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Cosa c’è da festeggiare al Pride?

È giugno e un pomeriggio in casa con aria condizionata, buona compagnia e chiacchiere interessanti è uno dei rimedi migliori al caldo in città. Sophia è rimasta da Cloto, la sua “amica senza età”, come lei ama chiamarla, ma di quella età che i capelli sono imbiancati dal tempo. Dopo pranzo sono sedute sul divano a bere il caffè e Sophia le racconta di un’interessante esperienza accaduta qualche giorno prima: stanca di sentire e leggere battute poco simpatiche sulla manifestazione che si tiene ogni anno a fine giugno in tutto il mondo, ha fatto nelle stories di Instagram una domanda per vedere cosa ne pensa le gente, così ha chiesto: “cosa c’è da festeggiare al Pride?”. 

«Ma come mai» – le chiede Cloto – «hai fatto proprio questa domanda?»

S: «Già lo scorso anno sono stata sommersa da pensieri contrastanti riguardo alla manifestazione, io volevo andarci ma alcuni miei compagni di classe e amici di amici hanno iniziato a prendermi in giro. Per non parlare del padre di Carlotta che mi era un sacco simpatico fino a quando un giorno, a tavola, ha iniziato a dire che “se i gay vogliono più diritti non li otterranno di certo con queste manifestazioni in cui ostentano le loro trasgressioni”. Io gli avevo detto che la trovavo una bellissima festa e che sarebbe stato divertente, ma lui mi aveva interrotto chiedendomi “ma cosa c’è da festeggiare al Pride?”»

A questo punto Sophia, inaspettatamente, tira fuori dallo zaino una lista che ha scritto proprio la sera in cui il padre di Carlotta le ha fatto quella domanda, così un po’ per gioco un po’ per non trovarsi più impreparata di fronte a queste domande. Il titolo della lista che Cloto si trova tra le mani è “I MOTIVI PER CUI VALE LA PENA DARE UNA FESTA” e nell’elenco figurano:

Compleanno 
Buona pagella
Esame andato bene
Riti liturgici vari (prima comunione, cresima, matrimonio)
Laurea
Ritorno di un amic* da lontano
Guarigioni
Promozioni
LA FELICITÀ

Cloto sorride, con questa lista stropicciata davanti e la faccia provocatoria di Sophia che spunta da dietro, «quanto sono belle le nostre “feste della felicità”?» le dice Sophia compiaciuta di aver inserito la principale motivazione che la spinge a far festa, fin da quando Cloto ha introdotto nella sua giovane vita di bambina il rito della “festa della felicità”. Ogni volta si festeggia in maniera diversa e, con gli anni, le mangiate di nutella si sono trasformate in musica alta e salti sul divano e poi il Sushi, pizze all you can eat e maratone di serie tv. Niente di speciale, solo il giusto riconoscimento e un rito imperdibile per celebrare i momenti in cui nella vita ti va tutto bene e senti quella fuggevole ed eterea sensazione di felicità, «da prendere e infilare nei ricordi, per sapere dove andarla a cercare», così le aveva insegnato Cloto. 

Tra le risate e i ricordi delle ultime simboliche “feste della felicità” a Cloto torna in mente una curiosità insoddisfatta: «si può sapere cosa hanno risposto su Instagram alla tua domanda “cosa c’è da festeggiare al Pride?”»

 

1) Educazione sessuale ed affettiva, perché sì?

Sophia si incupisce, abbassa lo sguardo e dice: «Non so se vuoi saperlo, il mio esperimento non è andato tanto bene. Le risposte le ho tenute tutte private perché la gente ha detto delle cose che definirei irrilevanti, offensive e comunque lontane dal motivo per cui avevo fatto quella domanda. In sostanza le risposte che ho ricevuto sono lo specchio di quello che succede continuamente tra di noi, in classe e quando usciamo. “Frocio” è una delle offese che più fa ridere i miei amici, la paura di essere lesbiche attraversa tutte le ragazze, che quanto più stanno bene tra di loro tanto più vengono additate così dagli altri, con questa insinuazione che suona come un’accusa. In effetti, se non conoscessi persone che hanno avuto esperienze omosessuali o che sono omosessuali penserei anche io che non c’è niente da festeggiare al Pride.»

C: «Tu sei decisamente fortunata a conoscere queste persone, ma non c’è proprio speranza che vi parlino di queste cose a scuola?»

L’educazione sessuale ed affettiva contribuisce allo sviluppo della persona e serve a instaurare relazioni rispettose ed appaganti. Accedervi è un diritto, ma non va scambiata con l’educazione alla salute e alla contraccezione, questi sono solo alcuni dei temi di cui si occupa l’educazione sessuale.

Da decenni Cloto spera che a scuola si parli di sessualità e ci si occupi sistematicamente di educazione sessuale ed affettiva, ma non era così nel passato e ancora oggi solo in alcuni sporadici casi vengono introdotti dei laboratori a discrezione del Dirigente scolastico. L’Italia è tra i 6 paesi dell’Unione Europea a non avere l’educazione sessuale obbligatoria a scuola, mentre l’ONU riconosce l’accesso all’educazione sessuale come uno dei diritti umani fondamentali. Secondo quanto stabilito da questa decisione ogni individuo ha il diritto di avere accesso alle informazioni che riguardano il proprio corpo, non solo dal punto di vista biologico e anatomico, ma anche del piacere proprio e dell’altra persona. Una guida alla scoperta di ciò che ci piace e alla relazione rispettosa con il corpo dell’altro, lasciando spazio alle sensazioni dei ragazzi e delle ragazze fuori da ogni pregiudizio, toglierebbe probabilmente la parola “frocio” dalle offese più diffuse e dalle battute più divertenti. 

«Tu dici che l’educazione sessuale a scuola cambierebbe qualcosa?»-chiede Sophia un po’ stupita dalla domanda precedente – «io vedo solo che imbarazzo a parlare di tutto tra i miei coetanei.» A vedere i suoi coetanei per quello che sono non riesce ad immaginarli diversi Sophia, ma il possibile prende forma quando ascolta Cloto suggerire: «Immagina un’educazione sessuale a partire dalle domande di chi partecipa, un’educazione sessuale che è educazione all’affettività e sentimentale, in cui ognuno chiede ciò che non ha mai osato chiedere e impara a lasciarsi andare senza imbarazzo, impara a rispettare sé stesso e gli altri, per ciò che sentono e ciò che gli piace; non pensi che possa nascere la felicità da momenti del genere? Voi studenti dovete iniziare a pretendere un’educazione sessuale ed affettiva libera: ci sono standard europei che l’Italia non rispetta, che riguardano la tutela dei diritti sessuali per tutti e tutte passando per la parità di genere, il benessere nel piacere sessuale, le scelte riproduttive, la lotta contro la violenza di genere. A parte i dati che parlano di quanto l’educazione sessuale incida sulla diminuzione di gravidanze in adolescenza e di malattie sessualmente trasmissibili, solo scoprendosi e conoscendosi fino in fondo si può essere felici e solo accorgendosi che c’è una grande gamma di possibilità nel relazionarsi con l’altro si può rispettare la felicità altrui. Insomma è come se all’improvviso finissi in una pizzeria che ha nel menù tutti i gusti del mondo e qualcuno ti guidasse alla scoperta di quello che ti fa impazzire, faresti piacevoli scoperte e ti accorgeresti che in pochi avete gli stessi identici gusti. In un’esperienza così impari a rispettare te stesso e gli altri, non è meglio che stare davanti al solito menù striminzito ad ordinare una margherita, senza sapere se è davvero la tua preferita?»

 

2) Cosa c’è da festeggiare al Pride

Sophia è molto coinvolta dalla discussione ed è pronta a ribattere: «Ho capito dove vuoi arrivare, vuoi spiegare cosa c’è da festeggiare al Pride, ma ti assicuro che il papà di Carlotta ti direbbe 1 (e alza il pollice per far partire l’elenco) “che se tutti dovessimo fare una festa perché siamo orgogliosi della nostra identità e della nostra autenticità non si finirebbe più”, 2 (e parte il secondo dito) “che andare in giro nudi non porta a niente se non alla maggiore malsopportazione dei più!” E tu cosa gli diresti?»

C: «Io? Io prima di tutto lo inviterei a fare tutte le “feste della felicità” che vuole per ogni volta che è orgoglioso di se stesso, che fanno bene di certo pure a lui; poi gli spiegherei che se fossimo tutti ugualmente liberi di scegliere con chi stare, senza che nessuno venga a giudicare le nostre scelte, senza che nessuno pensi di offendere gli altri dicendogli “frocio” o “lesbica schifosa”, avrebbe ragione lui. Ma siccome evidentemente non è così, festeggiare per la gioia di essersi scoperti, di perseguire la propria felicità, di vivere con autenticità, nonostante molte persone ti offendano per gli stessi motivi è il minimo, non trovi?» Cloto si interrompe per andare in cucina a prendere la limonata che è rimasta in fresco; nel frattempo Sophia sul divano riguarda la sua lista e tante domande le vengono in mente quando si immedesima in chi è omosessuale oggi come ieri. Deve essere un po’ faticoso essere completamente se stessi e sentirsi dire che “va bene, ma è meglio se lo fai di nascosto”, come se la tua presenza disturbasse, come se i tuoi baci fossero più indecenti di quelli che invece vengono definiti romantici, tra le coppie eterossessuali agli angoli delle strade. In questa visione realisticamente cupa viene proprio da chiedersi cosa c’è da festeggiare al Pride, pensa Sophia… per fortuna Cloto è di ritorno e intercetta quello sguardo imbronciato perso nel vuoto. Sa bene che l’argomento è delicato, che può portare tanta gioia come tanta tristezza e per Sophia, che si fa sempre tante domande e si immedesima negli altri ogni volta, diventa un esperimento per un suo futuro immaginario; perché è proprio lì che si trova, lei, tra i 100 bivi che possono portarla ad essere qualsiasi cosa. 

È così che le chiede spontaneamente, posando la brocca di limonata sul tavolino di legno, «a cosa stai pensando?» La risposta arriva subito, mentre lo sguardo è ancora perso a fissare un punto imprecisato della stanza: «che ci vuole tanto coraggio ad essere felici, altro che no, e avevo ragione a voler andare a quella festa per tutte le volte che ci sono andata, perché mi accorgo solo ora che ho partecipato alla più grande “festa della felicità” di sempre, di quelle che invadono le strade giustamente, perché sono una liberazione dallo sguardo degli altri, dal giudizio degli altri, dalla violenza delle offese, dalle aspettative di molti. Una festa così non può che essere colorata, trasgressiva, eccezionale, perché per un mese l’anno queste persone sono tante, insieme, in mezzo alle strade e possono non aver paura di essere giudicate, aggredite, umiliate. E ti dirò di più, penso faccia bene a tutti partecipare, per celebrare il loro coraggio e farli sentire sempre meno soli.» (qui i dati di una recente indagine in Italia sulle discriminazioni)

«Eccoci qua» dice Cloto felice del fatto che Sophia si sia concentrata sull’aspetto migliore della questione, quello del fare e non del subire, e abbia finalmente trovato la risposta alla domanda tanto diffusa “cosa c’è da festeggiare al Pride?”; così continua: «e pensi che la “festa della felicità” di una persona eterosessuale, sulle cui scelte nessuno discute, nessuno pretende di dire che “è solo una fase”, che non viene cacciata di casa per via della sua relazione, che non viene picchiata per strada per la persona con cui si accompagna o per come ha scelto di vestirsi, che insomma non appartiene a una categoria discriminata, sia uguale a quella di chi festeggia l’orgoglio di non aver avuto paura di essere sé stesso?» La domanda di Cloto è retorica, Sophia sa che la risposta è no, che chi scende in strada a dire «io non ho avuto paura di essere felice» si diverte e festeggia ed è libero di farlo come crede, in quel mese all’anno, in quel giorno all’anno, insieme a tutti quelli che come lui/lei si trovano lì e non fanno male a nessuno. Reagire all’ingiustizia di essere discriminati e oppressi ballando e cantando non è poi così grave, a pensarci, e al papà di Carlotta di turno che chiede “cosa c’è da festeggiare al Pride?” bisognerebbe domandare se gli è mai stato impedito di essere sé stesso e cosa avrebbe fatto in tal caso. 

 

3) I diritti e la legge sull’omolesbobitransfobia in Italia

«Molte persone non sono abituate ad accorgersi di come si sentono gli altri, così trovano più semplice giudicare e additare quello che fanno, soprattutto quando escono da ciò che riguarda la maggioranza e che è considerato “normale”.» Cloto commenta ad alta voce la faccenda, che circa ogni anno nel mese del Pride si ripropone uguale, in un dibattito eterno su cosa dovrebbero o non dovrebbero fare le persone che vivono a loro modo la loro esperienza, che esiste, così com’è, e non deve spiegazioni a nessuno. Sophia ripensa a quante volte ha sentito dire che gli omosessuali hanno fin troppi diritti, col fare scocciato di chi vorrebbe non ne avessero neanche uno e chiede «Ma tu cosa ne pensi del DDl Zan?» Cloto risponde di scatto: «E cosa devo pensare? Che siamo in ritardo di 30 anni, il più in ritardo dei Paesi dell’Europa occidentale!»

Cloto aiuta Sophia a fare chiarezza sui diritti che effettivamente hanno le persone omosessuali in Italia, che lavorano e contribuiscono alla collettività tanto quanto le altre, con la differenza che spesso sentono di doversi nascondere, ai colloqui di lavoro, con i colleghi, per strada, nei bar, al ristorante, eppure vivono, amano, stringono legami, come tutti. Le spiega che in Italia le persone omosessuali possono sposarsi solo dal 2016, ma con differenti tutele e differenti obblighi rispetto alle coppie eterosessuali (vedi differenza con unioni civili); se desiderano riprodursi, devono andare all’estero dove è possibile fare la fecondazione assistita o gestazione per altri (ci vogliono diverse migliaia di euro). I figli di queste coppie sono considerati figli di uno solo dei genitori, quello biologico, mentre l’altra persona che ama questi figli, li cresce, li accudisce, è un papà o una mamma, tuttavia formalmente non è nessuno, neanche un parente lontano e non ha il diritto di adottarli (vedi step child adoption). Soprattutto, in Italia le persone omosessuali vengono spesso aggredite, offese, umiliate, discriminate, ma non esiste un modo per denunciare queste aggressioni e vedere riconosciuta la discriminazione dovuta all’omosessualità.

Dopo questa panoramica Cloto arriva al punto: «Il DDL Zan potrebbe cambiare almeno una di queste cose, è una legge che aggiunge l’aggravante di omofobia per le aggressioni e i crimini d’odio. In sostanza, la legge proposta da Zan prevede che le aggressioni rivolte a persone omosessuali o non cisgender vengano punite dal codice penale con un’aggravante, come per le aggressioni dovute a motivi religiosi o etnici (vedi Legge Mancino). In realtà, la legge tutela anche eventuali persone eterosessuali aggredite per il loro orientamento, ma mi sento di dire che le denunce sarebbero quasi pari a zero. Se la legge passa si prende atto ufficialmente che le persone omosessuali vanno tutelate perché a loro succedono cose che agli eterosessuali non succedono, come gli insulti e la paura di parlare di sé in famiglia e al lavoro e in strada; hai mai sentito qualcuno usare “etero” come un’offesa?» 

Sophia sorride, quasi quasi preferirebbe rispondere di sì, ma non è questo che succede nella realtà, dove le persone eterosessuali non vengono discriminate per il loro orientamento sessuale, ma spesso si chiedono cosa c’è da festeggiare al Pride, dal punto di vista di chi fa con serenità ciò che ad altri costa una lotta quotidiana. «Perché per alcuni deve essere così difficile essere felici?» chiede alla fine Sophia con un po’ di magone.

 «Non so perché» le risponde «ma so che amarsi e lasciarsi amare è l’impresa più coraggiosa di tutte: chi si ama troverà sempre qualcuno ad amarlo. Se ti ami per ciò che sei, non c’è festa della felicità più grande che tu possa fare, a quel punto le tristezze si rimpiccioliscono quasi fino a sparire e scendi in strada tutto colorato, pieno di vita e pronto a sorridere a tutti, anche a quelli che ti vorrebbero diverso.»




Dare il voto ai sedicenni e finirla con il paternalismo

Il mese di marzo è di nuovo uno spettacolo che guardiamo fuori dalla finestra, affascinati dal trasformarsi di alberi spogli in rigogliosi e colorati cespugli di fiori e di foglie. In Italia questo marzo vede rispuntare, come le nuove foglie sui vecchi rami, il dibattito sull’opportunità di dare il voto ai sedicenni. Tutto succede perché il partito di centro sinistra (Partito Democratico) cambia improvvisamente il segretario, ovvero il leader: all’inizio del mese Nicola Zingaretti si dimette, così dopo qualche tempo la persona che prende il suo posto parla di nuove proposte e nuove idee, tra cui spicca quella di dare il voto ai sedicenni. Come non parlare di questa notizia in un casalingo sabato sera con ospiti a cena? In realtà l’ospite è una ed è molto speciale, tanto da tenere in cucina Sophia e i suoi genitori tutto il pomeriggio, ascoltando musica e godendosi un po’ di tempo insieme dopo essersi ignorati a lungo nei giorni precedenti, i malumori della chiusura in casa sono per tutti.

Cloto, l’amica che ha già vissuto 4 volte gli anni di Sophia e che custodisce i suoi pensieri, quella che tante volte le ha aperto la porta per un pranzo improvvisato, con cui condivide pigiama party da molti anni, arriva puntuale alle 18.30; per potersi godere qualche ora insieme di questi tempi è necessario anticiparsi un bel po’, alle 22.00 c’è il coprifuoco! Sedute in salotto tra gli stuzzichini da aperitivo Sophia e Cloto confabulano un po’ sugli ultimi aggiornamenti dall’ultima videochiamata, quando vengono interrotte da Gaia, mamma di Sophia, che esordisce chiedendo: «avete sentito che Enrico Letta ha proposto di nuovo di dare il voto ai sedicenni? Per te Sophia sarebbe una bella opportunità! Ti piacerebbe andare a votare, vero?» 

Sophia è un po’ scettica sull’impatto che un singolo voto, il suo, può effettivamente avere sulla realtà del mondo che la circonda, sente che sono più efficaci le mobilitazioni a cui partecipa e che a volte organizza in prima persona. Le piace il senso di condivisione degli stessi principi e gli stessi valori con persone della sua età, capaci di riempire piazze intere. Tuttavia, ha già avuto modo di capire che questi movimenti e  tutte le mobilitazioni avviate per cause giustissime vengono liquidate con grande semplicità visto che i protagonisti non hanno potere elettorale

Il grande esempio è quello del movimento Fridays for future, al quale ha preso parte fin dal primo sciopero nel 2019 e che è cresciuto esponenzialmente in tutto il mondo, coinvolgendo persone di tutte le fasce d’età, ma rimanendo un movimento principalmente giovanile. Nonostante le rivendicazioni di Friday For Future, unite a quelle di Extinction Rebellion, si basino su verità scientifiche ampiamente dimostrate e nonostante sia in ballo il futuro di un’intera generazione che sta provando a immaginarselo, nonostante tutto, le roccaforti del potere a livello globale non fanno nulla per rispondere efficacemente a queste richieste. Inizialmente c’è stato scetticismo, poi un benevolo “occupatevi della scuola, ci penseremo noi”, poi le promesse di una rivoluzione Green che non mette assolutamente in discussione i veri problemi alla base dell’emergenza climatica, e in Italia l’impossibilità di coinvolgere i giovani nella gestione del fondo europeo stanziato apposta per il loro futuro. Questo è tutto quello che Cloto ama chiamare “pacche sulle spalle”. «Non è vero, forse?» chiede Sophia «che sono tutte pacche sulle spalle? Grandi applausi per la consapevolezza delle nuove generazioni, ma niente che le prenda seriamente in considerazione, questo è perché non votiamo!»

«Purtroppo Sophi» le dice Andrea dal divano di fronte «se anche votaste sareste troppo pochi, ma non lo dico affatto per scoraggiarti, solo che il peso che i giovani possono avere in Italia è sempre relativo con una popolazione così anziana. La fetta di popolazione che ha peso politico con l’insieme dei propri vuoti è fatta di gente che ha più di 50 anni e i cambiamenti accelerati del nostro tempo stanno creando delle voragini tra una generazione e l’altra. Non so se dare il voto ai sedicenni sposterebbe di molto le direzioni di proposte e azioni politiche, ma penso che sarebbe un’occasione quanto mai concreta per farvi ascoltare.» Il padre, con cui Sophia è andata alle manifestazioni per aprire le scuole negli ultimi mesi, è un grande sostenitore delle sue battaglie, anche se a volte un po’ troppo pessimista per i suoi gusti. Nonostante questo si è sempre attivato per ascoltare prima di tutto ciò che Sophia e la sua generazione cercano di esprimere, per poi sostenerli con la sua presenza, ma anche infilandosi, insieme a Gaia, in scomode discussioni con i suoi amici, pronti a liquidare tra battute di cattivo gusto tutto l’impegno di giovani che alla paura per il futuro hanno aggiunto nell’ultimo anno la paura per il presente. 

Proprio perché ha partecipato alle manifestazioni del movimento che si batte per scuole aperte e sicure durante la pandemia, il papà di Sophia sa che i giovani uniti in “Priorità alla scuola” hanno dimostrato che gli adolescenti riconoscono l’enorme valore della scuola, ma anche che hanno le idee molto chiare su quello che la scuola dovrebbe dare loro, coinvolgendoli maggiormente con una orizzontalità che permetterebbe di approfondire tutto ciò che è prioritario dal loro punto di vista e esprimersi in continue sperimentazioni sulle loro idee. 

«Mi viene da dire che farei volentieri a meno di spartire il potere del mio voto con generazioni così retrograde» continua Sophia dopo l’osservazione che suo padre ha fatto sui cambiamenti di questo tempo «sento che a volte provo un astio incomprensibile per gente così scollegata dal mondo da sostenere che la parità di genere è già realtà, che l’omosessualità è una malattia, totalmente inconsapevole di tutti i progressi dovuti agli studi di genere e incapace di renderli realtà con tutele, diritti, rappresentatività; per non parlare dell’incapacità di accettare la multiculturalità del mondo costretto a muoversi su strade tutte nuove. Quel tizio lì, Enrico Letta, ha anche parlato della legge sullo ius soli che sarebbe non solo giusta, ma anche urgente, perché di persone nate e cresciute in Italia senza cittadinanza e senza diritti ce ne sono veramente tante. Ma anche quelli che si sforzano di far finta di avere una mente aperta non ce la fanno a seguire i passi che la nostra società potrebbe fare in avanti.»

«Avere un profilo Facebook non ti ha fatto bene secondo me» le dice Gaia mentre si mettono a tavola per mangiare la pasta al forno fumante. «Ma infatti odio ogni giorno di più tutto quello che ci leggo, dovrei disintossicarmi» risponde Sophia sorridendo. Neanche a farlo apposta la tv è accesa su un canale in cui un programma di attualità politica incentra la sua trasmissione sul tema del voto ai sedicenni, in sovraimpressione gira in maiuscolo la frase “È GIUSTO DARE IL VOTO AI SEDICENNI?” Ovviamente a parlarne ci sono tutte persone che tendenzialmente hanno dai 50 anni in su, a maggioranza maschile. Facendo una breve sintesi di quello che emerge dalle loro opinioni, ascoltate senza troppa attenzione tra una portata e l’altra, emerge che i giovani di 16 anni non sono abbastanza maturi, che non si informano e non capiscono come funziona la società, per cui dare loro la possibilità di votare sarebbe avventato, uno sbaglio che rischia di ingrossare le fila di quei movimenti populisti, che con i loro messaggi sono capaci di convincere i più immaturi.

Ormai al dolce, decisamente alla frutta per via delle considerazioni emerse in tv, Cloto si trova un po’ indispettita dal tema del voto ai sedicenni, o meglio dal modo in cui ne ha sentito parlare al di là dallo schermo: «Quanto paternalismo nella frase “non capiscono come funziona la società” in un mondo di adulti che è stato completamente travolto dalle fake news online, al punto di stravolgere gli equilibri della politica mondiale.» I genitori di Sophia se la ridono, questo fenomeno li ha molto colpiti e per quanto si sforzino di non essere giudicanti verso tanti loro coetanei che ci sono caduti con tutte le scarpe, spesso si ritrovano a ironizzare su di loro. Cloto continua «i nativi digitali sono molto più in grado di noi di distinguere le informazioni che trovano su internet, spesso sono molto meno ingenui e vulnerabili di noi, ma siamo sempre noi, che nativi digitali non siamo, a dire alla tv se è giusto o non è giusto dare il voto ai sedicenni. Queste generazioni mi sembrano avanti anni luce rispetto alle scorse, i movimenti che sono riusciti a creare lo dimostrano, la consapevolezza di molti di loro sui temi di cui parlava Sophia è sorprendente, come possiamo continuare a trattarli da bambini? Anche la formulazione che viene proposta dai media ci parla di quanto saremmo sempre noi a concedere loro il diritto al voto, mi piacerebbe che il verbo ‘dare’ venisse sostituito da ‘estendere’. Dunque, se vogliamo estendere il diritto di voto ad altre fasce della nostra popolazione, ma siamo preoccupati del loro livello di informazione, del loro spirito critico, del loro interesse, non possiamo far altro che stimolarlo e interrogarli continuamente su cosa pensano e cosa chiedono. Io penso che se sapessero di poter influire, anche quelli che adesso sembrano disinteressati, prenderebbero maggiormente sul serio la loro partecipazione attiva.» 

Come sempre Cloto aiuta a rimettere in ordine i pensieri di tutti, aggiunge le sue considerazioni e come se fosse una magia li tiene insieme portandoli sempre un passettino più avanti; gli spettatori, questi tre amici sinceri, restano in silenzio quei secondi di troppo che testimoniano la loro contemplazione, il ripetere in testa quello che hanno ascoltato, cercando di trattenerlo un momento di più, per evitare che sfugga via, per sempre, come tutte le cose che sentiamo senza ascoltare. Lo sguardo profondo di Cloto sul mondo è lo stesso che si intravede nei suoi occhi scuri, che si posano incessantemente su ciò che desta la sua curiosità, come api sui fiori; quegli occhi si rivolgono ora alle loro facce silenziose, per rompere il silenzio e segnalare che il tempo è scappato, finito, andato, come Cenerentola dovrà correre via prima che sia troppo tardi.

Prima di dormire Sophia ha voglia di scrivere sul suo diario, la giornata è stata piena di tempo in compagnia, tutto è andato per il meglio nell’incastrarsi della sua vita con quella degli altri, nonostante ormai passi più tempo con se stessa che con le altre persone e non sempre sia facile mettersi in relazione. Alla fine della sua pagina finisce per chiedersi «ma dov’è l’uovo e dov’è la gallina? Viene prima il fatto che io abbia delle cose da dire e che mi interessano o il fatto che mi sono sempre sentita ascoltata e presa in considerazione senza troppi giudizi? In una famiglia più desiderosa di impartire lezioni dall’alto o fatta di persone maldestramente concentrate su di sé, cosa ne sarebbe stato di me?» in fondo alla pagina, mentre continua a pensare e non ha più voglia di scrivere, ripassa qualche frase in grassetto: ASCOLTATECI E FATECI LE DOMANDE GIUSTE!




Le ragazze sono forti! Ma sono sole a portare avanti questa lotta

Sophia arriva al parco nel pomeriggio, incontra le amiche tra una lezione online e l’altra, ormai il senso dello studio in tutto sto casino le sfugge completamente, ma comunque fa qual che deve fare, quasi sempre, va avanti. Questi incontri non sono sempre partecipati, non sempre si riesce a stare bene e a fare qualcosa di bello, come era successo a Natale. Poche sono le cose da raccontare, poca la voglia di pianificare situazioni che poi non si realizzeranno, non c’è nessun orizzonte da contemplare. Giocare a carte e bere qualche birra sono la soluzione migliore per riempire il tempo di una qualche allegria.

Mentre Laura dà le carte Sophia racconta: «Ieri in giro per casa ho visto la copertina del giornale settimanale con un titolone super colorato ed esplosivo, diceva “le ragazze sono forti”»

«Ma in che senso scusa?» chiede Claudia che si è messa faccia al sole a godersi la primavera.

«Boh sembra che in occidente sia fichissimo essere una ragazza, che siamo tutte amiche e abbiamo l’attivismo nel sangue. Ma  che fatica portare avanti questa lotta, tutti ci guardano, c’è chi ci critica, chi ci applaude e intanto ci lasciano sole.»

«Non capisco però a cosa ti riferisci», chiede Laura che ha seguito a malapena le parole di Sophia mentre tardava a giocare la sua carta.

«Semplicemente mi riferisco al misto tra euforia e ansia che provo quando mi vesto come mi pare. Al disagio che mi viene di fronte a un complimento che non vorrei ricevere, che poi sto a coprirmi per i successivi venti giorni. Saremo pure forti, ma ci tocca ancora portare avanti questa lotta, la lotta contro lo sguardo e la parola di troppo, ma soprattutto contro un sacco di aspettative che dipendono solo da un semplice e banalissimo cromosoma.»

«Non lo so» dice Laura pensierosa, rassegnata a riprendere il gioco quando questa discussione sarà finita, «io tutta sta fatica non la vedo, mi sembra anche strano sentir parlare di lotta, contro cosa lottiamo? Mi fa venire più ansia pensare che ci sia un nemico che non quella di beccarmi una battuta sul mio sedere.»

Sophia ha un’esperienza molto diversa da quella della sua amica, le è capitato più volte di tornare a casa in lacrime senza capire perché, così le dice: «a me la battuta sul mio sedere mi fa stare veramente male, mi chiedo proprio perché succeda una cosa del genere, capisci? Cioè io giro, cammino, vado, passo, e il mio corpo è oggetto di giudizio, di sguardi non voluti, che fatica! Ma la cosa che più mi fa arrabbiare è che in quei momenti, quando esco vestita con dei jeans più attillati o con parti del corpo scoperte, mi sento appiccicato addosso un senso di disagio che proprio non saprei spiegare.»

Interviene Claudia, che ha cambiato posizione per guardare in faccia le amiche e parlare di questo tema che anche lei prende molto sul serio: «Io Sophi ti capisco, anche io mi sento così. E anche io penso sia pesante portare avanti questa lotta, è tutto così invadente e personale che mi chiedo perché nascere donna deve portare con sé tutto questo disagio.»

Laura ci pensa un po’ su, a lei non è mai capitato di sentirsi come dicono di essersi sentite le sue amiche, non vuole sottovalutare la loro esperienza, però riporta la sua: «non mi sembra così strano che ci guardino e ci giudichino e che noi facciamo di tutto per sentirci belle ed essere considerate belle, d’altronde non mi sembra ci siano messaggi molto contrastanti con questo, da quando sono piccola mi piace sentirmi bella.»

Sophia capisce a cosa si riferisce la sua amica, essere donne ed essere state delle bambine mette in comune tante cose, lei però sente di aver capito una cosa nell’ultimo periodo: «Sono d’accordo Laura e secondo me non c’è niente di male a volersi sentire bella, però vorrei poterlo fare rispetto a ciò che io considero tale, a come sto più a mio agio con me stessa, senza avere addosso miliardi di occhi che valutano questa bellezza. Quando parliamo di portare avanti questa lotta non ci riferiamo a un particolare nemico, sicuramente non ci riferiamo all’uomo maschio come nemico, stai sicura. A me è ormai molto chiaro che non è il singolo maschio il problema, ne tantomeno il mondo dei maschi, mi sembra che il problema sia ovunque e portare avanti questa lotta significa immaginarci un mondo completamente nuovo, che vada oltre le aspettative sul nostro corpo di donne e sulla nostra esperienza, per quanto mi riguarda togliere le aspettative anche dall’esperienza maschile non farebbe che accelerare la risoluzione del problema, però a questo devono pensarci loro.»

Claudia sta ascoltando, intanto le viene in mente una cosa che ormai sembra passata, ma che l’aveva fatta stare molto male: «Hai presente il giochino “la trombo o la passo”? Quel gioco per cui si scorrono foto di ragazze e si scrive dove tutti leggono se la trombi o la passi? Io quando ho scoperto questa cosa ho iniziato a star male, quando mi sentivo gli occhi di qualcuno addosso, proprio quando mi sentivo bella, poi avevo un senso addosso come di colpa, di aver provocato lo sguardo del ragazzo in corridoio. Ci ho pianto due notti e poi ho pensato che non ci sto, se vuoi sentirti bella devi essere libera di esserlo per te e di scegliere cosa ti fa sentire così. Insomma il corpo è tuo, non di certo di chi lo guarda, lo scruta, lo giudica, e uguale uguale la tua vita.»

Laura ribatte, le sembra incredibile si dica che non è libera di fare come vuole: «Ok, ma siamo nel 2021, io penso proprio di poter fare quello che mi pare e quando mi pare, chi me lo impedisce?» Claudia risponde: «Te lo impedisce il fatto che ti fai accompagnare quando torni a casa tardi, che la tua autostima è attaccata al filo del giudizio estetico altrui, che se resti incinta abortire è un’impresa, senza contare lo stigma che ti porterai a vita. Ah, dimenticavo, te lo impedisce che se sei vergine sei una sfigata, ma se non lo sei sei una troia.»

Sophia rincara la dose: «Per non parlare del fatto che quando saremo più grandi ci faranno una testa così su quello che si aspettano dai nostri pancioni e con grande facilità rischiamo di dover rinunciare ai nostri sogni, se non troviamo qualcuno con cui smezzare letteralmente a metà tutto il carico del lavoro in casa

Dopo questa raffica di notizie poco confortanti Laura è un po’ confusa, di certo metterle tutte insieme sul piatto fa una certa impressione e lei non ci aveva ancora mai pensato, ma guardandosi intorno non può che trovare conferme, così cerca di cambiare aria: «Ragazze adesso facciamo due passi che il sole è andato via, soprattutto a star seduta mi sale l’ansia…lo sapete che non mi piace parlare di come saremo quando avremo dei figli e un marito!»

«Ma magari non li avremo!», dicono in coro Claudia e Sophia scoppiando a ridere e schiacciandosi un cinque, poi continuano: «o non li avremo come vogliono che li avremo, finisce sempre che il nostro sguardo sul futuro ci infila nel tunnel della famiglia della pubblicità! Ormai di esempi differenti in giro ce ne sono parecchi, proviamo a farci ispirare da qualcosa di nuovo…»

«Va beh sarà dura durissima capire cosa ci andrà di fare, cercando di non lasciarci schiacciare dalle aspettative, questo è chiaro» dice Sophia mentre si siede nel bel mezzo del pratone «ma vorrei sentire di avere davvero la possibilità di scegliere, a volte ho l’impressione che non sia così.» 

Stese sul prato e piene di pensieri le ragazze si godono l’ultima mezz’ora prima di dover tornare a casa, Claudia rompe il silenzio e fa: «Ah, l’altra sera ho visto  Moxie su Netflix, ve lo consiglio davvero, magari nella nostra scuola partisse un gruppo femminista per ribaltare tante delle dinamiche che non ci permettono di essere libere, magari! Se si è in tante a portare avanti questa lotta ci si diverte pure un bel po’!»

«Perché non lo fondi tu un gruppo così alla prossima assemblea?» le chiede Laura

«E perché non tu?» ribatte Sophia

«Ah io non lo farò di certo, ma non escludo affatto di iscrivermi e seguirvi ragazze, anzi vi sarò molto grata se coinvolgerete nei vostri pensieri più persone possibile.» 

Eccole le ragazze del 2020, in molti casi sanno quale lotta portare avanti e sanno anche come farlo, ma il sistema che devono ribaltare per essere libere è talmente grande che a lasciarle sole e a dargli tante pacche sulle spalle non faremo altro che rallentare le loro conquiste, ogni singola persona può fare qualcosa per ottenere i risultati che le ragazze di oggi sperano, non lasciamole sole e iniziamo a rimboccarci le maniche! 




Un Anno Di Pandemia: forse la vita è come un all you can eat

Un anno fa la vita scorreva veloce per Sophia, tanto veloce che spesso le capitava di avvertire un’agitazione fortissima rispetto a tutte le cose da fare e agli impegni da seguire: chat in cui si accumulavano messaggi, appuntamenti da incastrare per i gruppi di lavoro, per le autogestioni, per cazzeggiare, e poi le assemblee, lo sport, i sabati sera, le verifiche e le interrogazioni. A volte di fronte a tutto questo si chiedeva se stesse investendo bene il suo tempo e la domanda delle domande piombava su di lei aumentando il ritmo del cuore: «Sto facendo le scelte giuste?» Da questa domanda partiva un controllo ansiogeno di vari fattori “Cosa faccio” – “con chi sto” – “chi mi piace” – “cosa so veramente fare” – “dove sarò tra 10 anni” – “se quella volta avessi dato retta ora forse non dovrei mentire” – “perché questo insiste tanto” – “forse dovrei rispondergli e vedere cosa succede” – “i miei amici sono sinceri con me?” – “perché non mi ha più scritto”- “ma quella volta mi avrà salutato o no?” – “questa gente mi interessa davvero?” – “chissà se tutte le cose che sono costretta a studiare mi serviranno” … poi d’improvviso qualcosa, qualcuno, una distrazione e si ricominciava a rincorrere il tempo e le occasioni e le possibilità, tra la voglia di arrivare alla fine di tutte queste turbe mentali e quella di non smettere di sentirsi così viva. 

Un anno fa la vita scorreva veloce, poi d’improvviso, sul più bello forse (si è sempre sul più bello quando si vive in un turbine), tutto si è fermato di un colpo. Una domenica di febbraio, dopo aver sentito parlare del Coronavirus diffusosi in Cina da inizio anno, dopo averlo visto arrivare in Italia e isolare nel laboratorio dell’istituto Spallanzani, dopo aver sentito moltissime rassicurazioni sul fatto che non sarebbe arrivato in Europa, nel pomeriggio arrivava la notizia che le scuole sarebbero rimaste chiuse per qualche giorno, poi i giorni sono diventati settimane, poi mesi (i mesi diventeranno anni?). Un anno fa la vita scorreva veloce, poi il brusco stop ha regalato tempo in più a disposizione per i libri, per il riposo, il silenzio e i pensieri; ha la fortuna di vivere in una famiglia che non se la passa affatto male, i suoi hanno continuato a lavorare, la loro casa è abbastanza grande e ognuno ha trovato i suoi spazi; tutte queste cose non sono scontate e Sophia lo sa, la circondano persone così diverse tra loro che non potrebbe ignorarlo. In quei mesi molte cose sono successe comunque e hanno risvegliato il suo interesse, di certo non è stata la DAD a fare questo miracolo, ma ad esempio l’esplosione del movimento Black Lives Matter ha sancito il ritorno in piazza e l’inizio di tante riflessioni sul razzismo diffuso nella cultura occidentale. Oppure la scarcerazione di Silvia Romano in Kenia e il carcere per Nicoletta Dosio le avevano permesso di accorgersi di quanto in Italia sia diffusa l’islamofobia e di scoprire da zero l’esistenza del Movimento No-Tav

Black Lives Matter

Nel mese di maggio del 2020, dall’uccisione immotivata di una persona appartenente alla comunità afroamericana da parte di un poliziotto, si è creata un’onda di rivendicazioni che vuole finalmente abbattere l’ingiustizia ancora presente nelle società occidentali per via del razzismo.

 

Poi c’è stata l’estate, qualche giro al mare e diverse esperienze fatte con gli amici e le amiche, ma subito dopo l’incubo della pandemia è ripiombato nella vita di tutti i giorni, da ottobre ormai sono passati altri 5 mesi in cui le rinunce sono state molte di più delle possibilità e il senso di ansia, insieme alla sensazione di star perdendo occasioni varie da tutti i punti di vista sono cresciuti sempre di più. In questi giorni di fine febbraio è impossibile non riflettere su questo anno che ha inesorabilmente intercettato tutti i piani e tutti i sogni di ognuno di noi, così Sophia affida i suoi pensieri a una pagina di diario:

Caro diario,

un anno fa la vita scorreva veloce per me, neanche mi ricordo che piani avevo per il futuro, ma di certo mi ricordo quella sensazione che ora non ho più. Non penso stia dentro un nome già esistente ma sta bene in tre parole: “tutto può succedere”. Era talmente grande e talmente vera che è successo proprio l’inaspettato, ma io con qualsiasi cosa lo avrei riempito quel “tutto può succedere” meno che con questo. A volte provo a dirmi che lamentarmi in questo modo fa schifo, proprio io che ho una casa grande e il piatto sempre pieno e i miei genitori che vanno pure d’accordo e se voglio lasciano anche che il loro tempo sia riempito dai miei stupidi, mutevoli e drammaticamente drammatici pensieri. 

Eppure io non posso farci niente se mi sento così, come se fossi rimasta fuori dal ristorante con il carrello del all you can eat gratis. Sono fuori, insieme a tutti gli altri e questo un po’ dovrebbe consolarmi, tanto che il carrello che gira che io guardo da fuori in realtà è un sogno, è il sogno di avere la realtà ancora a disposizione, una realtà che mi offre delle cose, le offre a tutti e secondo regole non identificabili ci porta a incontrarci, a ignorarci, a innamorarci, a scoprirci. Invece il rullo non va più, fermo come me che sono chiusa qui dentro da un anno e non so neanche più bene quali sono le materie che preferisco, cosa mi riesce e cosa no, cosa mi piacerebbe fare quando sarà domani, quando sarà poi, quando sarà finita, non riesco neanche a sapere come sarà questo poi. Ho smesso di aspettare, di desiderare, di immaginare tutto quello che potrò fare, troppe volte ho dovuto rifare i programmi, riadattare, ma soprattutto rinunciare e accorgermi dell’infattibilità di qualsiasi piano. Quella  frustrazione non la voglio più, come quando faccio di tutto per vincere a un gioco, mi sembra di mettere in pratica strategie infallibili e poi “bam” l’inaspettato e l’imprevisto mi lasciano in fondo tra i giocatori, in quei momenti mi viene da buttare all’aria il tabellone e vedere le pedine e i dadi rovesciarsi irrimediabilmente. Ma questa volta il tabellone è la mia vita, non c’è via di fuga, a stento posso uscire dalla porta di casa per fare un giro. 

Devo stare attenta, questi momenti mi devastano, come ora questa storia delle varianti del virus sembra far ricominciare tutto da capo, come se fosse un anno fa, come se niente potesse andare meglio. Devo stare attenta perché ogni volta sto peggio, lo vedo, lo sento, faccio una fatica mostruosa a rimettermi a posto, a sentirmi mediamente al passo con queste giornate. Ma come fare ad anestetizzare la vita, la voglia di vedere che succede se metto ciò che sono in mezzo a un qualsiasi evento? Un anno fa la vita scorreva veloce e ora non ci sono eventi in cui mettere chi sono, non succede niente. 

Sono ancora qui, fuori da un ristorante che al centro ha un mega rullo in cui passa qualsiasi tipo di cibo, ne prendi uno e non sai cosa ti perdi di tutto il resto, ma tutto si gioca così, in quell’attimo in cui infili la mano e prendi proprio quello che è lì, in quel momento, quello è l’attimo in cui sei felice e insieme vedi passare un altro bellissimo piatto, che forse avresti voluto di più, speri ripassi, ritorni, che ci sia un’altra chance; poi c’è l’attimo dopo, in cui mangi quello che hai e vedi che succede. Ma il rullo è fermo, il rullo è un sogno, solo le ragnatele lo riempiono ora, lo guardo e mi si svuota lo stomaco, mi manca l’equilibrio, che succede?




Giorni della memoria

1) 27 gennaio: l’occasione di un giorno per parlare dei giorni della memoria

«Come ogni 27 gennaio si celebra oggi il giorno della memoria» inizia così la dodicesima (?! ha perso il conto) giornata della memoria che Sophia trascorre in classe. Questa mattina non è in DAD, vede negli occhi il professore che parla, si gira e può sorridere ai suoi compagni e alle sue compagne di classe, quelli che odia e quelli che ama, tutti le sono mancati per mesi. «Ma partiamo da una domanda: cosa sono i giorni della memoria?» il professore inizia così la celebrazione della data internazionale fissata per commemorare in tutto il mondo i 15 milioni di persone, di cui 6 milioni di fede ebraica, morte a causa della persecuzione nazi-fascista tra il 1933 e il 1945. «Scusi Prof, ma perché dice “giorni della memoria” al plurale?» la domanda che va a interrompere il professore suona di novità, dallo schermo di solito tutto si gioca tra alzare la mano virtuale, avere la parola minuti dopo quando si sta ormai parlando d’altro, oppure rinunciare a intervenire per il rischio di non essere sentiti (“mi sentite?” prima di tutto, e il nervosismo per l’interruzione che sale). Il professore risponde: «Grazie per l’assist Gabriella, vorrei proporvi quest’anno di recuperare alcune giornate di cui non abbiamo parlato ancora e di raggiungere alla fine il giorno per la commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Chiedendoci cosa sono i giorni della memoria impareremo a ricordare cose molto importanti.»

A Sophia è già capitato di pensare che il giorno della memoria rischia di rimanere una ricorrenza vuota, anche quando (diciamo sempre) è accompagnata da commozione e intenzione reale a non ripetere “mai più” un’atrocità del genere. Si trova quindi ad ascoltare con curiosità cosa sono i giorni della memoria, spera in qualcosa di diverso, che pure dia la giusta importanza a tutte le vittime dell’Olocausto, forse il suo professore oggi l’acconteterà.

Inizia dicendo: «vorrei partire dal 24 gennaio, domenica scorsa è stata la giornata internazionale dell’educazione, è una ricorrenza nuova introdotta nel 2019, per ricordarci che l’educazione è un diritto umano fondamentale. Il rispetto di questo diritto ci permette di ottenere che gli individui siano persone, cioè che lo sviluppo della loro umanità sia completo, che sappiano vivere sapendo cosa gli succede dentro, per dirla con Socrate e il suo “conosci te stesso”; che sappiano scegliere chi vogliono essere; che sappiano pretendere e ottenere ciò che gli è dovuto e dare lo stesso agli altri.» Per parlare di questo primo giorno della memoria, il Prof ha organizzato un’attività di gruppo che chiede a tutte le persone della classe di rispondere a una domanda: “cosa vi aspettate dall’educazione?”

 

24 gennaio giornata internazionale dell'educazione

Secondo un’indagine di Save the Children in Italia nel 2018/19 quasi uno studente al secondo anno delle superiori su quattro (24%) non raggiungeva le competenze minime in matematica e in italiano, il 13,5% abbandonava la scuola prima del tempo e più di uno su cinque (22,2%) andava ad incrementare l’esercito dei NEET, cioè di coloro che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale. Questi dati verranno aggiornati e i trend in evidenza risulteranno estremamente peggiorati a causa della gestione dell’istruzione durante la pandemia.

 

Il risultato della mezz’ora di confronto avuto in classe tra tutti gli studenti e le studentesse lo si legge su 4 cartelloni che ora campeggiano sulle mura dell’aula, molte scritte si affollano sul muro:

L’EDUCAZIONE DEVE AIUTARMI A CAPIRE IL MONDO IN CUI VIVO
VOGLIO CHE MI AIUTI A GESTIRE I MIEI PENSIERI E LE MIE EMOZIONI
L’EDUCAZIONE DEVE INSEGNARE A TUTTI IL RISPETTO DELLA DIVERSITÀ
NON VOGLIO ESSERE EDUCAT* VOGLIO ESSERE CAPIT*
L’EDUCAZIONE DEVE METTERCI TUTTI IN CONDIZIONI DI IMPARARE
L’EDUCAZIONE DEVE AIUTARMI AD ESSERE AUTONOM*
VOGLIO IMPARARE A NON MOLLARE
DEVE AIUTARMI A COSTRUIRE LE MIE IDEE E LE MIE OPINIONI
SERVE PER IMPARARE A CHIEDERE AIUTO
VORREI CHE L’EDUCAZIONE MI AIUTASSE AD ACCETTARMI

 

Mentre il prof gira tra le scritte sui muri con notevole curiosità, Sophia riporta alla classe quello che nel suo gruppo di lavoro è venuto fuori sull’educazione, i vari punti di vista si sono uniti nella conclusione finale che «grazie all’educazione possiamo imparare a rispettarci e a pretendere di essere rispettati, questo ci fa capire che gli esseri umani sono tutti uguali e che tutti vogliono e devono essere rispettati.» 

Da un altro gruppo raccontano la loro esperienza con le scorse giornate della memoria: «il giorno della memoria per le vittime dell’Olocausto per noi è sempre carico di tristezza, le prime volte è stato un vero e proprio shock vedere e realizzare quello che è successo durante l’Olocausto; di solito diciamo e sentiamo dire che non deve accadere mai più, ma la nostra sensazione è che si tratti di una cosa così lontana e folle, che è ovvio non possa accadere nel nostro tempo.»

 

2) Giorni della memoria passata e il presente che a tratti dimentica

Prendendo spunto da questo intervento degli alunni e delle alunne della classe, il professore proietta immagini e video che arrivano dalla Bosnia e dalla Croazia, dai luoghi della rotta balcanica in cui da anni migliaia di persone cercano di raggiungere l’Europa a piedi (65.000 persone in 3 anni). Le immagini mostrano persone mezze nude in mezzo al gelo e alla neve, senza una casa oppure accampate in sistemazioni che anche con un clima più mite sarebbero inadeguate. Tra il 2019 e il 2020 sono stati registrati 20.000 respingimenti sul confine croato, dove la polizia riporta indietro i migranti che testimoniano casi di furto, frode, respingimento coatto; dall’Italia più di 2.000 persone hanno subito questo trattamento al confine con la Slovenia e il tribunale di Roma ha condannato questa pratica in questi giorni. «Tutto questo sta succedendo ora, in questo istante» dice il professore riferendosi alle immagini e indicando il tempo metereologico che all’esterno della classe mostra la sua cattiveria, «e probabilmente sempre ora, in questo momento, tra la Libia e l’Italia molte persone si stanno mettendo in movimento, qualche barchetta si sta avviando verso l’ignoto.» Con questi racconti ad alto impatto il professore passa alla seconda data, per continuare a riflettere su  cosa sono i giorni della memoria: il 18 dicembre è la giornata internazionale dei migranti, nata insieme a una Convenzione internazionale volta a tutelare i diritti dei lavoratori migranti; molti Paesi del mondo, tra cui l’Italia, non la stanno ratificando. «Questo giorno ci ricorda che spostarsi è un diritto, che cercare condizioni di vita migliori è un diritto umano. Difatti vi è stato detto tante volte che il vostro futuro è in Europa, vero? Che potrete spostarvi per realizzare i vostri progetti e i vostri sogni … »

«Ma cosa ci rende migliori di chi sta senza scarpe a varcare un confine decine di volte? Abbiamo solo la fortuna di essere nati qui e non altrove, per puro caso.» interrompe Giulia, parecchio presa dal discorso. 

La discussione in classe si fa interessante, alcuni temono che ci sia una idea razzista alla base di questa classifica tra chi ha il diritto di spostarsi e chi no. Qualcun altro  sottolinea che le regole delle Istituzioni come l’Unione Europea sono difficili da capire, quindi non si può giudicare senza sapere. «Però questa gente muore sotto i nostri occhi da anni» interviene Sophia «ci sarà pure qualcosa da fare!»

Giorni della memoria

Nella primavera del 2018, in seguito alla chiusura della rotta balcanica, che attraversava Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Ungheria, Slovenia e Austria, i migranti diretti in Europa hanno cominciato a usare un altro percorso attraverso la Bosnia-Erzegovina.

 

Francesco prosegue: «E mentre nessuno fa niente si moltiplicano le persone convinte che sia giusto così, che chi è in migrazione deve essere lasciato a morire nella neve o nel mare, perché gli italiani vengono prima.» 

Il professore segna sulla lavagna tutte le opinioni che emergono cercando di dar loro un ordine e una forma, ma il tempo stringe, «mi spiace interrompervi, ma vorrei parlare di come è andata in Germania circa 90 anni fa.» Sophia e i compagni di classe andrebbero volentieri avanti a parlare di questa questione attuale, temendo di sentir dire cose che hanno già ascoltato, di vedere immagini che hanno già visto, sulla shoah

Il professore parte riepilogando come si è arrivati a 15 milioni di morti: «la persecuzione nazista iniziò subito dopo che Hitler andò al potere nel 1933 e aveva l’obiettivo di eliminare tutti quelli che erano considerati “indesiderabili” dal regime. Vista la teorizzazione dell’esistenza di una razza ariana tedesca, erano indesiderabili tutti quelli che non rispettavano i canoni e le caratteristiche di questa razza, ma anche quelli che non credevano alla sua superiorità sulle altre o che non credevano affatto nell’esistenza delle razze. I “non-ariani” e gli “indegnamente-ariani” erano tanti: persone di fede ebraica, persone di etnia rom, le popolazioni slave e africane, gli oppositori politici, intellettuali discordi con le idee del regime, persone disabili, comunisti, persone omosessuali. La lista è lunga e ci fa capire come si è arrivati a 15 milioni di morti, 15 milioni di persone indesiderabili.»

«Va beh ma indesiderabili per chi poi? Mi sembra un concetto talmente soggettivo.» interviene Gabriella, che aveva ascoltato dalla prima parola cosa sono i giorni della memoria.

«Ottima osservazione, solo il fatto che in una società esistano persone indesiderabili crea un enorme problema, perché i diritti umani o sono di tutti o non sono di nessuno.» Il professore recupera dei fogli dalla cattedra e riprende «oggi in Italia siamo sempre di meno ad avere questa certezza, un terzo degli italiani è esplicitamente disponibile a tollerare comportamenti xenofobi; il processo di la gerarchizzazione etnica in Italia è in atto da ormai dieci anni. Questo fenomeno, il suo dilagare strisciante, ha portato e sta portando alla creazione sempre più frequente di gruppi organizzati basati sulla supremazia delle persone bianche per etnia e desiderosi di eliminare persone “indesiderabili”. Nel 2018 a Macerata un terribile attentato ai danni alle persone in accoglienza in città ha causato 6 feriti da arma da fuoco; intorno al protagonista dell’attentato, condannato a 12 anni, si sono raccolti molti italiani che tramite i social inneggiano al suprematismo bianco e diffondono idee antisemite. La scorsa settimana è stato arrestato a Savona un ragazzo di 22 anni che aveva fondato un gruppo suprematista e progettava di “uccidere ebrei”, organizzare attentati durante le manifestazioni di stampo femminista e atti violenti contro quelli che per lui sono indesiderabili.»

Il silenzio a questo punto riempie l’aula, non è poi così lontano quel mondo in cui si pensava che ci sono persone “indesiderabili”. Il professore prende parte a questo silenzio in cui culmina il lungo percorso che dall’educazione li ha portati fin qui, il punto dove la memoria fa effetto.

Per concludere abbassa il tono di voce, non è più quello preso dalle tante notizie sulle più pericolose tendenze globali che sanno di ingiustizia e che fanno molta paura, ma quello pacato di chi vuole mettere un accento finale sul delicatissimo tema di cui insieme si sono occupati: «ripetiamo ogni anno che non vogliamo succeda mai più e lo facciamo di fronte a immagini di scheletri ammassati, scarpe accumulate, luoghi di morte come i campi di sterminio, ma quei fatti possono portarci a chiedere: chi sono gli “indesiderabili” oggi? Il senso della commemorazione di quelle vittime arriva a me, e spero anche a voi, se ci concentriamo sulla vita quotidiana di tutti quei cittadini tedeschi, polacchi, austriaci, italiani, che ogni giorno andavano avanti sapendo quel che succedeva, ma vivevendo confortati dalla loro desiderabilità, momentanea, fallace, terribile. Noi non possiamo essere quei cittadini.»

La campanella suona, inesorabile mette fine a queste due ore di confronto, la compagna di banco di Sophia, mentre ascoltava tutti i pensieri affollatisi nello spazio dell’aula, ha disegnato una scritta bellissima che dice POSSIAMO SOLO CREARE MONDI LIBERI. Il professore saluta: «Ci vediamo domani, spero che “l’educazione” oggi vi abbia soddisfatto.»




Perché legalizzare le droghe leggere?

1) Qualcosa si muove di nuovo per legalizzare le droghe leggere

Durante le vacanze di Natale Sophia ha approfittato dei giorni arancioni per andare al parco con i suoi amici e le sue amiche. Stando a distanza e con le mascherine la situazione è assolutamente sotto controllo. Intorno al tavolo di legno da dove in estate ci si gode l’ombra, tra le chiacchiere svogliate e le lamentele su quanto queste vacanze facciano schifo, Viola racconta che si è appassionata a una serie di notizie che riguardano la possibilità di legalizzare le droghe leggere. 

«E tu ancora ci credi? Io ho perso le speranze.» dice Matteo che ha ascoltato di sfuggita mentre tornava dal bagno del bar. 

«Guardate che un sacco di cose bollono in pentola, anche io non pensavo ma forse qualcosa si muove» risponde Viola che si è informata tantissimo nell’ultimo mese. A catturare la sua attenzione era stata una notizia di inizio dicembre: l’ONU ha accolto le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, stabilendo che la cannabis ha indubbie proprietà terapeutiche, e che è per questo è necessario eliminarla dalla lista delle sostanze stupefacenti pericolose. Questa decisione, che ha visto favorevoli quasi tutti i paesi dell’Unione Europea, compresa l’Italia ed esclusa l’Ungheria, allontana una volta per tutte la cannabis dall’essere paragonata ad altre droghe come gli oppiacei, i cui risvolti negativi per l’abuso e la dipendenza sono evidenti e notevoli. Al contrario, siccome alla cannabis sono da tempo riconosciuti i poteri terapeutici nel trattamento del dolore e di malattie come la sclerosi multipla, l’epilessia, il morbo di Parkinson, si è stabilito di produrla, estrarla e studiarla per uso medico e scientifico con libero commercio internazionale. Negli stessi giorni, viste le vittorie ai referendum sulla legalizzazione, gli Stati Uniti hanno stabilito di depenalizzare la marijuana in tutti gli Stati, con il voto del Congresso che aspetta di essere confermato in Senato.

L’argomento interessa tutti, il pomeriggio ha svoltato, partono le domande, le curiosità, allora Viola si propone di organizzare un gioco e dà appuntamento a tutti per il pomeriggio seguente (ancora arancione), stesso posto stessa ora

Il giorno seguente il gruppo si trova animato da una certa curiosità per questo appuntamento che si è riempito di aspettative, «finalmente una cosa bella da aspettare che non sia una serie tv!» pensa Sophia andando verso il parco. Ritrovatisi al solito tavolo, tutti aspettano indicazioni da Viola che ha preparato tutto e spiega le regole, sul tavolo c’è un cartellone, al centro una grande scritta “LEGALIZE?!”: il gioco si basa sulla possibilità di mettere a confronto due opinioni diverse, una a favore e una contraria alla possibilità di legalizzare le droghe leggere. Alcune di queste opinioni e argomentazioni Viola le ha già preparate, attingendo alle varie cose che ha letto, ma anche alle discussioni con i parenti che ha fatto più volte. Poi dà carta bianca ai suoi amici, che quindi possono aggiungere altri foglietti con opinioni varie che rispondono alla domanda secca: “legalizzare le droghe leggere, sì o no?”

Legalizzare le droghe leggere

 

2) Legalizzare le droghe leggere, perché no?

Sophia è molto curiosa, ogni volta che si parla di legalizzare le droghe leggere vengono fuori tantissimi pregiudizi e stereotipi sui quali adora ragionare, ha come un radar che li individua, non le piacciono, si diverte a provocare chi li fa emergere, quasi sempre senza accorgersene. Quando il gioco parte si creano delle coppie di persone, ognuno deve argomentare l’opinione che gli è capitata sul foglietto cercando di convincere gli altri, ma soprattutto deve convincere Viola, che dopo aver organizzato il gioco fa la giudice di questo tribunale. Prevedendo di sentire dalla bocca dei suoi amici opinioni che mai porterebbero avanti, Sophia ripensa all’arte dell’eristica, insegnata dai Sofisti di seconda generazione ad Atene, che serviva a confutare la tesi dell’avversario indipendentemente dalla verità di ciò che si sta dicendo. Lei per prima potrebbe pescare un bigliettino con un’idea che non le piace affatto, chissà come andrà!

 

PRIMO ROUND: 
PRO LEGALIZZAZIONE CONTRO LEGALIZZAZIONE
La marijuana non è letale, è praticamente impossibile morire per overdose di THC (il principio attivo della cannabis, responsabile dell’effetto psicotropo), infatti non ne esistono casi. Quindi, garantire a chi ne fa uso di non essere sanzionato, non comporta particolari rischi.  Parlare di droghe leggere o pesanti non ha senso, bisogna invece parlare di sostanze stupefacenti/psicoattive; tutte queste sostanze sono in grado di alterare l’equilibrio psicofisico di chi le assume. Per questo chi è sotto l’effetto di sostanze stupefacenti rischia di mettere in pericolo gli altri nelle relazioni sociali e nelle azioni pubbliche (ad es. guidare), perché non è in sé.

 

Vince Claudia con le opinioni contro la legalizzazione delle droghe leggere, ha impressionato la giudice con i racconti dei morti in strada e dei bambini che non sono sicuri a giocare nei parchi. Li ha tirati fuori pensando ad un certo tipo di adulto che parla di queste cose, come ne ha sentiti tanti, anche in TV; al contrario Giuliano si è limitato a ridicolizzare chi crede che farsi di eroina sia la stessa cosa che fumarsi una canna. Anche se Viola ha fatto vincere le argomentazioni di Claudia, prima di passare avanti specifica: «la decisione dell’ONU, che si basa sulle relazioni scientifiche dell’OMS, ha appena allontanato la cannabis dagli oppiacei, stabilendo che non sono assimilabili! Quindi questo argomento classico non ha più futuro» dice compiaciuta. Giuliano aggiunge: «Ma raga, basta pensare che in Italia la legge Fini-Giovanardi, che considerava droghe leggere e pesanti allo stesso modo, alla fine era incostituzionale, fate un po’ voi…» 

Sophia conosce già alcune di queste cose, ma altre le sta sentendo per la prima volta, Cloto le aveva parlato di come la “lotta alla droga” fosse piena zeppa di contraddizioni, pur convincendo molte persone perché figura come una garanzia, una lotta contro qualcosa che fa male. Sophia aveva chiesto e si era chiesta più volte perché non fosse possibile parlare delle sfumature del consumo di droghe, invece di trattarlo sempre con il terrorismo psicologico che giustifica il divieto e poco più. Di gente che fuma e fa girare marijuana ce n’è un sacco intorno a lei e a volte ne approfitta, chi non vuole guai compra semplicemente gli alcolici senza problemi, ma di tutto questo non c’è modo di parlare per evitare casini pur facendone uso. Quello sulla droga è il classico argomento aut-aut, bene-male, divieti stretti, che più è così più ti ci butti a capofitto, senza nessuno che ti spieghi dov’è il punto e come fare a stare bene; quando capita, l’euforia si mescola all’ansia e a un’insicurezza senza confini, che invade i non detti come una fitta nebbia che ti butta nel caos. 

Lo sguardo perso nel vuoto di Sophia viene intercettato dagli amici che sono pronti per il secondo round: «Ci sei?» … «sì sì continuiamo!»

 

SECONDO ROUND: 
PRO LEGALIZZAZIONE CONTRO LEGALIZZAZIONE
Legalizzare le droghe leggere permette di fare un danno alle mafie in Italia, che potrebbe metterle letteralmente in ginocchio. La produzione e lo spaccio della droga è infatti in mano alle mafie di tutto il mondo, dà proventi enormi alla criminalità organizzata e al terrorismo. Non a caso Roberto Saviano, da sempre impegnato nella lotta alla mafia, è favorevole alla legalizzazione. Se è vero che le mafie verrebbero ostacolate, è anche vero che le persone che si drogano tendono a commettere piccoli reati per trovare soldi e comprare le sostanze, oppure ad essere violenti tra amici e in famiglia, o provocano incidenti stradali e vandalizzando lo spazio pubblico, perché non sono in sé. Quindi comunque legalizzarle aumenterebbe la criminalità e i reati, rendendo la società meno sicura.

 

Questa volta i PRO hanno decisamente la meglio, Matteo ha pescato proprio il bigliettino con l’argomentazione che aveva inserito, conosce Saviano, gli piace, ha già letto le interviste in cui spiega perché è importante legalizzare le droghe leggere. Dopo il verdetto della giudice del gioco, nel gruppo parte una discussione su quanto sia diffuso il pregiudizio verso le persone che fanno uso di sostanze psicotrope/stupefacenti. «Per curiosità» chiede Sophia «questa cosa che chi si droga di base delinque, vandalizza, ruba, aggredisce, l’hai sentita da qualche parte o lo pensi davvero?». Lorenzo sta sul vago, non sa bene cosa rispondere, si sente attaccato, lascia parlare gli altri che si dividono raccontando episodi a favore dell’una o dell’altra ipotesi. Finalmente interviene Viola, che sbotta dicendo: «guardate che in Italia i consumatori dichiarati di marijuana sono 6 milioni, il 10% della popolazione, mi sembrano veramente tanti, contando anche quelli che non lo dichiarano sono molti di più! Per essere così tanti significa che sono ovunque, non solo tra i ragazzi e le ragazze della nostra età, ma tra gli adulti che ci circondano, che lavorano e hanno vita sociale e la loro famiglia e fanno tutto quello che c’è da fare; di certo il 10% della popolazione italiana non delinque mettendo a rischio la nostra incolumità. Per dire, stando ai dati dai paesi USA che hanno legalizzato le droghe leggere a scopo ricreativo, provando a stare con le abitudini delle persone e non contro, è successo che tra le cause più frequenti di incidenti stradali non c’è l’uso di marijuana, ma quello di alcol e del cellulare alla guida.» 

«Ma così ci stai rovinando il gioco, hai spoilerato!»

«Cavoli mi avete fatto distrarre!» risponde Viola che aveva inserito alcune di queste informazioni nei bigliettini del gioco. 

«Dai, continuiamo a leggerli tutti, vediamo cosa ne viene fuori» dice Lorenzo che si è appassionato a questa discussione, oltre ogni aspettativa gli permette di scoprire un sacco di cose che non sa.

Rimettendosi tutti a guardare i bigliettini del gioco, oltre a quelle già emerse vengono fuori due grandi tematiche: una economica e una sociale legata alle dipendenze. La questione economica riguarda il risparmio di una cifra che in Italia va dai 7 ai 9 miliardi di euro da parte dello Stato, soldi che ora sono impiegati per la lotta alle droghe, per la detenzione e la gestione di persone che hanno commesso piccoli reati di spaccio e coltivazione, e che potrebbero essere risparmiati, con aggiunta di guadagno da parte dello Stato che tasserebbe la vendita della marijuana legalizzata. Verrebbe piuttosto stroncata l’attività sotterranea delle mafie, alle quali sono attualmente costrette a rivolgersi molti cittadini che vorrebbero fortemente evitarne i guadagni e le attività illecite. Tra i bigliettini sbuca quello con la testimonianza di una persona, 35enne, che Viola ha trovato su internet: si tratta di un uomo, lavora e dice che non fuma tabacco, non beve alcolici, non prende neanche il caffè, ma la sera fa uso di marijuana ed è costretto a violare la legge, a prodursela da solo oppure a incentivare il mercato nero mafioso, che ti dà un prodotto di cui non conosci la qualità e che in alcuni casi è maledettamente cattivo, qualcuno ci rimane pure mezzo secco, non si ripiglia più. «Madonna che ansia» commenta Matteo che si è immedesimato un bel po’ e che non capisce perché deve sentirsi sempre un mezzo delinquente per quello che per lui è un piacere, ha tanti amici che si sbronzano forte, ma a lui neanche piace e non lo fa quasi mai. Eppure sono proprio gli amici, che vanno più fuori di lui con l’alcol, a cercare di convincerlo a non fumare più, perché “se è illegale un motivo ci sarà”, gli dicono. I pareri contrari alla gestione statale della produzione e della distribuzione della cannabis dicono che si tratta di un sistema enorme da realizzare da zero, che non ci sono le risorse, ma i posti di lavoro che la legalizzazione creerebbe sono stati stimati intorno ai 400.000. «A però! E buttali via con la crisi economica…» commenta Claudia.

Legalizzare le droghe leggere

5 anni fa in Italia un tentativo di legalizzazione proponeva di poterne produrre, vendere e possedere una certa quantità, pagando le tasse relative a questa attività commerciale. La legge avrebbe lasciato ai cittadini la produzione e la vendita, allargava le maglie sul consumo personale e permetteva controllo e trasparenza, non ha portato a nulla, il PD e la Lega si sono opposti.

 

«Qualcuno mi spiega cosa vuol dire “droga di passaggio al contrario”?» chiede Sophia col bigliettino in mano che le sarebbe capitato per il suo turno. Viola e Matteo, i più appassionati, si completano le frasi a vicenda quando si mettono a spiegare che storicamente, tra le motivazioni di chi è contrario a legalizzare le droghe leggere, c’è quella del passaggio, una porta d’ingresso che tramite la marijuana si aprirebbe al consumo di sostanze stupefacenti più forti, più pericolose, come la cocaina e l’eroina. «Tuttavia, due delle notizie che ho trovato smentiscono questa idea» sostiene Viola «la prima, riguarda l’uso della cannabis terapeutica con CBD e a basso tasso di THC, che rappresenta un passaggio al contrario, di uscita dall’uso di droghe pesanti, permettendo a molti di disintossicarsi dall’uso di alcol e di altre sostanze; la seconda è che negli USA, lo stato del Colorado che ha legalizzato la marijuana ha visto scendere notevolmente il suo consumo tra gli adolescenti, che quindi non solo non sono passati ad altre droghe, ma hanno diminuito il loro consumo. Tutto può succedere, se si prova a fare diversamente, no?»

«Ascolta ma tutte queste cose tu come fai a saperle?» chiede stupito Lorenzo di fronte all’ennesima notizia di cui Viola parla agli amici, ormai all’imbrunire di questa fredda giornata invernale. 

«Da cosa nasce cosa» risponde Viola mentre si infila i guanti per l’ennesima volta «a me piace fumare, posso farlo senza nascondermi e ne parlo con i miei, ma non è questo il punto. Non digerisco il proibizionismo che dice no per partito preso, senza guardare mai all’esperienza delle persone che chiedono la legalizzazione. Però per portare avanti un’idea in cui credi ti devi informare, altrimenti la tua opinione diventa una grande bolla vuota. Un anno fa ho visto che era nata questa campagna per legalizzare le droghe leggere che si chiama Meglio Legale e ho iniziato a leggere di tutto, ve l’ho detto che qualcosa si sta muovendo davvero, novità bollono in pentola e io non sto nella pelle, spero tanto le cose cambino.»

«Cavolo è tardi! Scappo, ci sentiamo…» Sophia corre a prendere l’autobus.

3) Se i non detti diventassero detti

Alla fine della giornata Sophia ha finalmente qualcosa di interessante da annotare sul suo taccuino, il pomeriggio è stato una bomba esplosale dentro, tra informazioni, riflessioni, pensieri, contraddizioni. Non riesce a scrivere un pensiero lungo e finito, così annota, di getto:

Ho il diritto di provare piacere?

Ho il diritto di sapere qual è il limite da non superare per il mio bene?

Ho il dovere di farmi del bene…

Tutta questa gente in Italia non è importante? 

Mentre scrive le si accende lo schermo del telefono, è Cloto, whatsapp: «Mi chiami?» La sua vecchia amica sta un po’ strippando con questa storia del “lockdown”, non c’è niente che la butti fuori di casa e che la faccia crescere ancora un po’, sempre ancora un po’, anche se ha decine di anni in più rispetto a Sophia che pensa di dover fare tanta strada. La chiama. Il racconto del suo pomeriggio riempie il tempo della chiacchierata e sfama Cloto della sua voglia di vita: argomento vecchissimo, nuovi occhi a giudicarlo e la speranza che stavolta qualcosa succeda davvero. 

Per la sua esperienza, che ha vissuto gli anni peggiori della diffusione delle dipendenze, Cloto continua a pensare che «nessuno vuole occuparsi di questa cosa, se non per mettere regole stringenti, se non per proibire piuttosto che informare. C’è tantissima strada da fare per arrivare a legalizzare le droghe leggere, di accettazione delle informazioni scientifiche prima di tutto, di sensibilizzazione poi. La gente ha paura di ciò che non può controllare e i disturbi da uso di sostanze sono un problema molto serio, una patologia che ovviamente non è desiderabile per nessuno. Ma, se l’esistenza di qualcosa provoca dei problemi di salute, questa cosa va gestita a livello sociale, educativo [leggi dei risultati in Islanda], assistenziale, di certo non a livello penale.» Cloto conferma questa sensazione che Sophia ha di scherzare con il fuoco, “piacere e pericolo, il limite di cui nessuno parla” «Titolone da libro, che ne dici?» propone Sophia. Tra le risate ,anche questa volta sperano e immaginano un mondo senza tabù, in cui iniziare a parlare seriamente di legalizzazione, per rispettare i diritti civili di chi consuma, ascoltando le migliaia di persone che hanno una storia da raccontare, per provare a fare le cose diversamente, tutelando il benessere delle persone prendendolo seriamente a cuore.

PER INFORMAZIONI E RICERCHE SEGUI QUESTI LINK:

-Come seguire la campagna meglio legale? (qui) [cerca @megliolegale sui social]

-Le migliori smentite agli argomenti proibizionisti? (qui) e (qui)

-Come funziona oggi la legge in Italia? (qui anche se non approvo la foto!)

-Quali sono i problemi della cannabis terapeutica in Italia? (qui)

-Perché è importante che in USA ci sia una svolta antiproibizionista? (qui)

  • Se hai voglia di scoprire il rapporto critico e contraddittorio che ha avuto l’Italia con la gestione dei disturbi da uso di sostanze stupefacenti, nel momento più critico della storia delle dipendenze, guarda “Sanpa” su Netflix

 

Questo spazio è aperto, scrivi nei commenti le tue riflessioni, le tue domande, i tuoi dubbi. 

 




Vivere la pandemia: in cosa possiamo sperare?

1) Vivere la pandemia in Italia…(di nuovo!)

«Di nuovo qui», davanti a un computer dal quale vengono fuori gli argomenti più disparati, di nuovo qui alle 8.45, in pigiama, telecamera spenta e un tazzone di caffé che non basta mai. «Non ci posso credere sono di nuovo qui» pensa Sophia scollegandosi dalla spiegazione e guardando fuori dalla finestra il sole intento a ingiallire le foglie. «È questo che racconterò un giorno quando mi chiederanno com’è stato vivere la pandemia? Che passavamo tutti 16 ore al giorno davanti a uno schermo? Sai, dirò, da remoto si poteva fare praticamente tutto, 5 ore a scuola o 8 ore al lavoro, 2 ore di chiacchierate con amici e amiche, 3 ore di serie tv, 1 ora di shopping. Sembra anche bello a raccontarlo, guarda un po’.»

Ci riprova, riaccende l’audio e prova a riprendere la lezione “…le lingue del ceppo indoeuropeo…” niente, ricomincia a pensare per i fatti suoi: «‘Pandemia’…questa parola non aveva senso per me un anno fa, non l’avevo neanche mai pronunciata, ora non penso ad altro! Ma vi pare normale?» Non si sa con chi ce l’ha, non lo sa neanche lei, che si immagina di interrompere la lezione con questo monologo e non lo fa, intanto la spiegazione continua, questo bla bla bla di sottofondo che la accompagnerà fino a una data non ben precisata.  «Vedessi almeno la fine … se vedessi la fine saprei resistere, lo so!» si dice, ma in tutto ciò Sophia non solo non vede la fine, non vede neanche il domani. Impossibile fare i programmi, impossibile sapere cosa succederà la prossima settimana, se andremo a scuola, se no; se la nostra regione sarà gialla, arancione, rossa; quanti passi fuori da casa sarà possibile fare, ecco com’è vivere la pandemia. «Ma dov’è che la gente prende il virus?» ogni tanto ripensa a questa domanda che la aiuterebbe a capire tante cose rimaste in sospeso.

La sera prima a tavola aveva intrapreso questo discorso con i suoi genitori, anche loro impegnati a vivere la pandemia tra una call e un webinar; tutti e tre concordavano sul fatto che se sapessero quali sono i luoghi e le situazioni più rischiosi, le abitudini e gli errori più frequenti, si sentirebbero meno in balia delle decisioni del governo italiano, facilmente bersagliabile dalla naturale polemica che nasce dal doversi chiudere in casa, di nuovo. La buona notizia, aveva detto la mamma, è che in questo novembre è nata una campagna di sensibilizzazione che si chiama “datibenecomune”, la petizione sta raggiungendo molte persone (firma anche tu!) e forse potremo presto sapere qualcosa in più su come si comporta il virus in Italia. In una sorta di bilancio di fine mese, quella sera Sophia e i suoi genitori si erano messi a ricapitolare le cose più importanti che gli erano successe, in verità poche. Da quando la regione in cui vivono è diventata arancione non vedono quasi più nessuno, forse potrebbero pure, ma hanno capito che è meglio stare tranquilli e vedere meno persone possibile negli ambienti chiusi. Così hanno vissuto una fase in cui vivere online gli sembrava una sciagura e vivere nel mondo reale impossibile; erano stati giorni molto difficili, prima che si riabituassero a seguire il mondo e la propria vita da remoto. In quei giorni a movimentare questa situazione c’erano state le elezioni americane, Sophia e suo padre avevano fatto anche la maratona tra il 3 e il 4 novembre: tutta la notte svegli per sapere come sarebbe andata a finire questa storia. In realtà le ore trascorse a dormire con la televisione accesa erano state più d’una e al risveglio mattutino nulla era ancora cambiato nella storia del mondo. 

 

2) Le elezioni americane

Consapevole del fatto che conoscere tutte le sfumature della situazione politica americana non è semplice, Sophia ha notato in quella occasione che la voglia di cacciare Donald Trump dalla Casa Bianca accomunava tantissime persone; tuttavia il politico candidato a sfidarlo, Joe Biden, le sembrava un po’ anzianotto e parecchio pacato per essere uno che vuole cambiare il mondo, ma l’unica alternativa in questo scontro a due pareva essere fare il tifo per lui.  

Donald Trump e Joe Biden

Donald Trump a sinistra e Joe Biden a destra, disegnati sullo sfondo del colore del loro partito di appartenenza; il rosso dei Repubblicani e il Blu dei democratici.

 

Durante quei giorni a inizio mese, trascorsi in trepidante attesa del risultato elettorale in grado di tenere col fiato sospeso tutto il mondo, Sophia si è chiesta come mai fosse così importante e in grado di risvegliare l’attenzione di persone, come lei, che vivono dall’altra parte del mondo in tutt’altro tipo di società e di problemi, primi fra tutti quello di vivere la pandemia. Quattro giorni di incertezza sul risultato del voto danno a Sophia il tempo di ragionarci su e fare qualche ricerca sulla politica di Donald Trump, ricordandole prima di tutto due cose: dagli Stati Uniti dipende l’andamento dell’economia mondiale e anche la gestione dell’emergenza climatica, un tema che le è veramente caro [vedi qui gli articoli del blog sull’emergenza climatica]. Tramite la sua ricerca Sophia ha realizzato che le decisioni e i provvedimenti presi da Donald Trump sono pieni di ingiustizie ed è aumentata a dismisura la voglia di vederlo sconfitto, tanto da tornare a fare il tifo per il pacato e anziano Joe Biden. 

Riassumendo: per quanto riguarda le politiche ambientali Trump ha fatto uscire gli USA dall’Accordo di Parigi del 2015 e preso provvedimenti per facilitare e incentivare le estrazioni di gas e petrolio. Ha inasprito le pene per i reati minori come quelli legati al disagio sociale (uso e spaccio di droga, furti), lasciando alle forze di polizia enormi libertà e invitandole ad atteggiamenti di tolleranza zero, che non hanno portato a nulla di buono, facendole sentire legittimate alla violenza nei confronti dei cittadini (vedi la vicenda di George Floyd). Economicamente l’imposizione di dazi per le importazioni di prodotti provenienti dall’estero non ha fatto altro che alzare una tensione con altre potenze come la Cina e l’Unione Europea, ha scatenato una vera e propria guerra commerciale senza che si siano registrati dei reali benefici neanche per gli americani. Sul piano sanitario Trump ha fatto di tutto per smantellare il sistema realizzato tramite la riforma sanitaria del suo predecessore, nota come Obamacare, senza riuscirci. Avrebbe voluto eliminare l’accesso all’assistenza sanitaria esteso da Obama a un gran numero di persone, precedentemente prive di copertura sanitaria, si parla di 23 milioni di americani che hanno rischiato di perdere un diritto universale, faticosamente ottenuto poco prima. Sul piano dell’immigrazione Trump ha previsto e avviato la costruzione di un muro lungo il confine degli Stati Uniti con il Messico, per impedire ai migranti in aumento di raggiungere gli USA. Nel sud della federazione USA sono state disposte delle prigioni in cui le persone migranti sono state rinchiuse prima che potesse essere esaminata la loro situazione, e i cui figli sono stati prelevati senza motivo e affidati ai servizi sociali. Inoltre, Trump ha sospeso il programma per l’accoglienza dei rifugiati e intensificato i controlli e le espulsioni di immigrati irregolari, per reati più o meno gravi. Migliaia di persone hanno subito le conseguenze di queste decisioni, private della libertà personale o costrette a lasciare il posto in cui stavano cercando un presente e un futuro. Infine, Sophia ha notato che in tutte le sue apparizioni pubbliche, il Presidente degli Stati Uniti ha sempre ostentato un atteggiamento sprezzante verso tutte le realtà in disaccordo con lui, incapace di dialogare democraticamente, irrispettoso dei più deboli, con un linguaggio farcito di razzismo, sessismo e misoginia, che a vederlo sembrava un bullo della peggior specie. 

Dopo una carrellata del genere è evidente che la sua dipartita sembrasse quanto mai auspicabile e le è finalmente chiaro come mai buona parte del mondo abbia aspettato l’elezione di Joe Biden col fiato sospeso. Il 7 novembre la notizia arriva, sembra chiaro che gli USA avranno un nuovo Presidente e che il mondo avrà tra i suoi leader più influenti una persona migliore; «questo basta per festeggiare!» si dice Sophia inaspettatamente felice per la notizia di Joe Biden Presidente, non senza pensare: «voglio tenerlo d’occhio questo vecchietto!»

3) Nel Mediterraneo intanto…

Qualche giorno dopo, con la vittoria di Biden praticamente certa tra le mani del mondo, arriva la notizia dell’ennesimo naufragio nel Mar Mediterraneo. L’11 novembre una barca proveniente dalla Libia e diretta nel primo porto sicuro raggiungibile (presumibilmente un porto italiano) si rovescia, è l’ennesima notizia di questo genere, tanto che passa inizialmente inosservata nell’esperienza di Sophia. Si sa com’è vivere la pandemia: dopo un po’ le notizie non ti stanno in testa e la cosa che attira più di tutte la tua attenzione è l’informazione relativa all’andamento del virus, quanti contagi, quanti morti, quanti posti in terapia intensiva, come va, va meglio? Intanto il resto scivola via, proprio come è accaduto per questo soccorso di emergenza fatto dalla Open Arms a beneficio di 88 persone salvate dall’annegamento, 6 persone sono morte e molte sono state soccorse quando erano in arresto cardiaco.

Soccorsi nel Mar Mediterraneo

Un’operazione di salvataggio nel Mediterraneo. Si stima che tra il 2013 e il 2019 siano morte nel Mar Mediterraneo 19.000 persone.

 

Una settimana dopo la notizia, Sophia incappa in un video su Instagram che non avrebbe voluto vedere, riguarda un salvataggio in mare, si tratta proprio di quel salvataggio in mare al quale non aveva dato peso. Nel video, girato proprio durante le operazioni di soccorso, si vede una donna che è appena stata tratta in salvo dall’acqua su un gommone, dice di aver perso il suo bimbo («Where is my baby… I lose my baby» dice disperata).  [qui trovi il video, ma guardalo solo se te la senti!] Non si capisce nient’altro da quelle immagini registrate, se non la disperazione del momento, tale da svuotare Sophia e farle cercare l’epilogo della storia nella didascalia del post. Purtroppo la ricerca non andrà a buon fine e Joseph, questo il nome del bimbo disperso, è morto così, facendo della disperazione della sua mamma un grido in cerca di umanità. 

Sophia chiama Cloto, nel bel mezzo di un pomeriggio di fine novembre, quando fa buio troppo presto e alle 20.00 sembra che sia notte fonda. La sua amica è alle prese con la lettura di un libro, ma interrompe volentieri incuriosita dalla chiamata in arrivo, non immagina si tratti di una questione così delicata, pur essendo abituata agli impetuosi ingressi nella quiete della sua giovane amica. 

Sophia ha cominciato ad accorgersi e ad interessarsi della crisi europea dei migranti da ormai un anno, da quando ha iniziato a notare il susseguirsi di molte notizie sui salvataggi in mare, sulle imbarcazioni di soccorso delle Ong bloccate nei porti per cavilli burocratici, sulle mancate attivazioni della Guardia Costiera italiana. Concentrandosi sulla questione ha sentito parlare della necessaria modifica del Regolamento di Dublino per una gestione europea, responsabile e condivisa, di tutte le esigenze delle ormai migliaia di persone in migrazione. Tuttavia questa Europa rimane immobile, lasciando che tutto continui ad andare così, tra un naufragio e l’altro, settimana dopo settimana, morti dopo morti, comportandosi in effetti come se in quel mare ci fosse un muro invisibile, ma non diverso e forse anche più efficace di quello che Trump ha pensato di piazzare al confine con il Messico. 

«Quando finirà tutto questo?» chiede Sophia alla sua saggia amica, irrompendo con la necessità di rispondere al bisogno di giustizia e di umanità che le ha suscitato questa storia. Ovviamente Cloto non ha una risposta, anche se le piacerebbe rispondere, con certezza e semplicità, che tutto questo finirà presto, di certo. Tuttavia non è questo il caso in cui può dare questo tipo di rassicurazione, quella che spesso proviene dagli adulti e che in sostanza dice «andrà tutto bene». Piuttosto le racconta che l’andamento di questo fenomeno la rattrista e la frustra fortemente nel desiderio di giustizia che condivide con Sophia; dal 2013 sono passati 7 anni in cui il numero di persone che migrano è aumentato e i soccorsi forniti sono costantemente diminuiti, per beghe politiche e grazie a una strumentalizzazione del fenomeno sulla quale si regge il consenso di una certa parte politica e grazie alla quale si è risvegliato negli italiani il peggiore razzismo. «Per farti capire l’incredibile parabola discendente di questa storia ti racconto della prima volta, del primo naufragio di cui si è avuta notizia: la prima volta è stato nel 2013, era il 3 ottobre e un peschereccio con 500 persone a bordo naufragò, causando la morte di 358 persone con la stessa identica dinamica della notizia di questo novembre; la notizia ai tempi ebbe un’eco potentissima, una forte mobilitazione e il lutto collettivo.» Andando a cercare notizie su questa prima volta, Cloto e Sophia rimangono colpite da questo: l’allora Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini andò a Lampedusa, quello che era successo era sconvolgente e una volta sull’isola disse: «Nulla dovrà essere più come prima, bisogna riconsiderare le politiche verso i paesi di origine dei richiedenti asilo. Bisogna chiedersi perché decine di migliaia di giovani rischiano la roulette russa nel Mediterraneo pur di fuggire dal proprio paese.» Sul finale Cloto pensa ad alta voce e dice «“Nulla dovrà essere più come prima” avevano detto, e poi…ci siamo pure dimenticati che ce l’avevano detto…» 

Sophia sbotta: «Che disastro Cloto, questo tempo è invivibile! In cosa possiamo sperare?» 

C: «Hai ragione, questo tempo è difficile, ma ascoltami, la speranza ci permetterà di uscirne più di ogni altra cosa. Un giorno le speranze di oggi saranno realtà e questo ci salverà, ci riempirà e ci guiderà nel disordine che la novità porterà con sé. Quindi sì, possiamo sperare che tutto questo ci riporti ad essere umani senza “se” e senza “ma”, perché vivere la pandemia sia servito a scuoterci; per smetterla di guardare gli umani come numeri, numeri di morti, numeri di stranieri, numeri di amici, ma dare valore a questo, lasciarsi toccare dalla disperazione e dalla tristezza, dalla gravità dell’ingiustizia e iniziare a mettere tutta l’umanità che abbiamo trovato in noi nelle nostre relazioni, senza avere paura di vivere. Vivere la felicità e la tristezza, la paura e la rabbia, l’invidia e il disgusto, l’insoddisfazione e la paura, conoscerci, dare un nome a queste esperienze e lasciarle essere, per viverle e per superarle, per essere umani. Ecco, secondo me in questo possiamo sperare, e la speranza è tutto ciò che abbiamo.»

 

NDR: di fronte alla pandemia e nel mezzo del lockdown, la scorsa primavera questo blog ha fatto finta di niente, approfondendo un sacco di argomenti difficili e interessanti allo stesso tempo, ma senza perdere la calma. Ora, anche se in fondo sapevamo tutti che ci saremmo ritrovati “di nuovo qui”, è doveroso restituire tutta l’ansia, la polemica e l’insofferenza dettate dalla precarietà di questo momento. Se volete lasciate nei commenti le vostre sensazioni. 




Cosa chiede il movimento di Extinction Rebellion

«Hai mai visto questo simbolo?» Dice Andrea rivolgendosi a Sophia e interrompendo la loro camminata per le vie del centro; sta indicando una clessidra inserita in un cerchio, stampata sull’asfalto. 
S: «Sì un sacco di volte, la prima volta l’estate scorsa, camminando per le strade di Parigi; ora lo vedo sempre più spesso, per terra, sui muri, sui lampioni…»
A: «Sai chi sono quelli di Extinction Rebellion?»
S: «Più o meno…il simbolo è il loro?»
A: «Sì! Devi venire al prossimo incontro del lunedì, niente di impegnativo, vieni solo a conoscerli e ti fai un’idea!»
S: «Ma tu li conosci?» 
A: «Sì, ci vado dallo scorso inverno, ho partecipato anche alle azioni…»

1) Che cos’è Extinction Rebellion

Inizia così una nuova scoperta per Sophia, che finalmente riesce a dare un senso a questo simbolo, incontrato più volte sulla strada. Non sa se ha voglia di andarli a conoscere prima di sapere qualcosa di più, così chiede ad Andrea di prendere il gelato insieme e di fermarsi un po’ fuori casa per capire cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion. Il movimento è nato nell’autunno del 2018, circa due anni fa, in una circostanza particolare: Andrea le racconta che tutto è iniziato con un’azione di disobbedienza civile, a Londra, il 31 ottobre. Gli organizzatori aspettavano qualche centinaio di persone, ma ne sono arrivate 1500, erano lì per dichiarare ufficialmente la loro ribellione di fronte alla sede del governo inglese. 

«E a che cosa si ribellano?» chiede istintivamente Sophia.

«Semplice, si ribellano all’estinzione» risponde Andrea. «Se vuoi sapere cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion devi partire dal presupposto che loro sono portavoci di un punto di vista unico, anche se basato su considerazioni molto condivise. Tirare in ballo il concetto limite di estinzione mobilita e scuote una ribellione contro l’inazione dei governi, che negli ultimi decenni non sono stati in grado di fare scelte per mitigare l’emergenza climatica ed ecologica.»

S: «Immagino che la clessidra nel cerchio c’entri qualcosa con il tempo che ci separa da un punto di non ritorno, è vero?» Chiede Sophia visibilmente intristita dalla tematica.

A: «Proprio così! Il movimento punta a sottolineare che la crisi climatica è un’emergenza, tale da metterci nei guai già di tra 5 o 6 anni con il peggioramento delle siccità e degli eventi climatici estremi, creando prima di tutto conseguenze sui territori tali da generare una grossa quantità di migranti climatici, che nel 2050 arriverebbero ad essere 200 milioni. Loro ci stanno dicendo che non c’è più tempo e io inizio a pensare che sia proprio così.»

S: «Anche Greta Thunberg si affanna a dire la stessa cosa ed è riuscita ad ottenere che si dichiarasse l’emergenza climatica in diverse parti del mondo. È passato un anno da quando ha parlato alla conferenza delle Nazioni Unite, ma a me sembra che nulla sia cambiato per tutti noi.»

2) Cosa chiede Extinction Rebellion

Quel pomeriggio con Andrea era fruttato a Sophia un sacco di informazioni: aveva scoperto che la diffusione del movimento di XR ormai è planetaria e guardando con il suo amico il sito italiano aveva visto che è molto facile rispondere a cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion, difatti il movimento ha 3 richieste principali, che rivolge localmente alle amministrazioni, quindi sia nei comuni, nelle province e nelle regioni, sia al livello nazionale:

PRIMA: che venga dichiarata l’emergenza climatica ed ecologica cambiando quindi leggi e provvedimenti che non sono indirizzate a risolverla; che si comunichi ai cittadini inequivocabilmente che viviamo nell’emergenza.

SECONDA: che si prendano provvedimenti concreti per raggiungere lo zero netto delle emissioni entro il 2025; si devono dunque arrestare o non intraprendere quegli interventi che distruggono gli ecosistemi e non preservano la biodiversità, nei comuni come al livello nazionale.

TERZA: istituire delle assemblee di cittadini da affiancare alle istituzioni della democrazia rappresentativa, con una gestione veramente condivisa della cosa pubblica. Sulla base delle più evidenti prove scientifiche, i cittadini stabiliranno quali provvedimenti prendere e quali impedire per il bene dell’ecosistema in cui vivono.

Proprio la mattina dopo la chiacchierata con Andrea, Sophia rivede tra i ricordi di Instagram che è passato già un anno da quando aveva partecipato alla seconda grande manifestazione per il Clima in Italia, il 15 settembre 2019. Si sente molto cambiata da allora, quando i dubbi che le nascevano dal fatto che dovremmo cambiare completamente stile di vita avevano ancora un certo appiglio su di lei. Allo stesso tempo era sicura che presto le istituzioni di tutto il mondo avrebbero smesso di investire nelle economie basate sull’estrazione e la combustione del carbone e del petrolio, che presto sarebbe stato chiaro a tutti cosa fare per fermare il mondo prima della catastrofe. Ora invece le è chiaro il contrario: complice anche la pandemia e il lungo lock down  non sa che futuro immaginare per sé e per le generazioni dopo la sua, fino a quella dei suoi ipotetici figli. Quando questo pensiero la attraversa, anche l’ansia si imposessa di lei e un formicolio parte dalle mani verso il suo petto. 

Nel corso dell’ultimo anno, in attesa che le istituzioni ci dicessero in mondovisione cosa fare per salvare la specie umana dall’emergenza climatica, Sophia aveva iniziato da brava a cambiare alcune delle sue abitudini, pensando che presto l’avrebbero seguita praticamente tutti. Così aveva smesso di mangiare la carne, evitato come la peste i passaggi in macchina che i suoi genitori ancora le offrivano con ingenuità, smesso di comprare cose inutili e cibi e bevande monoporzione con sovrabbondante packaging. D’altra parte il 99% degli scienziati, già nel 2019 era d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico ci ha portati ormai nell’emergenza e quell’1% non concorde era formato da studiosi e intellettuali, non-scienziati né climatologi, vicini agli ambienti imprenditoriali che investono nei combustibili fossili. Ma a un anno di distanza, davanti alla sua tazza di caffè, di fronte ai suoi ricordi e alle sue ansie Sophia si chiede: perché nulla è cambiato?

La frase è tratta dal blog di Extinction Rebellion Italia.

3) Come fanno a farsi ascoltare

I giorni di questo settembre sono pieni di domande per Sophia, una certa inquietudine la caratterizza e un pomeriggio, passeggiando con Cloto, sfoga la sua frustrazione rispetto al tema dell’emergenza climatica. Cerca un po’ di conforto e qualche possibile spiraglio nella saggezza della sua amica, dopo aver discusso invano con i suoi genitori, che in questo periodo la trovano insopportabile e credono che esageri.

Dopo aver raccontato tutte le sue scoperte e i suoi pensieri pieni di bilanci sull’ultimo anno, da “cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion” era passata a raccontare “come lo chiedono”, ormai affascinata da questo movimento non violento in espansione. 

I movimenti non violenti, anche secondo Cloto che di battaglie sulle spalle ne ha già parecchie, sono i più efficaci. Studi di scienze sociali, rivolti alla storia del Novecento, hanno dimostrato che le lotte non violente sono riuscite a ottenere il cambiamento che volevano quando riuscivano a coinvolgere almeno il 3,5% della popolazione. «In Italia si tratta di due milioni di persone» dice Sophia, così presa dalla discussione da farsi quasi investire dalla bici che le sfreccia di fianco. «Sta attenta!» le dice Cloto tirandola a sé «vuoi lasciarli a 1 milione 999.999 senza di te?»

Per fortuna Cloto sa sempre come risintonizzare su frequenze medie, cioè quanto meno accettabili, gli stati d’animo di Sophia; il loro reciproco lasciarsi coinvolgere dalle esperienze e dagli interessi l’una dell’altra è la forza di questa amicizia senza tempo, in cui una si affaccia alla vita adulta e l’altra ne ha vissuta una per un bel pezzo. Si ritrovano così in un parco a tirare petali alle margherite senza chiedere “m’ama/non m’ama”, ma valutando i pro e i contro di questo movimento. «Quello che mi piace molto» dice Sophia «è che vogliono coinvolgere i cittadini per decidere se intervenire sull’ecosistema in cui vivono e come lo fanno; decidere insieme se tirare su palazzoni, strade, passanti, ponti, centri commerciali, ma magari!» Anche a Cloto piace tutto questo, dopo che ha partecipato a una consultazione simile che l’aveva lasciata inerme, palesemente priva di potere decisionale in quanto cittadina. «E poi mi piace che propongono proprio un approccio alla vita nuovo, che riguarda i singoli individui, per uno sforzo alla non violenza totale. Nelle relazioni con gli altri, nell’approccio alle cose, alle piante, alla natura tutta, ho letto che questo parlarsi continuo tra i singoli e l’ambiente in cui sono fa stare molto meglio.»

La curiosità di Cloto le porta a cercare dei video sulle loro azioni di disobbedienza civile, che Sophia aveva già guardato nei giorni precedenti. Le immagini riguardano fiumi di liquido rosso che scorre di fronte alle sedi dei governi di tutta europa, persone con le mani fintamente insanguinate in corteo, gruppi distesi a terra nelle piazze di molte città, a simulare la morte collettiva alla quale rischiamo di giungere. «Cavolo, queste performances sono proprio potenti» dice Cloto «forse mettono pure un po’ d’ansia, no?» Sophia è ancora presa dalle immagini e non risponde. Scorrendo ancora, alla notizia dello sciopero della fame di un attivista appena terminato a Bologna, durato 16 giorni, Cloto si anima e spera di trovare un epilogo felice al culmine di questa iniziativa. Purtroppo lo sciopero in questo caso ha portato soltanto a un incontro con la vicesindaca della città, che ha già dichiarato l’emergenza climatica nel 2019, ma che ora è chiamata a mettere in campo iniziative di coinvolgimento della cittadinanza rispetto ad alcuni importanti progetti. La sindaca ha firmato una dichiarazione d’intenti che va nella direzione richiesta dal movimento, un buon risultato, ma è evidente che Extinction Rebellion fa delle richieste molto scomode.

Un’azione di Extinction Rebellion a Berlino, nel mese di giugno del 2020.

4) Come ribellarsi all’estinzione?

A fine giornata Sophia è parecchio stanca, ma prima di separarsi dalla sua amica ha bisogno di fare un punto e sperare di svegliarsi più serena il giorno dopo; purtroppo, aver capito cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion non ha fatto altro che infilarla in un vortice di inquietudini. 

Presa dagli stress e dai dubbi insanabili degli ultimi giorni parla un po’ a raffica: «L’estate del 2020 è una delle più calde degli ultimi 100 anni, un anno fa il movimento dei Fridays for future ha mostrato al mondo che le generazioni dei più giovani hanno bisogno di un cambiamento e di un futuro, io non mangio più la carne e mi faccio un sacco di problemi sui miei acquisti e i miei spostamenti, ma sembra che niente cambi nell’informazione e nelle politiche economiche mondiali, l’ansia mi assale, cosa dobbiamo fare?»

Cloto prende fiato, ci pensa un po’ e dice: «C’è una preghiera molto bella che chiede a dio 3 cose: la serenità di accettare le cose che non si possono cambiare; il coraggio di cambiare quelle che si possono cambiare; la saggezza per distinguere la differenza tra le due.»

S: «Bella, si. Ma io penso di non avere il pezzo fondamentale, “la saggezza per distinguere la differenza”.»

Cloto è preoccupata, sinceramente non vorrebbe essere un’adolescente né una giovane adulta nel 2020, capisce che ci sono molte previsioni sufficientemente probabili da essere prese sul serio, sono evidentemente urgenti da almeno 5 anni ormai, ma la rotta non accenna a invertirsi. Cosa dovrebbe mai dirle lei che non è direttamente colpita da questa possibile catastrofe e che ha già avuto tutto ciò che i giovani del 2020 rischiano di non avere? Tuttavia Sophia aspetta proprio da lei una risposta, lei che sa di doversi sforzare a trovare il giusto consiglio. Proprio nel fare questi pensieri, Cloto realizza che probabilmente il distacco generazionale amplifica gli stati d’animo di incertezza e ansia: “questi giovani sono soli” pensa. 

Scossa da qualche strattone, vede Sophia lì di fronte a lei che cerca di riportarla sulla terra, e finalmente torna a vederla sorridere. Presa d’assalto dalle sue richieste Cloto riesce finalmente a dirle: «Il fatto che tu abbia scelto di cambiare le tue abitudini non deve sembrarti una cosa inutile, significa che tu hai preso sul serio le cose che hai capito e che sai, non cambiare per comodità sarebbe incoerente verso te stessa, quindi non c’entra la loro effettiva utilità nel salvare il mondo dall’emergenza climatica. È probabilmente per questo che ti fanno sentire meglio, perché ti danno l’occasione di creare una nuova modalità di stare al mondo, più soddisfacente per la coerenza con i tuoi valori.»

S: «E quindi basta?»

C: «No, non credo che basti. È chiaro che le abitudini individuali incidono sui consumi al punto di creare delle tendenze di mercato, ma siamo ancora troppo pochi per farli preoccupare. Penso che la partecipazione a movimenti e mobilitazioni che facciano pressione sulle istituzioni abbia un impatto nettamente superiore. Bisogna pretendere dalla politica dei provvedimenti reali ad alto impatto: non chiedere, ma pretendere.»




L’antirazzismo è faticoso

1) L’assassinio di George Floyd

L’inizio del giugno 2020 è molto diverso dal solito, la scuola si ritrova dall’altra parte di uno schermo, anche se sta per finire comunque, piove spesso e non ci sono programmi per l’estate. In attesa della liberazione dalle videolezioni, finite le ultime interrogazioni, Sophia si riprende comunque gli spazi di libertà concessi dalla minore diffusione del virus, riscoprendo a ogni uscita che sapore ha la libertà. In uno di questi pomeriggi, dopo diversi giorni di isolamento per via dello studio, legge sulle pagine di Facebook e Instagram che c’è un gran parlare di antirazzismo, in particolare la colpisce il titolo di un articolo che scorrendo in basso le compare con queste parole: «L’antirazzismo è faticoso». Inizialmente non ci fa caso, continua a scorrere fino a quando tra le notizie e le foto dei suoi amici non incappa in un video che non riesce a non guardare: c’è un signore a terra che implora un poliziotto di lasciarlo respirare, «Please, I can’t breath» (non riesco a respirare) gli dice mentre quello tiene il ginocchio sul suo collo, «please, everything hurts» (mi fa male tutto) gli dice chiedendogli di lasciarlo, «they are going to kill me» (mi uccideranno), si dispera. Questa scena e le suppliche durano abbastanza da vedere che il poliziotto non ha paura né di fare del male, né di uccidere, tant’è che alla fine il signore steso a terra muore. 

Sophia è un parecchio sorpresa e a dir poco scossa, non si aspettava una scena del genere da un annoiato giro sui social network; si chiede se sia successo davvero, se ha davvero assistito a un omicidio in semi-diretta come se fosse una serie TV. Ebbene è quello che è successo e ora capisce come mai da altre pagine aveva letto di razzismo e antirazzismo, oltre a quella frase che non trova più, l’antirazzismo è faticoso. Per fortuna sta per raggiungere Cloto per una passeggiata tra i sentieri vicini alla città, la coincidenza è perfetta per aggiornarsi su questa storia, di cui la sua amica saprà sicuramente di più. 

Appena si incontrano Sophia tira fuori tutto, con le immagini del video ancora stampate in testa e un pugno nello stomaco che la porta a voler capire di cosa si tratta. La sua “vecchia” amica le conferma che quel signore è morto proprio così e non è neanche il primo, il suo nome è George Floyd, viveva a Minneapolis ed era andato a comprare le sigarette. Avrebbe mai potuto immaginare di stare per morire, quando è uscito di casa per un giro nel quartiere? 

2) Cosa fa la polizia in USA

Cloto cerca da subito di allargare lo sguardo su questa questione che va ben oltre l’assassinio di George Floyd e mentre il passo si affretta dopo le prime decine di metri le dice: «In America la polizia uccide i cittadini con una frequenza e un’impunità che mette più paura del video che hai appena visto. Questi cittadini non sono certamente i ricchi padri di famiglia protagonisti del sogno americano, sono piuttosto quei cittadini che non ce la fanno, che sbagliano, che sono poveri. In particolare gli afroamericani come George Floyd hanno una probabilità 4 volte maggiore ai bianchi di finire vittime di queste azioni.» [qui i dati sugli omicidi in USA negli ultimi 7 anni]

Sophia continua a camminare in silenzio, complice la fatica della salita prende tempo per pensare, sa bene che i privilegi e il classismo sono parte integrante della società in cui lei stessa vive, che il razzismo in America è realtà e che dilaga anche in Italia, questi pensieri la spaventano parecchio lasciandola in una grande confusione su cosa è possibile fare. Pensando a quando ha letto che l’antirazzismo è faticoso ricomincia a indagare chiedendo: «Tu sai cosa è successo al poliziotto che ha ucciso George Floyd?»

C: «Il poliziotto si chiama David Chauvin, aveva già delle denunce a carico per aver commesso violenza ingiustificata, è stato licenziato e all’inizio è stato accusato di omicidio colposo, come a dire che lo ha ucciso sì, ma non avrebbe voluto.»

«Beh insomma» la interrompe Sophia «Io l’ho vista la sua faccia mentre quell’uomo diceva di stare per morire!»

C: «Già, gli ha anche ripetuto per 16 volte che non riusciva a respirare» – Cloto si ferma, sta zitta al pensiero di quella scena e di quelle parole, poi riprende – «l’accusa in seguito è cambiata e ora il poliziotto è imputato per omicidio volontario. Insieme a lui sono ora in carcere gli altri 3 agenti che hanno partecipato all’intervento quel giorno, rispondendo alla chiamata del titolare del negozio in cui Floyd era andato a comprare le sigarette, diceva di aver ricevuto una banconota da 20 dollari falsa.»

3) Le proteste e “il paradigma della protesta”

Sophia tira un sospiro di sollievo, una qualche giustizia è stata fatta, ma i pensieri si tornano ad affollare e a crearle una strana confusione, quando Cloto la aggiorna sulle proteste che da più di dieci giorni imperversano in tutti gli Stati Uniti. Viene a sapere che le proteste cominciate a Minneapolis sono state inizialmente molto violente, tanto che è stato dato alle fiamme il commissariato della città, dove lavoravano i 4 agenti coinvolti; molti negozi della città sono stati danneggiati e tra la polizia e i manifestanti ci sono stati scontri molto violenti, con uso massiccio di lacrimogeni e proiettili di gomma da parte della polizia. Uno scenario di guerra le si figura in mente, ricollegando le immagini viste prima di uscire con le informazioni che ha appena ricevuto. Ripensando a quando era ancora a casa, stesa sul letto per il meritato riposo dopo l’ultima interrogazione dell’anno, le torna in mente quella frase che aveva attirato la sua attenzione che diceva l’antirazzismo è faticoso. Ha bisogno di sapere di più, in 10 giorni di cose ne saranno successe e lei è rimasta fuori da tutta questa storia per colpa della scuola; Cloto è affaticata dalla strada in salita, ma le ricapitola tutto abbastanza in fretta. Dice che le proteste violente sono state una parte di quelle verificatesi, soprattutto nei primi giorni hanno contato diversi feriti, con tanto di arresti e violenze sui giornalisti che erano lì per documentare la situazione; poi si sono moltiplicati, sia a Minneapolis che in tutti gli Stati USA, manifestazioni, cortei e sit in che hanno costretto l’opinione pubblica a farsi carico dell’ingiustizia perpetrata ai danni dell’ etnia afroamericana

Sophia a questo punto pensa che sembra esserci in atto una vera rivoluzione, tanto che si parla più di razzismo che di Covid-19. Cloto è molto presa dai racconti, si vede che ha seguito la situazione passo passo nelle ultime settimane e con la scusa di rispondere alle domande sfoga un po’ di rabbia e rimette in ordine le informazioni che ha collezionato. Continuando l’aggiornamento, noncurante del paesaggio sulle colline che si è aperto sulla loro strada, le fa: «non sai quanti hanno detto che la violenza è scandalosa, che questi manifestanti stavano distruggendo una cittadina con un futuro di crescita all’orizzonte e possibilità per tutti e bla bla bla», quando riporta i pensieri che non le piacciono fa sempre così, conclude con “bla bla bla” e gli occhi che roteano, a Sophia fa sempre sorridere. Il motivo per cui è tanto arrabbiata è legato a quello che uno studio ha definito il fenomeno del “paradigma della protesta”, tale per cui il modo in cui la protesta viene raccontata contribuisce al mantenimento dello status quo. Concentrandosi sui danni fatti ai negozi e alle strutture della città, in particolare a Minneapolis, i giornali hanno indirizzato un certo tipo di opinioni pronte a schierarsi contro la violenza; in questo modo le rivendicazioni e le proposte dei manifestanti sono passate in secondo piano nei primi giorni, senza la possibilità di avere il sostegno dell’opinione pubblica.  

Manifestanti a Minneapolis, USA, 31 Maggio 2020

4) Da dove arriva tutta questa rabbia?

Continuando con la condivisione dei suoi pensieri a proposito delle proteste, Cloto riprende: «Io personalmente appena ho visto le immagini degli incendi e dei lacrimogeni agli incroci e dei feriti mi sono detta: “da dove arriva tutta questa rabbia?” Mi è bastato fare una ricerca rapida per scoprire che quello di George Floyd è il quinto omicidio dal 2018 in cui è coinvolta la polizia a Minneapolis. Quasi tutti questi omicidi riguardavano cittadini neri, l’unica condanna è stata ai danni di un poliziotto nero che aveva sparato a una donna bianca australiana. Mi chiedo, a proposito della violenza, perché non fare un bilancio tra i danni ai beni materiali e quelli agli esseri umani. Mi sembra ovvio a quale dei due bisogna dare più importanza e la maggior parte delle violenze ai danni degli esseri umani sono state fatte dalla polizia, che ha ucciso un uomo e ferito centinaia di manifestanti, trascinandoli in una guerra in cui invece di proteggerli li minaccia.»

Sophia ha ascoltato tutto con molta attenzione e inizia a pensare che avere un’opinione su questa vicenda è davvero difficile, se ne parla un sacco, se ne parla forse troppo, a volte se ne parla male, se non fosse stato per questo suo casuale scollegarsi dal mondo chissà che giri sulle montagne russe avrebbe fatto la sua opinione tra una notizia e l’altra. Sembra faticoso arrivare a capirsi quanto l’antirazzismo, ad esempio quando c’è di mezzo la violenza Sophia non sa mai bene da che parte stare, sa che è sbagliata e ha avuto la fortuna di non subirla mai, ma a volte le sembra che sia la reazione a qualcosa che non si vede, ma che lavora giorno dopo giorno, goccia a goccia, come una tortura cinese su qualcuno che presto o tardi, non appena può, reagisce.

Come se le stesse leggendo nel pensiero Cloto riprende: «Bisogna capire che questa violenza arriva da una violenza molto più potente che è strutturale: è la violenza con cui le istituzioni opprimono un gruppo di persone. Le discriminazioni che vivono gli afroamericani sono quotidiane, sono iniziate 4 secoli fa e non sono finite! Lo schiavismo del 17° secolo è diventato segregazione razziale, privazione del diritto di voto, povertà, mancato accesso all’istruzione, al lavoro e alla sanità. Dopo le rivolte e i successi ottenuti negli anni Settanta si è pensato che fossimo a posto così, tutti uguali e fine del razzismo; ma basta guardare i dati sulle percentuali di occupazione dei neri, sulla percentuale di povertà e anche sul rischio di ammalarsi, per accorgersi che non è così. Ancora oggi i neri vivono discriminazioni nell’alloggio, nell’istruzione, nell’impiego che si basa solo sul colore della loro pelle.» (vedi i dati qui

5) Quanto è faticoso l’antirazzismo per le persone bianche?

La fine del percorso e l’arrivo sul punto più alto del colle lascia spazio a un lungo silenzio tra Cloto e Sophia, rispettivamente affaticate dallo sfogo e dalle tante parole spese nel cammino e dai molti pensieri che affollano la mente. A rompere il silenzio è il ritorno di quella frase che Sophia ripropone: «Ho letto che  l’antirazzismo è faticoso, ma cosa vuol dire secondo te?»

Cloto ci pensa un po’ su, tante cose le vengono in mente, ma decide di partire da una molto particolare: «Mi sembra che per parlare di quanto è faticoso l’antirazzismo possiamo partire da un episodio di un cinque o sei anni fa. Ero in piazza a leggere il giornale e a passare il tempo come faccio spesso, succede che si siede di fianco a me un nero. Dopo poco capita che iniziamo a chiacchierare, ci presentiamo, scopro che si chiama Moussa. A un certo punto, dopo avermi ascoltato parlare di non so bene cosa, inizia a farmi delle domande che lo portano dritto dritto alla conclusione che io sono razzista.»

S: «Come??? Razzista tu? Ma deve proprio aver sbagliato persona!»

C: «Ovviamente non mi ha insultato, anzi sentirmi dare della razzista mi ha scosso in un modo tale che niente è stato più come prima. Io mi sentivo così, come mi vedi tu, tutt’altro che razzista; e invece quel ragazzo mi ha dimostrato una cosa che io non avevo mai realizzato e che mi ha richiesto una grossa fatica personale. Sì  l’antirazzismo è faticoso Sophia; fino a due anni fa, chiunque mi avesse chiesto se io ritenessi che esista una gerarchia tra le razze, avrebbe ricevuto in risposta un “No” e tante belle parole su quanto sarebbe più giusto evitare discriminazioni su base etnica. Beh, nel bel mezzo dei miei discorsi questo ragazzo mi dice:  “questo modo di essere antirazzisti è un modo per stare comodi nel privilegio bianco”. Ricordo ancora le sue parole.»

S: «E tu come hai reagito?»

C: «Io ero immobile, mi sono sentita addosso tutto l’odio che Moussa ha per il privilegio bianco, che in quel momento ero io, davanti a lui. Mi ha detto che lui lo sa come ci parlano a scuola delle persone come lui, del continente da cui provengono e della storia del mondo; dopo la scuola ce ne parlano all’università e sul lavoro e alla TV, basandosi su un assunto che nessuno dice mai, ma che è ovunque: i bianchi sono migliori; i neri sono affamati, poveri, bisognosi, analfabeti, criminali, stupidi, puzzolenti.»

S: «Ma io non ho mai sentito nessuno definirli così!»

C: «Certo, ci credo, ma se ti parlo di una persona nera ti vengono in mente prima situazioni come quelle che ho elencato, tali per cui vengono aiutati o giudicati, o ti viene in mente altro? Solo facendo parlare le persone che subiscono il nostro sguardo e la nostra discriminazione ci accorgiamo di quale sia la loro esperienza. Realizziamo così che come esseri umani veniamo approvati o disapprovati per un colore della pelle che nessuno sceglie, né in un caso né nell’altro.» 

S: «Quindi pensi che aveva ragione Moussa?»

C: «Io penso di sì. Mi è sembrato inizialmente assurdo ma è così; mi sono  ritrovata ad essere razzista, in una parte di me inaccettabile ma radicata, messa a nudo da un incontro casuale in un pomeriggio qualsiasi. Ho scoperto così che l’antirazzismo è faticoso e la fatica comincia quando ci accorgiamo che siamo razzisti, perché abbiamo un privilegio attaccato alla pelle che agisce quotidianamente e noi non ci scomodiamo di vedere che effetti provoca. Noi bianchi siamo figli della storia di un’Europa che ha deportato africani in America per schiavizzarli e ha colonizzato il continente africano privandolo di risorse per secoli. Questa storia agisce su di noi, anche a distanza di molto tempo, facendoci sentire migliori, ma senza farci pensare che abbiamo inventato la differenza tra le razze creando un privilegio al quale non vogliamo rinunciare.»

S: «Non so se questa cosa riguarda anche me sinceramente, ci devo pensare, finirà che sono razzista anche io? Ora come ora continuo a chiedermi cosa possiamo fare per diffondere l’antirazzismo.»

C: « Prima di tutto dobbiamo iniziare ad ascoltare, scendendo dal piedistallo dal quale divulghiamo le nostre false verità, ecco come l’antirazzismo è faticoso. Da quello stesso piedistallo elargivamo premi e punizioni a neri meritevoli o criminali, in molti dei nostri pensieri. Solo se scendiamo smettiamo di saperla lunga e iniziamo a imparare una lezione che non finirà in poco tempo, da una nuova prospettiva. Da lì possiamo vedere che prima di chiedere non-violenza dobbiamo contribuire a dare giustizia, perché fino a quando il sistema democratico occidentale che chiede pace e non-violenza non dà giustizia, non avremo la pace. Fino a quando lo stesso sistema ignora migliaia di morti annegati in mare perché pensa che la vita di un nero valga molto meno di quella di un bianco, non avremo la pace. Non la avremo prima di tutto dentro di noi, se siamo antirazzisti.»

NDR: La frase riportata nel cartello in foto è di Martin Luther King, leader dei movimenti per i diritti civili degli afroamericani. Tradotta dall’inglese significa «la rivolta è la voce di chi non è ascoltato». 




Silvia Romano è finalmente libera

In un sabato pomeriggio di maggio Sophia rimane scollegata dal mondo per qualche ora, si tratta di quel sabato 9 maggio in cui Silvia Romano è finalmente libera, ma per Sophia è il primo sabato fuori di casa insieme agli amici, dopo 60 giorni di isolamento (vedi Emergenza Covid-19 del 2020). In questa occasione lo smartphone rimane nella sua sacca, intoccato da quando lo ha buttato lì dentro insieme alle chiavi e al portafoglio, nella fretta di uscire. Aveva fatto quei gesti come se non fosse passato che qualche giorno dall’ultima volta, pur non essendo così. Piuttosto vestirsi non era stato così semplice: dover uscire a primavera inoltrata e non avere che maglioni a portata di mano aveva mostrato tutta l’urgenza della sistemazione dell’armadio. Ma una scala e il ritrovamento dell’outfit preferito della primavera precedente avevano risolto in fretta il problema: un pantalone a vita alta e una maglietta corta le avevano fatto riscoprire la gioia di uscire senza preoccuparsi di avere freddo. Così, in quel sabato pomeriggio, Sophia perde l’iniziale tam tam che diverse pagine Facebook e Instagram mettono in atto per diffondere la notizia che Silvia Romano è finalmente libera; Sophia non sa ancora bene di chi si tratta, ma la sua faccia in mezzo a tanti bambini sorridenti e i diversi appelli per la sua liberazione le erano già capitati sottocchio.  

1) L’arrivo di Silvia Romano

Ecco che il giorno dopo, domenica, si ritrova all’ora di pranzo seduta a tavola a guardare il portellone aperto di un aereo per diversi minuti, aspettando che Silvia compaia e scenda. La sera prima, una volta a casa, era inevitabilmente incappata in tutte le notizie del caso, ricostruendo che Silvia Romano è finalmente libera dopo 18 mesi di prigionia trascorsi in Somalia, portata lì una volta rapita in Kenya, dove era andata a fare un’esperienza di volontariato all’estero (qui le notizie). Dalle notizie che arrivano e dalla diretta sul suo arrivo Sophia sente che c’è una grande attesa verso il momento in cui Silvia Romano sarà di nuovo in Italia, evidentemente libera, evidentemente a casa. Molti giornalisti sono sul posto e anche i politici del governo, ci sono il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri, ma soprattutto c’è la famiglia di Silvia Romano: sua madre, suo padre e sua sorella che aspettano di abbracciarla. Proprio questo lungo abbraccio e il sorriso smagliante di Silvia colpiscono Sophia, quei lunghi minuti passati tra le braccia della mamma e della sorella e poi questo papà che le si inchina, la omaggia per la resistenza e la tenacia, per il suo coraggio in una situazione difficile, a pensarci inaffrontabile. Silvia era una giovane ventitreenne appena laureata quando è stata rapita nel 2018, la sua famiglia non ha avuto sue notizie per molti mesi, fino a quando non ha saputo che Silvia era viva, ma non aveva idea di dove fosse, con chi, come passasse le sue giornate, con quali persone fosse costretta a stare, nulla. Ora questa ragazza, questa figlia, questa donna, è tornata e sorride; le sue prime parole diffuse dai giornali e dalle pagine online sono confortanti: dice di stare bene, di sentirsi felice per il ritorno e di aver avuto molta forza, ma il suo sorriso parla più di mille parole, Silvia Romano è finalmente libera. 

Sophia è molto colpita da questo momento, si sente felice per qualcuno che non conosce come se si trattasse di un’amica, sarà forse perché le è capitato di pensare alla possibilità di lavorare lontano da casa in futuro, o di fare volontariato all’estero, affascinata e attratta dall’idea di viaggiare e insieme contribuire e fare parte della comunità che si incontra. In questa situazione sente di condividere pensieri ed emozioni con tutti gli italiani, è una notizia bellissima e il momento del suo arrivo l’ha coinvolta come avrà coinvolto tanti altri. 

Pronta a dedicarsi ad altro torna in camera sua, ripensa al momento precedente e al fatto che i suoi genitori si sono trovati un po’ stupiti di fronte alle immagini che hanno guardato insieme: dicevano che la conversione all’Islam dopo una prigionia così lunga potrebbe non appartenere fino in fondo a Silvia Romano, che la situazione potrebbe averla condizionata. Anche per questo Sophia aveva preferito tornare a starsene sul suo letto, con tanto di interrogazione da preparare per la video lezione del lunedì. Peccato che la concentrazione non arrivi proprio, la mente le torna a quelle immagini e a quei commenti, che oltre a lasciarla perplessa le creano un fastidio e una sottile paura che non riesce a spiegarsi. Pur essendo evidente che la conversione a una religione alla quale non è stata educata rappresenta un grosso cambiamento, non capisce come mai chi guarda la commenti senza conoscere le sue esperienze. Inizia anche a chiedersi come mai ci fossero così tanti giornalisti e i politici, qualcosa le dice che tutta questa attenzione non porterà nulla di buono se anche i suoi genitori, con i quali spesso non è d’accordo ma che non considera così male, hanno reagito così.

Che cos’è l’islamofobia? Continua a leggere!

2) La reazione dei media e degli italiani ci parlano di islamofobia

Nei giorni successivi in Italia i giornali continuano a parlare di Silvia Romano, la grande attenzione riservatale non sembra attenuarsi: al suo ritorno nella sua casa a Milano, il lunedì, decine di giornalisti la assalgono, le chiedono se tornerà in Kenya; lei non risponde, semplicemente sale su, si affaccia e saluta, sempre sorridendo. Oltre a questo, tutti i commenti ad opera dei giornalisti e delle persone che esprimono la loro opinione sui social network sono concentrati su quel jilbab verde, l’abito con cui la si vede dalla sua liberazione, che Silvia indossa da quando si è convertita all’Islam. Questi commenti, nota Sopha, vanno dal sostenere che Silvia non sia stata lucida, che non lo sia ancora e che sia stata colpita da una sorta di Sindrome di Stoccolma (qui Il Corriere della Sera), al ritenere che Silvia stia mostrando ingratitudine verso il suo paese che l’ha salvata e l’ha accolta con tanto di cariche istituzionali (qui Sallusti su Il Giornale). Ora Sophia ha la conferma del suo sentore: tutta quell’attenzione non porta nulla di buono. Lei per prima si sente satura di immagini con volto di questa ragazza infondo sconosciuta, di commenti e teorie su quell’abito; torna ad invaderla quella sensazione di fastidio e timore che la porta ad arrabbiarsi e pure a cercare ancora dettagli. 

Sophia fa così l’errore di sbirciare tra i commenti delle persone sui social network e scopre che in tantissimi sono tutt’altro che felici del fatto che Silvia Romano è finalmente libera; in tanti parlano di questi 4 milioni di euro che avremmo sprecato pagando il riscatto (ndr non ci sono conferme sul pagamento di un riscatto) per «una ragazzina che poteva fare volontariato anche a casa sua e che se ne stava in vacanza in Africa con tanto di relazione sentimentale» (voci infondate parlano di un matrimonio con uno dei rapitori). A questo punto la rabbia è insostenibile e Sophia vorrebbe che nessuno parlasse ancora di questa storia senza conoscerla, d’altra parte lei per prima legge cose su cose a proposito di Silvia Romano da giorni, ma pensandoci non sa nulla di nuovo che non siano le informazioni del primo momento. Al di là di innumerevoli commenti il fatto in questione resta semplice: c’era una cittadina Italiana ostaggio di rapitori appartenenti al gruppo terroristico al-Shabaab, di cui non si avevano notizie da più di un anno; questa cittadina è stata finalmente liberata, dice di stare bene e di aver trovato nella lettura del Corano conforto e forza per reagire, da qui la conversione all’islamismo; il suo sorriso parla della sua felicità, ora è a casa con la sua famiglia. Piuttosto, quello che non si sa è chi sono i responsabili del rapimento, se c’è modo di catturarli e indagare sulle loro responsabilità per la violenza fatta ai danni di Silvia Romano, sarebbe interessante saperne di più, ma nessuno ne parla.

Qualche sera dopo, alla notizia del ritrovamento di cocci di bottiglia sulla finestra della casa di Silvia Romano e dell’apertura di un’inchiesta della procura di Milano per le offese e le minacce di morte che ha ricevuto, Sophia rimugina e rimugina, decide di chiamare Cloto trovandosi un po’ scossa, con questa paura che le si fa sempre più grande dentro. La trova che sta rientrando a casa, ormai a suo agio con la videochiamata anche quando è in strada, e pensare che è in pensione! Le risponde mentre assaggia la baguette che esce dal sacchetto: «Ciao! Come stai?» le chiede subito Cloto. L’ultima volta si erano lasciate con l’insostenibilità del non poter uscire per vedere chi si vuole e la speranza di dare un taglio ai capelli di entrambe. 

S: «Vorrei un po’ risistemare i pensieri, questa faccenda di Silvia Romano mi ha un po’ invaso.»

C: «Sì posso capire, non me l’aspettavo neanche io e sono molto dispiaciuta.»

S: «Beh io sono anche parecchio arrabbiata, ho pure scoperto su Instagram che tutta questa montatura non è neanche dovuta a un evento straordinario. Nel 2019 sono stati liberati tre ostaggi di gruppi terroristi islamici (vedi Luca Tacchetto, Alessandro Sandrini, Sergio Zanotti) due di loro si sono convertiti all’Islam e in due casi su tre lo stato italiano ha dovuto svolgere negoziati per ottenere la liberazione, io non ne avevo sentito parlare. Mi pare evidente che la storia di Silvia sia simile alla loro, ma abbia avuto un trattamento leggermente diverso!» dice Sophia ironizzando.

C: «È il caso di capire qual è il punto di questa storia per risistemare i pensieri. A me viene in mente islamofobia…partiamo da lì?» 

S: «Cosa intendi?»

C: «Mi sembra evidente che il pregiudizio sulla religione islamica serpeggi anche nelle menti più progressiste»

S: «Avresti dovuto sentire i miei…» la interrompe Sophia strabuzzando gli occhi e tirando su il sopracciglio, come fa sempre per mostrare il suo tono critico. 

«Ahahah… peccato!» – risponde Cloto – «ma come vedi è diffusissima l’opinione che si tratti di una religione che non rispetta le libertà personali e che impone alle donne scelte che gli impediscono di essere valorizzate. Non voglio fare facili paragoni con il cristianesimo più integralista, ma l’islamismo, come tutte le religioni, ha una simbologia, dei ruoli, delle sfere di significato, all’interno delle quali ogni credente si muove con l’autonomia che crede. Soprattutto, la laicità dello Stato non permette di interferire su scelte così private, quindi gli attacchi da testate giornalistiche con accuse di ingratitudine sono inaccettabili in democrazia.» 

3) Corpi di donna e patriarcato

Sophia a questo punto sente il bisogno di vedere più a fondo nel pensiero della sua amica Cloto, che per ora lascia aperto uno spiraglio su una visione differente, nuova, forse più vicina alla sua. Così le chiede: «Ma tu cosa ne pensi della conversione?»

C: «Principalmente mi chiedo perché mi sento di in dovere di pensare qualcosa, comunque a me non sembra così assurdo che in un momento di così grande difficoltà ci si rivolga con più intensità a qualcosa che dà senso a tutto ciò che viviamo, le religioni hanno questo compito e sanno farlo anche molto bene. Il fatto che questa giovane donna abbia letto il Corano e abbia trovato forza per resistere, il fatto che ora si chiami Aisha, che significa “viva”, mi fa vedere come si sia aggrappata alla vita, quel valore celebrato da tutte le religioni. Non posso sapere molto di più e non vorrei che lei ce ne parlasse ora, mi è bastato vedere tornare una giovane donna a casa, viva.»

S: «Viva e sorridente! Sembra quasi che quel sorriso abbia infastidito chi si immaginava di vederla arrivare visibilmente distrutta, ma siccome sorride non è più una vittima e siccome sorride qualcuno può anche dire che “se l’è andata a cercare”. D’altronde le donne se la vanno sempre a cercare a quanto pare: non è mai responsabilità di chi le molesta, di chi le insulta, di chi le rapisce, di chi le violenta.»

«Attenzione, qui abbiamo una femminista!» – la interrompe Cloto. Un silenzio attraversa il fiume di parole di Sophia, che più volte si è trovata spiazzata di fronte alla parola ‘femminismo’,  ma che stavolta risponde: «Ebbene sì! All’ennesimo libro sul tema ti dico di sì, o almeno ci voglio provare. Stavolta ho letto  Manuale per ragazze rivoluzionarie e nel bel mezzo di questa lettura succede che Silvia Romano è finalmente libera, libera ai miei occhi, ma forse non realmente tale.» Lo sguardo di Sophia si fa un po’ cupo, naturalmente si tira su il cappuccio della felpa e lascia che il ciuffo di capelli neri le rimanga sugli occhi. «Mi sembri un po’ triste, quasi quasi spaventata?» le dice Cloto. Sophia ora è di fronte a quella paura che silenziosamente la attraversa da giorni e alla quale non ha dato voce finora. «Ci hai preso» -le risponde- «a tratti mi sento proprio spaventata. Forse perché sento che il suo corpo è anche il mio, un corpo di donna, un corpo giovane dal quale ci si aspetta bellezza da mettere in mostra, per poterlo trattare come oggetto di conquista; un corpo di donna dalla quale ci si aspetta sguardo sommesso e non il coraggio di scegliere e di sorridere. Quel corpo è anche il mio e mi chiedo se sarò mai libera di sorridere quando voglio, di scegliere come vestirmi, di non subire lo sguardo degli altri pieno di pretese che dal corpo arrivano alle mie scelte, alle mie abitudini. Io la sento già tutta questa pressione e me la faccio anche da sola quando mi vesto, quando mi trucco, quando non voglio che nessuno mi guardi. Ne sarò mai libera?»

“Be a Lady, they said.” Non è facile essere il corpo di una donna prima di qualsiasi altra cosa. Guarda il video qui .

Cloto guarda Sophia con sguardo intenerito e fiducioso, la domanda che si è posta implica tanto lavoro, ma la ragazza che ha davanti è già pronta a lottare per il cambiamento che vuole, così le dice: «Mi pare di capire che vuoi liberartene, e conoscendoti ce la farai. Ci sono tanti gesti e parole che possono iniziare a far parte della lotta per la tua libertà, andando avanti di giorno in giorno quella paura verrà sostituita dall’orgoglio di essere ciò che sei. Succederà d’improvviso, ma non per caso, che la forza di chi si sente libera prenderà il posto della paura.» 

S: «Mi viene un po’ da ridere a pensare che solo qualche mese fa la “lotta al patriarcato” mi sembrava una follia, uno di quei discorsi da fanatiche che vedono quello che non c’è e che vogliono mettere su questa lotta contro gli uomini a tutti i costi. La scrittrice del libro che ti dicevo (vedi Manuale per ragazze rivoluzionarie) mi ha smentito alle prime pagine sfogliate ancora in libreria, lei dice subito che il patriarcato funziona fino a quando le donne pensano che non ci sia altro modo di far funzionare le cose che questo: che gli uomini sono fatti in un modo e le donne in un altro. Il primo passo sta nel capire che in questa lotta si tratta di combattere le aspettative su entrambi i generi, e magari di lottare pure insieme, dalla stessa parte!» Preso da questi pensieri e da queste nuove consapevolezze lo sguardo di Sophia non è più incupito, ma guarda un orizzonte nuovo pieno di speranze. Cloto è felice di vederla così, la rincuora sapere che abbia visto subito una via d’uscita dalla paura: «Tutta questa vicenda crea uno scossone e spero siano in tante a vedere che ci troviamo insieme a subire questi sguardi che ti fanno a pezzi. A furia di parlarne abbiamo reso Silvia Romano doppiamente vittima, prima dei rapitori e poi di tutti gli sguardi in cui vivono le aspettative che non ha rispettato.»

Nel frattempo, forse, Silvia Romano è semplicemente a casa, si spera libera da tutte queste voci, piena di vita; e mentre il mondo fuori le riserva il peggio e il meglio, incrocia suo padre nel corridoio e gli dice: «Oggi facciamo di nuovo la pizza, papà?»