), Sophia si ritrova al balcone a respirare il profumo degli alberi in fiore e ad ammirare i colori della nuova stagione illuminati dalla luce arancione del tramonto. Il solito “paesaggio” le si propone da uno dei pochi punti di osservazione della realtà che le sono concessi: la finestra della sua camera. In un giorno come tanti, nel solito momento passato a guardare il sole che viene giù, l’occhio di Sophia cade su un manifesto sul quale è disegnato il volto di una simpatica signora, su uno sfondo nero di una notte piena di stelle. Al collo della signora c’è un fazzoletto sul quale Sophia riconosce il simbolo dei No-Tav, i suoi capelli sono rossi, ha il pugno sinistro alzato e di fianco a quel pugno si legge: «Libertà per Nicoletta Dosio». 

Sul Movimento NoTav Sophia sa poco e niente, ma spesso alle manifestazioni le capita di intravedere quel simbolo tra i tanti presenti e questo glielo fa percepire come un movimento amico: «se scende in strada per le mie stesse battaglie, non può che essere amico», dice tra sé e sé. La libertà per Nicoletta Dosio sembra essere un tema che in questo momento li impegna molto, visto che il risultato di una rapida ricerca per immagini fa comparire più volte la faccia di questa signora dai capelli rossi e i volantini con la richiesta di libertà per Nicoletta Dosio. In men che non si dica la serata di Sophia diventa completamente dedicata alla scoperta del Movimento NoTav, d’altronde la quarantena è anche questo, tempo infinito da riempire, a volte improvvisando, e dalle improvvisazioni nascono spesso cose interessanti. 

1) Come nasce il movimento NOTav

Intervallata solo dalla cena, la ricerca è intensa, lunga e corposa e fa sorgere un sacco di domande apparentemente insolubili; ma le domande non devono spaventare, le aveva detto qualcuno un giorno di qualche tempo prima, quando sorgono bisogna dargli da mangiare con i propri pensieri, anche se sono in conflitto tra loro. Di domande in conflitto, effettivamente, ne compaiono parecchie allo scoprire che il Movimento NoTav nasce per opporsi alla costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, che dovrebbe collegare le città di Torino e Lione (vedi TAV Torino-Lione); un’idea apparentemente ragionevole e piena di promesse per tanti, anche considerando che incentivare le linee di trasporti sostenibili, di modo da abbandonare i trasporti che inquinano di più, è una cosa che a Sophia sembra più che giusta. Resta da capire come mai è nato un intero movimento per opporvisi e una signora di mezza età dai capelli rossi si trova in carcere, con i suoi compagni che all’esterno insistono: «Libertà per Nicoletta Dosio».

Scavando ancora un poco Sophia rintraccia le origini di tutto: il progetto risale agli anni ‘90 e sembra essere una grande promessa per tutti, nel contesto delle decisive svolte dell’Unione Europea (vedi Trattato di Maastricht). Una linea ferroviaria ad alta velocità che collega l’Italia e la Francia è considerata necessaria per lo sviluppo dello scambio di merci all’interno del territorio europeo ed è fortemente voluta da tutti gli stati membri, in particolare dai capi di stato francese e italiano. Il progetto non è semplice e risulta molto costoso: prima di stabilirne la fattibilità bisogna analizzare l’impatto ambientale che avrebbe, l’effettivo guadagno economico e di benessere per la popolazione europea. Parallelamente al procedere del progetto Tav, Sophia legge delle proteste e della nascita del Movimento NoTav, in un incrocio di dati che le fa venir voglia di fare uno schema, come se dovesse preparare un’interrogazione. Proprio in contemporanea alle prime rilevazioni necessarie a stabilire la realizzabilità del progetto, le persone che abitano la valle interessata dai lavori si uniscono in proteste e manifestazioni volte a mostrare un dissenso che negli anni diventa sempre più corposo, strutturato, politicizzato e vario, andando a ingrossare le fila di un Movimento NoTav che chiama presto in causa non solo gli abitanti della Val di Susa. 

In principio le proteste nascono quando avvengono i primi espropri forzati, cioè quando le zone interessate dai lavori vengono forzatamente comprate dallo Stato per realizzare l’opera, considerata di pubblica utilità. Ovviamente, come accade quasi sempre, le persone che subiscono questo esproprio forzato si oppongono, di solito si tratta di pochi, quei pochi che devono arrendersi all’interesse dei molti; ma inaspettatamente questa volta le cose vanno in un altro modo: si attiva una catena di solidarietà che coinvolge tante e tante persone, come una macchia d’olio che a partire dai luoghi espropriati raggiunge tutti i paesi limitrofi e alla fine inonda la valle; nasce così il Movimento NoTav. Scavare un tunnel non è una cosa di poco conto, le conseguenze riguardano una zona limitrofa sufficientemente grande da unire tante persone che ne subirebbero i danni; gli abitanti della valle individuano infatti subito una quantità di rischi notevole, in particolare per l’impatto che questi lavori avrebbero sull’agricoltura della valle e per lo stravolgimento dell’ecosistema in cui vivono, lavorano, coesistono.

2) Dalle proteste al tavolo di confronto

Dopo alcuni anni, per via delle numerose manifestazioni che diventano dei veri e propri scontri tra cittadini e forze dell’ordine con feriti e danni gravi, lo Stato crea un tavolo di confronto, chiamato Osservatorio, dove si possa far discutere e confrontare il Movimento NoTav e lo Stato, siamo nel 2006. Quando apprende questa notizia Sophia è confortata, nello scorrere delle informazioni spera in una svolta positiva che potrebbe arrivare da questo confronto tra i sindaci dei Paesi interessati dai lavori (molti dei quali eletti proprio perché proponevano di opporsi alla Tav) e lo Stato. Tuttavia sembra che questo tavolo di confronto non abbia la possibilità di portare buoni frutti e, pur andando avanti dal 2006 fino ad oggi, viene criticato dalla maggior parte della popolazione della Valle che si oppone all’opera (vedi qui la storia dell’Osservatorio), che non si sente sufficientemente rappresentata in quella sede.

Archiviato il tema Osservatorio con delusione, ormai a tarda sera, Sophia prosegue la ricerca cercando di arrivare al momento clou in cui si inizi a parlare della libertà per Nicoletta Dosio, ma tra una pagina e l’altra incappa inevitabilmente in una serie di grafici e tabelle che contengono dati sull’utilizzo di quella che viene chiamata “linea storica”. Sin dall’inizio Sophia aveva letto che questa Tav doveva andare ad ampliare una linea di trasporti già esistente: una linea ferroviaria e una autostradale che corrono lungo il tunnel scavato nell’800 per collegare l’Italia e la Francia (vedi traforo ferroviario del Frejus). Dunque un collegamento tra queste due nazioni esisteva già quando la TAV è stata pensata, ma per decidere di costruirne un’altra ci saranno stati motivi più che validi, pensa. Eppure a guardare le tabelle e i grafici Sophia capisce che ora come ora tutta la merce che necessita di transitare tra l’Italia e la Francia riesce a farlo tranquillamente attraverso l’attuale linea ferroviaria, che ha anche migliorato la sua percorribilità con degli interventi fatti negli anni tra il 2003 e il 2011, tali da abbattere il trasporto tramite camion e mezzi inquinanti sulla linea autostradale. Questi dati sono stati confermati dai governi italiano e francese, anche l’Osservatorio li conferma.

Ma allora perché costruire un’altra linea scavando un altro tunnel di 50 km tra Susa e Maurienne, andando a rischiare dissesti idrogeologici e causando gravi conseguenze all’agricoltura della valle, come confermano tutti gli studi scientifici e le rilevazioni effettuate? 

Sophia prosegue la ricerca e si accorge che tra il 2011 e il 2012 la situazione in Val di Susa si è scaldata di nuovo un bel po’, come mai? In quegli anni le pressioni da parte dello Stato per terminare gli accertamenti sul suolo e sulla possibilità di scavare il nuovo tunnel si fanno più forti e frequenti. Gli accordi presi in Europa hanno delle scadenze e se si vuole usufruire dei fondi stanziati bisogna rispettarle. Per questo si verificano di nuovo scontri molto violenti: c’è la cittadinanza da una parte che continua a occupare le zone interessate dai lavori per impedirne lo svolgimento, le forze dell’ordine dall’altra che devono garantire gli intenti dello Stato. Nonostante gli scontri e la tensione sociale fortissima, nel 2012, complice anche il fatto che ci fosse un governo tecnico politicamente sganciato dalle volontà dell’elettorato, viene firmato l’accordo bilaterale in base al quale si stabilisce di proseguire i lavori e viene approvato un progetto definitivo. Sembra proprio che non si torni indietro…

3) I processi, le condanne e la storia di Nicoletta Dosio

Dopo un po’ di tempo passato in chat e su Instagram Sophia riprende la ricerca da una domanda che le balena in mente: quanta gente è stata arrestata per queste manifestazioni? Nel 2013 risultano aperti circa 100 fascicoli sulle proteste, nello stesso anno è in corso un maxiprocesso in cui una cinquantina di imputati NoTav rispondono alle accuse di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale (vedi qui le informazioni principali sul maxiprocesso). Ed è proprio seguendo le notizie di quegli anni che Sophia ritrova il nome di Nicoletta e la possibilità di scoprire come si è arrivati a quel manifesto sotto la sua finestra che dice: «Libertà per Nicoletta Dosio». 

La storia che la riguarda e che in qualche modo l’ha portata fino al carcere è la storia di una manifestazione, di un’azione di boicottaggio ad essere precisi, considerando che spesso il Movimento NoTav si trova a combattere contro un nemico che ha tantissime risorse: lo Stato. Nel maggio del 2012 insieme ad altri (circa 300 partecipanti) Nicoletta, tra le fondatrici del Movimento NoTav, manomette l’ingresso all’autostrada della Val di Susa Torino-Bardonecchia e lascia che le macchine entrino senza pagare al casello. La sua partecipazione diviene oggetto di accuse e condanna perché stava inequivocabilmente mantenendo uno striscione sul quale si leggeva: «Oggi paga Monti» (il riferimento è all’allora Presidente del Consiglio Mario Monti, firmatario del progetto e dell’accordo per l’avvio dei lavori della Tav Torino-Lione), la magistratura aveva infatti deciso di dare la responsabilità civile dell’azione di boicottaggio a chi distribuiva volantini e diffondeva slogan. I processi in Italia, si sa, sono molto lunghi, e la condanna per Nicoletta arriva ormai nel 2019: 1 anno di carcere. I 365 giorni di reclusione iniziano il 30 dicembre, quando viene prelevata dalla sua abitazione dopo aver rinunciato alla possibilità di scontare la pena agli arresti domiciliari. Da quel giorno il Movimento NoTav e tutte le realtà affini avanzano una sola e unica richiesta: «Libertà per Nicoletta Dosio».

4) Lettere dal carcere

Da quando è in carcere Nicoletta scrive molte lettere, che indirizza ai compagni della lotta contro la Tav, quei compagni che da fuori rivendicano «libertà per Nicoletta Dosio». Leggere le parole di questa donna colpisce molto Sophia, a sole 24 ore dall’ingresso nel Carcere delle Vallette di Torino scrive: «Sto bene, sono contenta della scelta che ho fatto perché è il risultato di una causa giusta e bella, la lotta NoTav che è anche la lotta per un modello di società diverso e nasce dalla consapevolezza che quello presente non è l’unico dei mondi possibili». Sophia ritrova in queste parole una motivazione molto più grande del semplice non volere un tunnel nella propria valle, non volere i danni alla propria agricoltura, non volere le conseguenze del dissesto idrogeologico a casa propria; si tratta di pensare secondo regole nuove, diverse, che al profitto che deriva da floridi commerci contrappongono qualcos’altro. Nicoletta è una professoressa di greco in pensione e Sophia non può fare a meno di chiedersi cosa deve essere stato sedere tra i banchi insieme a lei, se l’immaginario di un altro mondo possibile è stato tra le mura della sua classe. Nel leggere ciò che scrive dal carcere delle Vallette nota l’uso di queste parole: «compagni e compagne» dice sempre all’inizio delle sue lettere; non le indirizza al marito dunque, non agli amici, non ai parenti, ma alla comunità NoTav e spiega che essere compagni significa spezzare insieme (dal latino cum panis) il pane dell’esistenza e della lotta. A questi compagni dice: «La solidarietà che può salvarci è quella che sa farsi coscienza critica, ribellione attiva al sistema di cui la mia vicenda non è che una cartina di tornasole: il tribunale che impugna le bilance della legge è l’altra faccia della guerra all’uomo e alla natura». Nella sua vicenda, che è appunto una tra tante, Nicoletta sembra vedere un’occasione per portare alle sue estreme e ingiuste conseguenze una giustizia che le sembra riproporre la dinamica oppressi-oppressori, la stessa che riguarda il rapporto tra uomo e natura. Il tribunale che la condanna sottolinea l’ingiustizia di aver danneggiato lo Stato tramite la sua azione di boicottaggio, ma non quella che viene subita da chi è costretto a ribellarsi: «La mia carcerazione non è che l’atto finale, sancito dai tre livelli di giudizio che hanno derubricato a reato una giusta e doverosa protesta sociale, decretando anni di carcere non solo a me, ma a ragazze e ragazzi, i migliori dei nostri giovani. Ora, chiusa in questa cella tocco con mano l’ingiustizia e l’inutilità del carcere, la cui unica vera funzione è quella del controllo sociale, sugli ultimi, su chi non ha voce […] Qui tutto è pena, deprivazione di diritti, irrazionalità, tanto più sviante, quanto più subdola: un mondo al contrario in cui si vaga nel vuoto. […] Vi è la giustizia sociale la vera alternativa al carcere, l’unica prevenzione veramente efficace … Il resto sono buone, inutili intenzioni: poco più che parole al vento della prepotenza di sempre.»

“Oltre ogni montagna si trova una valle e al di là di ogni problema c’è una soluzione.”

5) NoTav o SìTav?

Dopo queste letture a Sophia viene voglia di confrontarsi con Cloto; è molto tardi ormai, chissà se è ancora sveglia, prova con la videochiamata, due squilli e risponde: «Mi prendi giusto alla fine del mio film del venerdì», le dice dall’altra parte del video, sorridente e pensosa come sempre, le racconta un po’ di cosa parlava e di come si sia gustata la sua tisana sul divano e poi le chiede: «tu cosa hai fatto stasera?»

S: «Ah mi sono imbarcata in un’impresa parecchio lunga, tutto è iniziato con il solito tramonto dal balcone e ora mi ritrovo con la testa in Val di Susa»

C: «In Val di Susa? Cosa sei andata a fare fin lì?»

S: «Cercavo Nicoletta Dosio»

C: «E l’hai trovata?»

S: «Decisamente sì.»

C: «So che è in carcere da qualche mese…»

S: «Già, ora è a casa in verità, agli arresti domiciliari per via dell’emergenza del Coronavirus, ma leggere le sue lettere dal carcere è stato emozionante! È così determinata questa donna, mi ha fatto capire come in una singola battaglia ci sono tutte le altre. Mi ha colpito molto il fatto che ripete più volte “In realtà l’unica colpa imputabile al Movimento NoTav è un grande merito: veder chiaro nella notte e l’agire di conseguenza”.»

C: «In Italia l’opinione pubblica è molto divisa sulla Tav, da quando è stato approvato l’avvio dei lavori definitivi nel 2016 in Piemonte si sono susseguite manifestazioni dei Sì-Tav (30.000 persone a dicembre 2018) e quelle dei NoTav (70.000 persone pochi giorni dopo). Ma la potenza delle proteste che vanno avanti da 30 anni rende necessaria una presa di consapevolezza sui suoi rischi. Poi penso che lo stare da una parte o dall’altra riguardi la priorità che si dà alle cose.»

S: «È quello che mi ritrovo a pensare anche io, dopo aver tanto cercato mi sono resa conto che la violenza delle proteste è parecchio critica, ma anche che è in atto un conflitto in cui non è possibile una terza via d’uscita tra il sì e il no. Io mi sono fatta l’idea che insistere nel non voler realizzare il tunnel e tutti i lavori significa stare dalla parte dell’ambiente, rinunciare al profitto, ma accorgersi che le vite delle persone che abitano lì contano, insieme all’ecosistema di tutte le montagne. Mi è molto dispiaciuto pensare a quanto in là si sia dovuto andare per impedire che la decisione presa da pochi rovinasse le vite di molti, ma mi ha fatto anche capire che quando si parla di tanti soldi non si è molto disposti ad ascoltarsi e questo mi ha fatto riflettere.»

C: «Sai che Erri De Luca le ha scritto, mentre era in carcere in piena emergenza sanitaria? Dopo ti giro il link della lettera, è uno scrittore che mi piace tanto, la sua citazione che preferisco dice così: “Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.”»

La chiacchierata finisce e la giornata è ormai conclusa, Sophia si addormenta leggendo la lettera di Erri De Luca, scritta gridando insiema a tanti «Libertà per Nicoletta Dosio»:

«Eccoci ai giorni che dichiarano scaduto l’inverno. Tu sei reclusa e per misteriosa solidarietà si è chiuso in casa un popolo intero. Girano poche ruote, il nord emigra al sud, i balconi abbandonati si riempiono di famiglie affacciate. Non si sente parlare neanche un economista, tutto il potere e tutta la parola ai medici. Io sto sul mio campo e vedo il progresso delle gemme sugli alberi. Mi piace che in italiano la parola Gemma valga anche come pietra preziosa. Così la primavera è una gioielleria a cielo aperto per tutti i suoi ammiratori. Qui le persone si usano la cortesia di evitarsi. Da voi nelle celle non c’è neanche lo spazio per girarsi. Ai malati di polmonite manca l’aria che voi dovete respirare in molte. Le prigioni strapiene sono diventate per sovraccarico di pena, dei laboratori del soffocamento. Ma la tua vallata, per la quale ti sei battuta e per la quale sei in prigione, continua a produrre e a soffiare ossigeno politico, quello che sorge all’interno di una comunità che serra i suoi ranghi, convoca le assemblee, riempie le strade e dà diritto di cittadino a chi è trattato da suddito di un feudatario. La vostra valle, occupata come provincia ribelle, continua a fare ostacolo allo stupro del suo territorio. La tua calma inflessibile e intransigente è quella della tua comunità. Si manifesta quando un popolo si sveglia




Le bombe che non parlano

Sbattendo la porta Sophia fa il suo ingresso polemico nel salotto di Cloto, che già immagina la grossa lamentela pronta a giungere alle sue orecchie, pur non sapendo cosa riguarda. Le consiglia così di accomodarsi con calma, magari andare in bagno, nella speranza che la concitazione della camminata veloce passi e che con essa sbollisca anche un po’ di rabbia. Nell’attesa Cloto si ritrova a pensare che a volte Sophia sembra avere dentro delle bombe che non parlano, che anche se sono esplose il rumore lo ha sentito solo lei e anche tutto quello che volevano dire; altre volte invece le bombe che le esplodono dentro parlano eccome e questa era una di quelle. 

1)La strage di Piazza Fontana a Milano (1969)

Sophia si siede e, come se Cloto avesse previsto nei suoi pensieri l’oggetto della discussione, le dice: «senti questa storia di bombe che non parlano, … ». Sophia racconta così che in occasione del 12 dicembre il professore aveva deciso di dedicare un’ora alla commemorazione della strage di Piazza Fontana, ma considerando ciò che aveva detto e come lo aveva detto, non sembrava avesse deciso liberamente di farlo. Era stata infatti la Preside della scuola a richiedere che i docenti delle classi dedicassero attenzione a questo anniversario. 

«No ma, dovresti proprio vedere come è stato trattato questo tema!» – sbotta Sophia evidentemente delusa dal fatto che il professore si era limitato a raccontare, tramite supporti audio e video, quanto accaduto a Milano il 12 dicembre del 1969; dopo di che, aveva chiuso la questione dicendo di voler passare alla spiegazione. Ovviamente in classe si erano alzate diverse mani di ragazzi e ragazze che prendendo la parola chiedevano chi fosse responsabile di quell’attentato, più correttamente definito strage. Il professore aveva parlato in questa occasione di «bombe che non parlano», riferendosi al fatto che le indagini e i processi che si erano susseguiti per 36 anni erano stati molto controversi, avevano coinvolto diverse persone di appartenenza politica differente senza che quella bomba riuscisse a parlare del suo mandante, tanto meno di chi la aveva materialmente portata a Piazza Fontana all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, quel pomeriggio, prima delle 16:37, quando era esplosa. Cercando di tirare corto il professore aveva riferito che, dopo innumerevoli processi, finalmente nel  2005 era stata chiarita la responsabilità del movimento neofascista Ordine Nuovo. 

A quel punto la classe si era riempita di stupore, per un secondo si era creata un’atmosfera che sapeva di paura, mista a incredulità; da quell’atmosfera erano nate altre domande, rese bisbigli che si andavano a mescolare l’uno con l’altro per riempire ogni angolo dello spazio, come una nebbia strisciante intrufolatasi d’improvviso nell’aula, impossibile da non vedere, impossibile da mandare via con poco. Eppure il professore si era rifiutato di andare avanti con il confronto, liquidando con un: «lo studierete in storia alla fine del vostro percorso scolastico» tutte le domande sul fascismo in Italia dopo la liberazione. 

All’uscita di scuola qualcuno continuava a commentare lo strano episodio avvenuto in classe: «ma voi avete capito perché il prof ha parlato della strage di Piazza Fontana? Non sembrava averne troppa voglia, poteva non farlo» – dice Dario di fianco ad Erminia che aggiunge – «dicono che si tratta di bombe che non parlano, ma se nessuno ci dice quel che c’è da dire non parleranno mai». Sophia a quel punto propone di sbrigare la questione tra di loro, dal basso, fare delle ricerche e tornare in classe con domande alle quali non avrebbe potuto sottrarsi, per capire qualcosa sia su quei 17 morti e 88 feriti della strage, sia sulle reticenze del professore. 

2)Gli attentati nascono dalle influenze internazionali e dalla Guerra Fredda

Di fronte a questo intento si era trovata, insieme a Dario ed Erminia, a dover districare una marea di informazioni un po’ contorte, che a loro volta rimandavano sempre a nuove informazioni, tra un link e l’altro, una pagina di wikipedia e l’altra. Insomma, la questione si era rivelata impegnativa, più di una ricerca di filosofia, peraltro senza nessun voto all’orizzonte che ripagasse l’impegno. Nonostante ciò la curiosità aumentava ad ogni pezzo del puzzle ricostruito, insieme alla voglia di trovare il successivo incastro per vedere più chiaramente l’immagine che lentamente si costruiva sotto i loro occhi. Sulla strada della ricerca intrapresa viene fuori che di bombe che non parlano in Italia ce ne sono state moltissime, in un periodo di tempo che va dal 1969 al 1980, denominato dagli storici “Anni di Piombo”. 

I vari passaggi fatti da Sophia e dai suoi amici li avevano fatti viaggiare, compiendo lunghe tratte sulla cartina del mondo; erano infatti dovuti uscire dall’Italia per capire gli Anni di Piombo e gli eventi violenti che li hanno caratterizzati (140 attentati tra il 1968 e il 1974). Guardando l’italia come parte dell’Europa occidentale, sotto l’influenza degli USA dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avevano iniziato a capire molte cose in più. Considerando la nuova e particolare guerra creatasi dopo quella mondiale, denominata Guerra Fredda perché i due nemici contrapposti non hanno avuto uno scontro armato diretto, erano apparsi due mondi contrapposti, capeggiati da USA e URSS, che proponevano una concezione della politica, dell’economia, e dunque della vita, opposte, portando tensione in tutti i paesi del mondo che erano sotto la loro influenza diretta [vedi liberalismo e comunismo]. La contrapposizione tra questi due mondi aveva portato a diversi esiti violenti nei territori dei paesi sotto l’influenza dell’una e dell’altra potenza e per spiegare alcuni degli avvenimenti legati ai rapporti tra forze di sinistra e forze di destra, nel mondo della guerra fredda, si parla di Strategia della tensione, una teoria molto utile a capire le stragi italiane. L’Italia, infatti, era parte del mondo guidato e rappresentato dagli ideali degli Stati Uniti, ma nel momento in cui le forze politiche di sinistra stavano prendendo piede, rischiando di vincere le libere elezioni, si erano verificati gli attentati stragisti di cui Piazza Fontana è solo il primo, destinato ad essere seguito da tanti altri e dal terribile evento della Strage di Piazza della Loggia, a Brescia.

«Altro che bombe che non parlano!», si dissero Sophia, Erminia e Dario in un momento di euforia, proprio quando uno dei pezzi del puzzle aveva reso l’immagine chiara. Presto i “festeggiamenti” si tramutarono però in molte domande, un bel po’ di tristezza e qualche incubo notturno. Passare tanto tempo a leggere di persone morte perché avevano preso un treno, o stavano aspettando il loro turno in coda in banca, o stavano partecipando a una manifestazione in piazza, non fa tanto bene al sonno. È così che se li erano immaginati gli Anni di Piombo: un decennio in cui gli era sembrato impossibile poter vivere tranquillamente, di cui stranamente nessuno parla mai, nonostante sia stato attraversato o sfiorato dalla vita di nonni, zii, genitori, amici adulti. 

3)Chi silenzia le bombe che non parlano?

Una mattina Sophia aveva proprio pensato che quegli anni sono stati il presente di qualcuno, la quotidianità invivibile di persone che abitano questo Paese, legata così tanto alle idee politiche da sembrare fantascienza per chi vive il presente di oggi. «Quanto è lontano un passato così…» – pensa, poi fa due calcoli e realizza che si tratta di un passato di 50 anni – «…solo 50 anni…». Eppure un colpo di spugna sembra aver lavato via quegli eventi, nominati di rado per evocare paura, incertezza, scarsa chiarezza su chi sia stato, le famose bombe che non parlano, con questo «piombo» che chissà perché è lì a definire quegli anni. Anche questo aveva scoperto Sophia cercando ancora e ancora: la locuzione “Anni di piombo” viene da un film del 1981, tedesco, il cui titolo andrebbe più correttamente tradotto con “anni plumbei”, ovvero pesanti, bui, intrisi della stessa sensazione che dà la nebbia in val padana, che finché non la provi non sai quanto è pesante. Già, perché proprio la val padana e la sua estensione a est, tra il Veneto e la Lombardia, era stata il centro da cui molti degli attentati erano stati orchestrati, dagli appartenenti al movimento neofascista Ordine Nuovo. Quante cose si scoprono a volerle vedere, eppure alcune sono più popolari, se ne parla in classe, se ne parla in tv, se ne parla ovunque … altre no. 

Presa da questi pensieri Sophia sente il bisogno di rivolgere le sue domande a qualcuno che ogni tanto ingarra qualche risposta, corre così da Cloto e le ricapitola in fretta tutta la faccenda, a partire dall’episodio vissuto in classe. Il suo racconto si conclude con le notizie che più di altre le avevano creato incredulità e scompiglio: che la quasi totalità delle persone colpevoli delle stragi non erano state condannate per decenni; che i processi per queste stragi sono stati fatti e rifatti e ricominciati più volte con evidenti inquinamenti delle prove; che a causa del segreto di stato non è possibile trovare sufficienti prove per dimostrare in tribunale il coinvolgimento dei servizi segreti e degli apparati di sicurezza dello stato; che, conclude Sophia – «lo Stato italiano non è stato vittima degli anni di piombo, ma i cittadini italiani sono stati vittima del loro stesso Stato!».

– «Quante parole» – pensa Cloto – «e che peso ripercorrere tutto di nuovo…». Si sente invasa da quegli anni plumbei, tanto pesanti per chi li ha vissuti, scuola di vita passata a imparare qual è il limite di un’idea; anni così lontani per la centralità che aveva la politica nella vita delle persone, nella speranza e aspettativa che le cose potessero cambiare da un momento all’altro, per tutti, profondamente. «…Illusioni…» – le scappa subito tra i pensieri, e si stupisce di sé, ma ci penserà poi. Piuttosto la colpisce che Sophia abbia scoperto così tante cose e abbia le idee così tanto chiare, «deve avere scavato un bel po’» –  pensa – «e non può che essere così arrabbiata, è sempre stato l’unico sentimento possibile di fronte a tutto questo». 

Ma, presa dai suoi pensieri, si ritrova ad essere scrutata da Sophia, che probabilmente ha continuato a parlare senza che lei ascoltasse ancora.  – «Proprio qualche giorno fa leggevo della commemorazione!» – riprende Cloto per provare a dissimulare la sua assenza – «è stato un anno un po’ diverso dal solito, sai? Il Presidente della Repubblica ha partecipato ed è la prima volta che qualcuno con la sua carica interviene. Ha apertamente parlato delle responsabilità dello Stato nei depistaggi, questo è molto importante: ha fatto crollare una sorta di tabù e quel riferirsi a “bombe che non parlano”. Certo rimangono tante cose non chiare rispetto al ruolo che lo Stato ha avuto negli anni del terrorismo a mio parere, ma mi ha colpito, dopo 50 anni qualcuno delle istituzioni ha rotto il silenzio.»

4)Il fascismo non ci è mai passato

– «Sì ho seguito tutto, anche questo» – le risponde Sophia evidentemente orgogliosa di tutto il lavoro che ha fatto – «e c’è una cosa mi ha colpito tantissimo Cloto, che mi fa rimuginare e rimuginare senza trovare pace.»

– «Di cosa si tratta?» le chiede l’amica

– «Io ho notato che tutte le volte in cui c’è da dire la parola ‘fascismo’ si trova sempre un modo per non dirla. Anche a Milano, sulla pietra che è stata posizionata quest’anno insieme a quelle contenenti i nomi delle vittime, c’è scritto a chiare lettere chi è responsabile della strage, finalmente, ma che il movimento fosse fascista non c’è scritto [guarda qui foto e testimonianze della commemorazione], a dirlo non è la pietra, non è il sindaco, non è il presidente della repubblica, non è il mio professore, ma le vittime di queste stragi sì. Perché?»

– «Perché le vittime sono vittime della più basilare caratteristica del fascismo: la violenza. Una violenza cieca, pronta a colpire nel mucchio, chiunque, per ottenere ciò che si vuole, come in una qualsiasi guerra. Eravamo nel bel mezzo di una guerra, e l’abbiamo sentita tutta. Purtroppo la Strategia della tensione ha creato una guerra tra italiani e di italiani fascisti ce ne erano tanti: i fascisti erano in parlamento, erano nelle forze dell’ordine ed erano fuori, ma non si chiamavano così, per cui potevano starci. Come sai, la costituzione vieta l’esistenza del partito fascista, ma che cosa sia l’essere fascista questo paese non l’ha ancora voluto capire; mi sembra che lo immagini come un brutto trauma, qualcosa che è passato e non ricorda neanche più, lo rimuove. E come ogni rimosso c’è ma non si vede, fa parte di noi e agisce senza che ne accorgiamo; solo una parola lo definisce e lo evoca facendoci soffrire, ma se non la si pronuncia si può far finta che non ci sia. La si evoca come uno spauracchio, una cosa terribile che riguarda la nostra storia, ma di rado si scoprono le sue radici. Alle sue radici c’è una semplice cosa: la violenza. La violenza è fascista, quella fisica e quella verbale, che vive dell’odio verso chi non la pensa come te e non risponde alla perfezione delle tue scelte, quell’odio che mette l’altro nell’angolo, ad aver paura delle sue idee, a perdere la sua libertà. Non è un pezzo di storia passata, o almeno non può diventarlo fino a quando gli italiani non fanno i conti con ciò che sono e sono stati. Quindi Sophia queste bombe parlano, parlano eccome, hanno tanto da dirci su chi eravamo e chi siamo, senza forse evolvere granché; d’altronde con i rimossi funziona così.»




Stretti come sardine

Quel pomeriggio Sophia aveva un appuntamento importante, una manifestazione! Aveva deciso di scendere in piazza e unirsi a tanti altri per ritrovarsi tutti stretti come sardine. Da un paio di settimane in diverse città erano in tanti a voler stare così, proprio come lei quel giorno, stretti come sardine. Cloto le aveva scritto, aveva voglia anche lei di far parte di questa marea, unita dalla voglia di dire no all’odio dai palchi, all’odio sui social network, all’odio sociale. L’invito a uscire di casa e scendere in piazza per stare stretti come sardine, proprio nei primi giorni di freddo, era partito dalla città di Bologna (leggi i primi passi delle sardine) un paio di settimane prima ed era in sostanza il seguente: se sei stanco dei messaggi di odio provenienti dagli esponenti di alcuni degli attuali partiti politici, scendi in piazza e porta con te una sardina, disegnala, costruiscila, vieni a formare un banco di pesci liberi dall’odio. 

Andando in piazza, passando tra le prime vetrine addobbate per il “non così imminente” Natale, Cloto si era unita a Sophia e le sue amiche, con la disinvoltura di sempre, nonostante la differenza d’età: 

“Come andiamo ragazze? Ce l’avete una sardina anche per me?” 

“Ma certo!” le aveva risposto Agata che aveva preparato diversi disegni per poterli sventolare e mostrare durante la manifestazione. 

Arrivati in piazza diviene subito chiaro che le aspettative non saranno deluse, si starà letteralmente stretti come sardine: tanta, tantissima gente di tutte le età si unisce alla folla con la propria sardina tra le mani o sulla testa, o al collo; sui volti è stampato un sorriso che sembra quasi una liberazione, nell’accompagnarsi alla scoperta di non essere soli, di non essere in pochi, ma di essere una marea. Nella piazza, al solito chiacchiericcio che attende di spegnersi con l’incipit di un proclama, si sostituisce stavolta un silenzio sacrale: molti guardano in alto, in attesa di qualcuno da ascoltare, qualcuno da guardare, eppure nulla di questo succede. L’attesa invade lo spazio, permea il tempo, direziona i corpi, fino a quando non giunge alle orecchie una musica e la piazza viene illuminata. Così, l’attesa è stata interrotta dal canto, un canto corale che mette insieme le migliaia di voci presenti nello spazio della piazza; è un canto popolare, che tutti conoscono, che accomuna i presenti non per caso, ma per mostrare la loro comune identità; è un canto di unione, è un canto di amore.

Terminato il momento, il chiacchiericcio riprende con il diradarsi della folla e un senso di euforia invade Sophia che nel cantare con così tante persone ha sentito che si è in tanti e che per quanto l’odio venga diffuso e urlato e mandato in giro per il web, tutto questo può fermarlo. A scuola le era stato proposto un progetto che le aveva dato molte consapevolezze su che cos’è l’odio online e da queste era nata la voglia di fare quello che le era possibile per evitarlo. Non avrebbe mai immaginato che qualcuno le avrebbe dato la possibilità di condividere un’esperienza come quella appena vissuta, mobilitando tante persone contro la violenza verbale e l’odio verso alcune categorie di esseri umani cui si stava assistendo negli ultimi mesi. Addirittura questo odio aveva preso la forma di leggi che impedivano a persone in fuga dalla guerra e dalla persecuzione di essere accolte in Italia, e che colpevolizzavano chi si occupava di salvarle dall’annegamento in mare tramite multe e/o accuse di reati particolarmente gravi (vedi decreto sicurezza bis). Tutto questo le aveva trasmesso impotenza, rabbia, anche un po’ di paura di fronte all’ingiustizia fatta legge. 

Andando verso casa, nel tratto di strada in comune con Cloto le sorge spontanea una domanda: “Cloto ma queste sardine da che parte stanno?”… il silenzio in risposta è riempito dalle boccate di fumo … dunque Sophia riprende: “cioè voglio dire, bello stare stretti come sardine e dire no all’odio e a chi fa politica diffondendo notizie false e additando sempre un nemico, ma da che parte stanno?” 

-“Sai” le risponde Cloto “me lo sono chiesta anche io prima di decidere di scendere in piazza con voi, con loro, ma pur non trovando una risposta chiara sono venuta a prendere una boccata d’aria buona. E pensavo mi bastasse, stare in una piazza piena tra sorrisi e persone che credono nel valore della verità e che lo chiedono alla politica, ma tornando a casa mi rendo conto che la tua stessa domanda mi martella i pensieri.” 

-“Ma io starei anche bene così, abbiamo dimostrato che siamo in tanti a volere un discorso diverso e a non condividere questa violenza; succederà poi qualcosa dopo la nostra dimostrazione, non può non succedere nulla. No?”… Sophia rallenta la camminata pensando a quello che ha detto…”Solo che in effetti mi resta la paura che non succeda niente, ed è per questo che mi chiedo da che parte stanno, che fine farà tutto questo…”

– “Sophia, io ne ho visti diversi di questi movimenti nascere da ciò che le persone non vogliono, dall’insoddisfazione della politica e dei partiti che nei giochi di potere in Italia hanno causato più di quello che forse siamo disposti ad accettare, ma è difficile unire così tante persone intorno a ciò che vogliono.”

Così, la conclusione a quel pomeriggio di dicembre aveva il gusto agrodolce dell’euforia schiacciata tra pensieri un po’ invadenti, forse scomodi, ma pronti a insinuarsi in alcuni, chissà quanti, di quelli trovatisi in piazza a stare stretti come sardine. Sophia in particolare aveva allungato non di poco la strada di casa per cercare di mettere ordine tra le sue domande e le sue paure, in questo tragitto aveva ascoltato Cloto parlare di “coincidenze necessarie”, per usare le sue parole, tra odio e inquinamento, odio e sfruttamento, odio e diritti negati, odio e respingimenti in mare. Stando a quello che anche i suoi genitori raccontano, nessuno dei grandi partiti italiani del momento parla chiaramente di rapporti di sfruttamento da ripensare nell’ambito del lavoro; di politiche ambientali nuove e in grado di rispondere alla crisi climatica; di diritti da garantire agli esseri umani a partire dal diritto alla vita e alla felicità senza distinzione di etnia, credo religioso, orientamento sessuale, genere. Un vuoto grande grande, da riempire con la forza e il coraggio di un discorso politico guidato dalla giustizia, senza se e senza ma. 




Donne di cui vale la pena scrivere

Dopo aver collezionato buoni risultati nelle prime sei settimane di scuola, Sophia era preoccupata per il compito di italiano alle porte, dedicato alle figure femminili della letteratura. Quando il tema era stato inizialmente proposto dall’insegnante qualche settimana prima, Sophia ne era entusiasta: “Donne di cui vale la pena scrivere”, titolava il piccolo plico di fogli che la prof aveva distribuito nell’introdurre questo approfondimento, che avrebbe interessato la classe per qualche tempo. Prima che potessero leggerlo, Sophia e i suoi compagni avevano dovuto rispondere alla domanda “Quali sono le donne di cui vale la pena scrivere?”. 

A quel punto le risposte si erano differenziate e una fetta della classe aveva risposto richiamandosi all’attualità, citando artiste, attrici, attiviste, politiche, tuttavia queste aspirazioni erano state disattese perché “Ovviamente” aveva detto la prof “dobbiamo seguire il programma curriculare e la letteratura non aspetta certo i vostri bizzarri interessi”. 

Aperto il plico e scorrendo l’indice i nomi in vista erano quelli di Beatrice, la giovane e angelica donna amata da Dante; Teresa, la donna chiusa nei suoi sogni amata da Jacopo Ortis; Silvia, la figura femminile in cui Leopardi fa confluire l’ispirazione datagli da diverse donne. Eccole lì dunque, le donne di cui vale la pena scrivere, i cui profili avrebbero imparato a conoscere nelle settimane successive; donne amate, donne che hanno ispirato grandi poeti, donne gentili, donne lontane, troppo lontane per i gusti di Sophia. Così quel compito non prometteva nulla di buono, visto che per quanto il tema avrebbe potuto essere interessante, quell’inizio ingannevole con delusione annessa aveva tolto a Sophia tutta la voglia di studiarlo. Poco preparata, ma giocando la carta della creatività, aveva consegnato il suo tema e tolto via quel fardello che si era via via appesantito nelle ultime settimane.

All’uscita di scuola c’è il sole, una grande sorpresa donata dall’autunno piovoso di questo 2019, vale la pena di restare a chiacchierare con chi ama rimandare all’infinito il pomeriggio di studio. Inevitabilmente, le lamentele sulla traccia del tema danno il via a una discussione su queste “donne di cui vale la pena scrivere”: tra chi è sicuro di prendere un bel voto e non ha molto da recriminare, chi non ha studiato ma è riuscito comunque a copiare, in pochi si ritrovano a dire che forse, se la domanda iniziale fosse stata reale, avrebbero scelto qualcun altra e il tema sì che sarebbe stato una bomba. 

Si crea così una piccola discussione dai toni inizialmente un po’ accesi, le fazioni sono prevedibilmente le solite: chi non vede perché mettere in discussione il sistema scolastico e soprattutto il valore della letteratura che è giusto studiare al meglio, chi pensa che la scuola dovrebbe aprirsi il più possibile a temi attuali per far crescere i giovani adolescenti con consapevolezza. 

– “Non capisco come sia possibile che ogni volta abbiate da ridire sulla scuola, da qualunque cosa si parta finite sempre lì, non vi sentite un po’ ridicoli?” 

– “Beh no! Non capiamo semplicemente perché tra queste mura si ripetano le stesse cose da 100 anni, mentre fuori il mondo viaggia alla velocità della luce”; “E forse si sta pure andando a schiantare” aggiunge qualcuno spezzando la tensione.

– “Va beh ma allora sentiamo, quali sono le donne di cui vale la pena scrivere secondo voi? Avete un’alternativa?”

A quel punto la discussione era tornata a far emergere i nomi che alcuni di loro avevano immaginato quando la domanda era stata inizialmente posta, Sophia si era trovata proprio in quel periodo a parlare con Cloto di una notizia sensazionale: in Argentina una giovane donna di 18 anni era stata eletta legislatrice della città di Buenos Aires, il suo nome è Ofelia Fernadez ed è portavoce di una serie di messaggi progressisti che evidentemente stanno molto a cuore ai giovani della sua generazione, la generazione Z. Sophia spiega ai suoi compagni che a soli 18 anni questa ragazza è diventata il volto della protesta a supporto della legalizzazione dell’aborto, bocciata dal Senato argentino un anno fa; porta avanti i messaggi che stanno a cuore ai progressisti della sua generazione e dà voce all’importanza dell’inclusività, alla lotta all’individualismo cui si lega la critica al sistema economico-politico del neoliberismo. Seguendola su Instagram Sophia aveva letto il suo commento alla vittoria: “stiamo tutti superando l’impotenza e trasformandola in futuro”. Nel rileggerla agli altri fuori da scuola l’entusiasmo le sboccia di nuovo dentro e parlando di quante possibilità di impatto hanno i giovani se sono consapevoli dei problemi che riguardano il loro presente e il loro futuro, finisce per dire che secondo lei la scuola ha il dovere di informarli e stimolarli all’informazione sul presente, oltre che sul passato.

“E se proprio volete un altro esempio” aggiunge la sua amica “che anche solo a scrivere di queste due avrei riempito tre fogli, c’è anche Alexandria Ocasio Cortez, che a 29 anni, nel 2018 ha battuto un politico eletto ininterrottamente da vent’anni nel suo distretto a New York. È diventata così la più giovane donna eletta al congresso degli Stati Uniti e il volto di punta dei giovani democratici americani. Con la sua storia avrei scritto un tema bellissimo!” 

Sophia ricomincia: “Non potete negare che ci sono un sacco di cose da sapere oltre a quelle che hanno studiato uguali identiche i nostri genitori tra queste stesse mura, perché non ritagliare dello spazio? Si tratta poi del nostro futuro, per costruirlo bisogna lavorare sodo e ce lo dicono di continuo, ma questo lavoro non può non parlarci delle nostre possibilità.” 

La discussione era scemata poi in fretta, per via del tempo tiranno e della necessità di andare a studiare; tornando a casa Sophia ripensò alla chiacchierata fatta qualche tempo prima sul voto ai 16enni, di cui la politica italiana si era occupata un po’ di sfuggita. I suoi genitori pensavano che fosse giusto in linea di principio ampliare il diritto di voto ai giovani dai 16 anni, ma che i 16enni della società attuale non sono abbastanza informati sulle questioni che poi condizionano la loro scelta di voto (leggi qui una ricapitolazione e interessanti pareri).

La situazione creatasi a scuola e il confronto con i suoi compagni le avevano fatto capire a cosa si riferivano, nonostante con loro avesse rivendicato l’impatto del movimento giovanile del Fridays for future e non solo, ma le venne spontaneo chiedersi: gli adulti, gli anziani, i diciottenni, quanto sono consapevoli e quanto si informano prima di votare? Se lo fanno, come lo fanno?  




Viaggio nel Rojava, il luogo dell’utopia

Viaggi nel tempo: siamo davvero dove vorremmo?

Anche quella mattina era iniziata con un autobus pieno, musica nelle orecchie e voglia di parlare con gli altri pari a zero. “è possibile che tutte le giornate di tutti noi, stipati in questa scatola sulle ruote, debbano iniziare così?!” si era chiesta Sophia anche quel giorno, nel cercare quanto meno uno spiraglio tra la gente e guardare fuori dal finestrino. Purtroppo quella mattina non le è neanche concesso questo e si rassegna a sbirciare lo schermo del ragazzo al quale si ritrova appiccicata..”viaggi nel tempo: siamo davvero dove vorremmo?” legge dalla sua ricerca google. 

“Chissà come mai questo alle 7.30 cerca su internet teorie sui viaggi nel tempo”, si chiede, ma quante volte si era chiesta anche lei se il qui ed ora fosse proprio il dove e il quando in cui desiderava trovarsi? E quante volte con le amiche, con una risata un po’ malinconica si erano chieste: siamo davvero dove vorremmo? Tante… e le sarebbe piaciuto poter guardare come un film tutti i “cosa sarebbe successo se…” dei vari bivi esistenziali in cui era incappata. 

Viaggi nel tempo… segna sul taccuino, in una giornata di inizio ottobre diretta verso la scuola. Una volta arrivata, nell’attraversare l’ingresso si ritrova il solito volantino tra le mani, senza neanche realizzare da dove provenga… “RISE UP 4 ROJAVA” è la prima cosa che legge e così capisce che qualcosa sta succedendo in quel posto di cui aveva scoperto l’esistenza per caso qualche mese prima. 

1) Che cos’è il Rojava

Un giorno di marzo aveva visto girare una storia, sempre accompagnata da una citazione che le era rimasta scolpita dentro: “Ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Era la storia di un ragazzo toscano, di nome Lorenzo, che era morto combattendo in un posto molto lontano da casa sua e forse anche in un tempo diverso, scandito da ritmi, priorità, verità, così lontane da quelle cui ci approcciamo di solito, da sembrare proprio il frutto di un viaggio nel tempo. Così quella frase, letta qualche ora prima, era tornata a balzarle in testa da sola: “viaggi nel tempo: siamo davvero dove vorremmo?”

Le ore di quella giornata di scuola passarono molto lentamente, mentre Sophia si sentiva un po’ estraniata e cercava su internet le informazioni necessarie a capire cosa stesse succedendo in Rojava, quel posto dove aveva scoperto che l’utopia stava diventando realtà da ormai 7 anni grazie alla lotta di donne e uomini combattenti. Queste persone, per la maggior parte appartenenti al popolo Curdo, agivano e lottavano ogni giorno per realizzare e far crescere il confederalismo democratico, che permetteva a persone di provenienza, etnia, cultura, credo religioso, lingua diversi di vivere insieme nel rispetto di tutte e tutti e dell’ambiente in cui viviamo, la natura. Dunque in questo pezzo di mondo a sud della Turchia, lentamente conquistato pezzetto dopo pezzetto combattendo contro l’organizzazione terroristica dell’Isis, stava avvenendo una rivoluzione politica, sociale e culturale, che metteva al centro i valori dell’ecologia, della parità di genere tra donne e uomini e della democrazia paritaria autogestita

Combattenti curde in un momento di riposo. La lotta che conducono è contro l’Isis e a difesa della loro rivoluzione.

2) Se se ne vanno gli americani…

Nelle ore di scuola Sophia aveva scoperto che tutto questo era in pericolo per via della decisione del Presidente americano Trump di ritirare gli aiuti forniti ai curdi per sconfiggere l’Isis e che dopo questa decisione il presidente turco Erdogan aveva deciso di attaccare le zone del Rojava. All’uscita a stento saluta gli altri e prende la via verso casa con un nodo allo stomaco e una camminata veloce, quasi si trattasse di scappare da qualcosa che era ormai dentro di lei, la verità. “Altro che pranzo!” pensò… e scappò via verso casa di Cloto scrivendo di corsa un messaggio “Ciao mamma, non torno ci vediamo dopo.”

All’arrivo suona al citofono e sale le gradinate immaginando già la mezza ramanzina per essersi presentata senza preavviso, il tipico teatrino che mettono sempre su come se non succedesse di continuo e come se Cloto non fosse poi contenta di interrompere bruscamente le sue faccende, le sue letture, la sua musica; puntualmente travolta dall’”emergenza” di turno, divenuta tale sulle corde della vita interiore di Sophia, così sensibili agli smottamenti d’aria del vento che soffia sulla vita che scorre. Ma stavolta il prevedibile non prende la forma della realtà, perché Cloto l’aspetta sulla soglia e appena la vede le dice: ”Sei qui per il Rojava, vero?”.

Anche Cloto dunque è allertata dalle notizie di questa giornata di inizio Ottobre e per quanto Sophia fosse abituata a vederla assegnare ai problemi che di solito gli adulti accantonano con rassegnazione o affrontano con saccenza, l’urgenza e il peso che anche lei gli attribuiva, la stupisce vedere così tanta preoccupazione, accompagnata da una specie di blocco sul volto, che gli dà una nota sofferente. Mancano un paio d’ore al presidio che è stato organizzato in estemporanea, pubblicizzato dal volantino con cui era iniziato tutto, ovviamente ci andranno insieme e l’attesa è riempita da lunghi silenzi. In fondo Sophia sperava di trovare un po’ di conforto al suo dramma, ma si ritrova a capire quanto sia semplicemente reale. 

3) Quanto è reale un’utopia

Stesa sul divano ricerca la lettera che quel ragazzo toscano aveva scritto per annunciare la sua morte, quella lettera che le aveva permesso di scoprire il mondo altro che in quel preciso istante iniziava a svanire, in Rojava. Nel rileggerla si accorge che qualcosa è cambiato in lei rispetto alla prima volta: la serenità con cui Lorenzo parlava di assenza di rimpianti e di sorriso sulle labbra le era sembrata allora davvero lontana, ma ora la scelta di quel ragazzo e i messaggi che aveva mandato al mondo con le sue parole, le arrivavano dritti al cuore e le creavano insieme l’orlo del pianto e l’impossibilità di stare ferma. “Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo di ciascuno di noi si può fare la differenza” aveva scritto Lorenzo, e poi: “ricordate che ogni tempesta comincia con una goccia. Cercate di essere voi quella goccia.”  Ecco, a quel punto l’impossibilità di stare ferma diventa desiderio di non essere affatto nel luogo in cui è e le torna in mente l’inizio di quella giornata incredibile, quando ancora assonnata aveva letto sullo schermo di chissà chi “viaggi nel tempo: siamo davvero dove vorremmo?”. 

Tutto questo riesce a rompere il silenzio tra Cloto e Sophia, che si trovano rispettivamente a fumare pensosa guardando alla finestra e a girovagare senza pace per il salone. 

Sophia rompe il silenzio: “Io non so se sono davvero dove vorrei, in questo momento mi sembra di avere più di un milione di motivi per essere o essere stata a combattere a sostegno del popolo Curdo … mentre lo dico mi sembra assurdo, ma se non lo fosse poi così tanto?!” 

“Non lo so come sarebbe se fossimo state lì” risponde Cloto “in tanti partono per contribuire alla realizzazione di una società veramente giusta, rischiano tanto, rischiano tutto, ma se credono così tanto nel mondo che si costruiva nel Rojava è evidente che non avessero nulla da perdere in questo”

“E io sono così, Cloto?”

“Non posso rispondere a questa domanda al tuo posto Sophia, forse è presto per capirlo o forse è il tempo di capirlo.”

“Ma perché fa così male tutta questa storia?”

“Perché stanno bombardando la speranza, ecco perché.”

Un’adolescente sventola la bandiera del Kurdistan



Il cambiamento sta arrivando

1) Greta Thunberg al vertice delle Nazioni Unite nel 2019

Settembre, anche quest’anno il cambiamento sta arrivando. Ormai la scuola è iniziata da qualche giorno e quella che sarà presto la classica, inesorabile routine dell’anno scolastico sta prendendo forma: l’orario è quello definitivo, gli allenamenti riprendono dopo la preparazione e la sera il sole cala sempre più presto. «Il cambiamento sta arrivando », pensa Sophia: dai rami degli alberi non più il verde sgargiante, ma mutevoli colori caldi danno vita alla luce e all’essenza dell’aria in città. Sophia adora che le cose cambino, anche l’estate e la sua vitalità hanno finito per stancarla; adora che stia arrivando un tempo dal ritmo più lento, per attraversare e farsi attraversare dal cambiamento a tratti piacevole dell’arrivo dell’autunno. Un pomeriggio di fine settembre Sophia viene incuriosita dal ripetersi di un video: al centro dell’inquadratura c’è una ragazza vestita di rosa, evidentemente arrabbiata, che parla a un non precisato “voi”. Questi “voi” sarebbero colpevoli, secondo la ragazza che si chiama Greta, di un’estinzione di massa. Ed ecco che la frase, che Sophia aveva detto dentro di sé nel lasciarsi cullare dall’arrivo dell’autunno, viene pronunciata anche dalla ragazza del video: «il cambiamento sta arrivando! » [guarda qui il video]

Il suo tono è evidentemente preoccupato, forse un po’ minaccioso e non ha nulla a che vedere con il fare pensoso con cui Sophia guarda le foglie ingiallire dalla finestra della sua camera. Con una rapida ricerca su internet, Sophia collega il volto della ragazza del video a quello di Greta Thunberg, di cui ha sentito parlare parecchie volte negli ultimi mesi. Sa già che Greta è una ragazza svedese di 16 anni, che ha ispirato la nascita di un movimento giovanile globale chiamato Fridays for the future [qui i dettagli su come è nato]. Nel video Greta viene ripresa durante il suo intervento all’interno del vertice delle Nazioni Unite [ONU], tenutosi a New York.

2) Le manifestazioni dei Fridays for Future

Durante la cena Sophia condivide con i suoi genitori la notizia, scopre che anche loro hanno guardato il video e che questa giovane ragazza li ha stupiti: solo 12 mesi fa era da sola a iniziare questa protesta, con un cartello in mano e tanta indifferenza che le passava davanti. Ogni venerdì del mese scioperava davanti al Parlamento Svedese e piano piano, quasi verso l’inverno, la notizia di questo suo gesto puntuale e costante aveva raggiunto anche l’Italia. Sophia e i suoi genitori avevano così partecipato, insieme, al primo sciopero globale per il clima del 15 marzo 2019. Proprio nei giorni in cui Greta si trova al congresso dell’ONU in America, in tutto il mondo vengono organizzati scioperi e manifestazioni per chiedere a chi ha il potere politico di intervenire per arginare la crisi climatica. Sophia partecipa di nuovo alla manifestazione insieme ad alcuni suoi compagni di classe e di nuovo, come a marzo, ha la sensazione che il messaggio che lei e i suoi coetanei stanno portando in piazza è vitale, tanto che sono tanti gli adulti ad accompagnarli, incoraggiarli, sostenerli; le capita di pensare al riscatto che hanno la possibilità di avere, loro, “quelli che sanno stare solo davanti al telefono”.

“Il cambiamento sta arrivando!”, questo è il grido che in migliaia lanciano da tutte le città d’Italia, è un grido tragico ed è lo stesso che Greta Thunberg ha gridato all’ONU, ma è anche l’affermazione di una generazione, la sua, che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità, in barba a tutte le persone di potere che da almeno 20 anni non affrontano questo problema e non creano soluzioni reali [qui alcuni dati].

Con questi pensieri Sophia torna a casa, dal suo letto riguarda le stories su Instagram di amici e compagni che erano lì, anche se non li aveva incontrati, racconta ai suoi genitori dell’adrenalina che la invade e di quanto non andare a scuola sia stato giusto, vista la riuscita del corteo e la risonanza della notizia. Infatti, quella sera ai racconti di Sophia si aggiungono immagini del telegiornale che mostrano tante altre città invase da questa onda di giovani preoccupati per il futuro, perché in fondo è proprio di questo che si tratta: il loro futuro è nelle mani di qualcun altro.

“Our Future In Your Hands” è uno degli slogan più diffusi delle manifestazioni per la crisi climatica.

3) La reazione degli adulti

Con il passare dei giorni, sul finire di questo settembre che procede sfociando in un ancor più colorato ottobre, questo messaggio universale, apparentemente incontrovertibile nella sua disarmante e dirompente urgenza, diviene oggetto di una bagarre in cui diversi personaggi di spicco nel panorama politico e culturale italiano e mondiale, prendono la parola su questo tema.

Questi interventi sono accomunati da un atteggiamento di denigrazione, sfottò, manipolazione rivolto a Greta Thunberg. Ebbene sì proprio lei, la ragazza che nel giro di un anno è riuscita da sola a sensibilizzare milioni di persone su un problema che riguarda la sopravvivenza degli esseri umani, che è sotto gli occhi di chi dovrebbe affrontarlo da 3 decenni, ma che solo ora preoccupa un numero sufficiente di persone da non poterlo più ignorare. Una su tutte l’opinione di Massimo Cacciari, il cui volto è spesso al centro dello schermo televisivo intento ad esprimere opinioni sull’attualità: « è importante che Greta vada a scuola », dice, «non è così che si cambiano le cose.»

Sophia è particolarmente stupita da questo atteggiamento, che a quanto le dice sua mamma è portato avanti da alcune testate giornalistiche italiane, non solo da singole persone. Lo stupore si trasforma presto in rabbia, una rabbia grande che nei giorni la rende aggressiva e intollerante con tutti, in particolare con gli adulti. C’è solo un posto dove può trovare rifugio e una persona che ascolterà tutto ciò che c’è dietro ogni sua parola: Cloto.

Uscita da scuola corre da lei, spera in un pranzetto e in po’ di pace, sa che non rimarrà delusa. Delle lunghe chiacchiere, dello sfogo di Sophia per l’attacco paternalista cui è soggetta la sua intera generazione, dopo qualche ora rimane la presa di coscienza di una verità un po’ triste. «Voi avete paura » – le dice Cloto – «perché i vostri sogni sono in un futuro che rischia di non arrivare mai, e questo non potete certo ignorarlo, proprio questo non vi fermerà. D’altra parte, anche questi uomini un po’ barbuti e un po’ panciuti, che pretendono di tenervi nascosti sui banchi di scuola a studiare teorie che loro non conoscono, hanno paura. Se aveste ragione e se aveste potere, le loro ragioni, le loro abitudini, le loro lauree, i loro soldi, il loro prestigio, diventerebbero nulla di fronte alla semplice, basilare, istintiva necessità di sopravvivere in un mondo che loro non hanno saputo curare

«Ma come può la paura renderli così ciechi e così aggressivi se noi vogliamo solo avere un posto in cui realizzarci, lo stesso posto in cui loro stessi rischiano di non poter sopravvivere? » chiede Sophia.

«È la paura di cambiare, ed evidentemente può tutto. Chi non ascolta non cambia, chi non cambia non si stupisce, neanche di fronte a milioni di giovani uniti dalla causa comune di un futuro da salvare. Le due fazioni di questa battaglia hanno entrambe paura: contro questa paura una fazione cerca e pretende soluzioni, l’altra attacca il nemico, perché evidentemente non sa cos’altro fare.»