Cosa chiede il movimento di Extinction Rebellion

«Hai mai visto questo simbolo?» Dice Andrea rivolgendosi a Sophia e interrompendo la loro camminata per le vie del centro; sta indicando una clessidra inserita in un cerchio, stampata sull’asfalto. 
S: «Sì un sacco di volte, la prima volta l’estate scorsa, camminando per le strade di Parigi; ora lo vedo sempre più spesso, per terra, sui muri, sui lampioni…»
A: «Sai chi sono quelli di Extinction Rebellion?»
S: «Più o meno…il simbolo è il loro?»
A: «Sì! Devi venire al prossimo incontro del lunedì, niente di impegnativo, vieni solo a conoscerli e ti fai un’idea!»
S: «Ma tu li conosci?» 
A: «Sì, ci vado dallo scorso inverno, ho partecipato anche alle azioni…»

1) Che cos’è Extinction Rebellion

Inizia così una nuova scoperta per Sophia, che finalmente riesce a dare un senso a questo simbolo, incontrato più volte sulla strada. Non sa se ha voglia di andarli a conoscere prima di sapere qualcosa di più, così chiede ad Andrea di prendere il gelato insieme e di fermarsi un po’ fuori casa per capire cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion. Il movimento è nato a fine ottobre 2018, circa due anni fa, in una circostanza particolare: Andrea le racconta che tutto è iniziato con un’azione di disobbedienza civile, a Londra, il 31 ottobre. Gli organizzatori aspettavano qualche centinaio di persone, ma ne sono arrivate 1500, erano lì per dichiarare ufficialmente la loro ribellione di fronte alla sede del governo inglese. 

«E a che cosa si ribellano?» chiede istintivamente Sophia.

«Semplice, si ribellano all’estinzione» risponde Andrea. «Se vuoi sapere cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion devi partire dal presupposto che loro sono portavoci di un punto di vista unico, anche se basato su considerazioni molto condivise. Hanno dunque la loro verità.»

S: «Immagino che la clessidra nel cerchio c’entri qualcosa con il tempo che ci separa dall’estinzione, è vero?» Chiede Sophia visibilmente intristita dalla tematica.

A: «Proprio così! Il movimento punta a sottolineare che la crisi climatica è un’emergenza, tale da metterci nei guai già di tra 5 o 6 anni con il peggioramento delle siccità e degli eventi climatici estremi, creando prima di tutto conseguenze sui territori tali da generare una grossa quantità di migranti climatici, che nel 2050 arriverebbero ad essere 200 milioni. Loro ci stanno dicendo che non c’è più tempo e io inizio a pensare che sia proprio così.»

S: «Anche Greta Thunberg si affanna a dire la stessa cosa ed è riuscita ad ottenere che si dichiarasse l’emergenza climatica in diverse parti del mondo. È passato un anno da quando ha parlato alla conferenza delle Nazioni Unite, ma a me sembra che nulla sia cambiato per tutti noi.»

2) Cosa chiede Extinction Rebellion

Quel pomeriggio con Andrea era fruttato a Sophia un sacco di informazioni: aveva scoperto che la sua diffusione ormai è planetaria e guardando con il suo amico il sito italiano aveva visto che è molto facile rispondere a cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion, difatti il movimento ha 3 richieste principali, che rivolge localmente alle amministrazioni, quindi sia nei comuni, nelle province e nelle regioni, sia al livello nazionale:

PRIMA: che venga dichiarata l’emergenza climatica e si cambino leggi e provvedimenti che non sono indirizzate a risolverla; che si comunichi ai cittadini inequivocabilmente che viviamo nell’emergenza.

SECONDA: che si prendano provvedimenti concreti per raggiungere le emissioni zero entro il 2025; si devono dunque arrestare o non intraprendere quegli interventi che distruggono gli ecosistemi e non preservano la biodiversità, nei comuni come al livello nazionale.

TERZA: istituire delle assemblee di cittadini da affiancare alle istituzioni della democrazia rappresentativa, con una gestione veramente condivisa della cosa pubblica. Sulla base delle più evidenti prove scientifiche, i cittadini stabiliranno quali provvedimenti prendere e quali impedire per il bene dell’ecosistema in cui vivono.

Proprio la mattina dopo la chiacchierata con Andrea, Sophia rivede tra i ricordi di Instagram che è passato già un anno da quando aveva partecipato alla seconda grande manifestazione per il Clima in Italia, il 15 settembre 2019. Si sente molto cambiata da allora, quando i dubbi che le nascevano dal fatto che dovremmo cambiare completamente stile di vita avevano ancora un certo appiglio su di lei. Allo stesso tempo era sicura che presto le istituzioni di tutto il mondo avrebbero smesso di investire nelle economie basate sull’estrazione e la combustione del carbone e del petrolio, che presto sarebbe stato chiaro a tutti cosa fare per fermare il mondo prima della catastrofe. Ora invece le è chiaro il contrario: complice anche la pandemia e il lungo lock down  non sa che futuro immaginare per sé e per le generazioni dopo la sua, fino a quella dei suoi ipotetici figli. Quando questo pensiero la attraversa, anche l’ansia si imposessa di lei e un formicolio parte dalle mani verso il suo petto. 

Nel corso dell’ultimo anno, in attesa che le istituzioni ci dicessero in mondovisione cosa fare per salvare la specie umana dall’emergenza climatica, Sophia aveva iniziato da brava a cambiare alcune delle sue abitudini, pensando che presto l’avrebbero seguita praticamente tutti. Così aveva smesso di mangiare la carne, evitato come la peste i passaggi in macchina che i suoi genitori ancora le offrivano con ingenuità, smesso di comprare cose inutili e cibi e bevande monoporzione con sovrabbondante packaging. D’altra parte il 99% degli scienziati, già nel 2019 era d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico ci ha portati ormai nell’emergenza e quell’1% non concorde era formato da studiosi, intellettuali, non-scienziati né climatologi, vicini agli ambienti imprenditoriali che investono nei combustibili fossili. Ma a un anno di distanza, davanti alla sua tazza di caffè, di fronte ai suoi ricordi e alle sue ansie Sophia si chiede: perché nulla è cambiato?

La frase è tratta dal blog di Extinction Rebellion Italia.

3) Come fanno a farsi ascoltare

I giorni di questo settembre sono pieni di domande per Sophia, una certa inquietudine la caratterizza e un pomeriggio, passeggiando con Cloto, sfoga la sua frustrazione rispetto al tema dell’emergenza climatica. Cerca un po’ di conforto e qualche possibile spiraglio nella saggezza della sua amica, dopo aver discusso invano con i suoi genitori, che in questo periodo la trovano insopportabile e credono che esageri.

Dopo aver raccontato tutte le sue scoperte e i suoi pensieri pieni di bilanci sull’ultimo anno, da “cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion” era passata a raccontare “come lo chiedono”, ormai affascinata da questo movimento non violento in espansione. 

I movimenti non violenti, anche secondo Cloto che di battaglie sulle spalle ne ha già parecchie, sono i più efficaci. Studi di scienze sociali, rivolti alla storia del Novecento, hanno dimostrato che le lotte non violente sono riuscite a ottenere il cambiamento che volevano quando riuscivano a coinvolgere almeno il 3,5% della popolazione. «In Italia si tratta di due milioni di persone» dice Sophia, così presa dalla discussione da farsi quasi investire dalla bici che le sfreccia di fianco. «Sta attenta!» le dice Cloto tirandola a sé «vuoi lasciarli a 1 milione 999.999 senza di te?»

Per fortuna Cloto sa sempre come risintonizzare su frequenze medie, cioè quanto meno accettabili, gli stati d’animo di Sophia; il loro reciproco lasciarsi coinvolgere dalle esperienze e dagli interessi l’una dell’altra è la forza di questa amicizia senza tempo, in cui una si affaccia alla vita adulta e l’altra ne ha vissuta una per un bel pezzo. Si ritrovano così in un parco a tirare petali alle margherite senza chiedere “m’ama/non m’ama”, ma valutando i pro e i contro di questo movimento. «Quello che mi piace molto» dice Sophia «è che vogliono coinvolgere i cittadini per decidere se intervenire sull’ecosistema in cui vivono e come. Se tirare su palazzoni, strade, passanti, ponti, centri commerciali, ma magari!» Anche a Cloto piace tutto questo, dopo che ha partecipato a una consultazione simile che l’aveva lasciata inerme, palesemente priva di potere decisionale in quanto cittadina. «E poi mi piace che propongono proprio un approccio alla vita nuovo, che riguarda i singoli individui, per uno sforzo alla non violenza totale. Nelle relazioni con gli altri, nell’approccio alle cose, alle piante, alla natura tutta, ho letto che questo parlarsi continuo tra i singoli e l’ambiente in cui sono fa stare molto meglio.»

La curiosità di Cloto le porta a cercare dei video sulle loro azioni di disobbedienza civile, che Sophia aveva già guardato nei giorni precedenti. Le immagini riguardano fiumi di liquido rosso che scorre di fronte alle sedi dei governi di tutta europa, persone con le mani fintamente insanguinate in corteo, gruppi distesi a terra nelle piazze di molte città, a simulare la morte collettiva alla quale rischiamo di giungere. «Cavolo, queste performances sono proprio potenti» dice Cloto «forse mettono pure un po’ d’ansia, no?» Sophia è ancora presa dalle immagini e non risponde. Scorrendo ancora, alla notizia dello sciopero della fame di un attivista appena terminato a Bologna, durato 16 giorni, Cloto si anima e spera di trovare un epilogo felice al culmine di questa iniziativa. Purtroppo lo sciopero in questo caso ha portato soltanto a un incontro con la vicesindaca della città, che ha già dichiarato l’emergenza climatica nel 2019, ma che ora è chiamata a mettere in campo iniziative di coinvolgimento della cittadinanza rispetto ad alcuni importanti progetti. La sindaca ha firmato una dichiarazione d’intenti che va nella direzione richiesta dal movimento, un buon risultato, ma è evidente che Extinction Rebellion fa delle richieste molto scomode.

Un’azione di Extinction Rebellion a Berlino, nel mese di giugno del 2020.

4) Come ribellarsi all’estinzione?

A fine giornata Sophia è parecchio stanca, ma prima di separarsi dalla sua amica ha bisogno di fare un punto e sperare di svegliarsi più serena il giorno dopo; purtroppo, aver capito cosa chiedono quelli di Extinction Rebellion non ha fatto altro che infilarla in un vortice di inquietudini. 

Presa dagli stress e dai dubbi insanabili degli ultimi giorni parla un po’ a raffica: «L’estate del 2020 è una delle più calde degli ultimi 100 anni, un anno fa il movimento dei Fridays for future ha mostrato al mondo che le generazioni dei più giovani hanno bisogno di un cambiamento e di un futuro, io non mangio più la carne e mi faccio un sacco di problemi sui miei acquisti e i miei spostamenti, ma sembra che niente cambi nell’informazione e nelle politiche economiche mondiali, l’ansia mi assale, cosa dobbiamo fare?»

Cloto prende fiato, ci pensa un po’ e dice: «C’è una preghiera molto bella che chiede a dio 3 cose: la serenità di accettare le cose che non si possono cambiare; il coraggio di cambiare quelle che si possono cambiare; la saggezza per distinguere la differenza tra le due.»

S: «Bella, si. Ma io penso di non avere il pezzo fondamentale, “la saggezza per distinguere la differenza”.»

Cloto è preoccupata, sinceramente non vorrebbe essere un’adolescente né una giovane adulta nel 2020, capisce che ci sono molte previsioni sufficientemente probabili da essere prese sul serio, sono evidentemente urgenti da almeno 5 anni ormai, ma la rotta non accenna a invertirsi. Cosa dovrebbe mai dirle lei che non è direttamente colpita da questa possibile catastrofe e che ha già avuto tutto ciò che i giovani del 2020 rischiano di non avere? Tuttavia Sophia aspetta proprio da lei una risposta, lei che sa di doversi sforzare a trovare il giusto consiglio. Proprio nel fare questi pensieri, Cloto realizza che probabilmente il distacco generazionale amplifica gli stati d’animo di incertezza e ansia: “questi giovani sono soli” pensa. 

Scossa da qualche strattone, vede Sophia lì di fronte a lei che cerca di riportarla sulla terra, e finalmente torna a vederla sorridere. Presa d’assalto dalle sue richieste Cloto riesce finalmente a dirle: «Il fatto che tu abbia scelto di cambiare le tue abitudini non deve sembrarti una cosa inutile, significa che tu hai preso sul serio le cose che hai capito e che sai, non cambiare per comodità sarebbe incoerente verso te stessa, quindi non c’entra la loro effettiva utilità nel salvare il mondo dall’emergenza climatica. È probabilmente per questo che ti fanno sentire meglio, perché ti danno l’occasione di creare una nuova modalità di stare al mondo, più soddisfacente per la coerenza con i tuoi valori.»

S: «E quindi basta?»

C: «No, non credo che basti. È chiaro che le abitudini individuali incidono sui consumi al punto di creare delle tendenze di mercato, ma siamo ancora troppo pochi per farli preoccupare. Penso che la partecipazione a movimenti e mobilitazioni che facciano pressione sulle istituzioni abbia un impatto nettamente superiore. Bisogna pretendere dalla politica dei provvedimenti reali ad alto impatto: non chiedere, ma pretendere.»




Cosa c’è da festeggiare al Pride?

È luglio e un pomeriggio in casa con aria condizionata, buona compagnia e chiacchiere interessanti è uno dei rimedi migliori al caldo in città. Sophia è rimasta da Cloto, la sua “amica senza età”, come lei ama chiamarla, ma di quell’età che i capelli sono imbiancati dal tempo. Dopo pranzo sono sedute sul divano a bere il caffè e Sophia le racconta di un’interessante esperienza accaduta durante il Pride month (giugno): stanca di sentire e leggere battute poco simpatiche sulla manifestazione che si tiene ogni anno a fine giugno in tutto il mondo, ha fatto nelle stories di Instagram una domanda per vedere cosa ne pensa le gente, così ha chiesto: “cosa c’è da festeggiare al Pride?”. 

«Ma come mai» – le chiede Cloto – «hai fatto proprio questa domanda?»

S: «Già lo scorso anno sono stata sommersa da pensieri contrastanti riguardo alla manifestazione, io volevo andarci ma alcuni miei compagni di classe e amici di amici hanno iniziato a prendermi in giro. Per non parlare del padre di Carlotta che mi era un sacco simpatico fino a quando un giorno, a tavola, ha iniziato a dire che “se i gay vogliono più diritti non li otterranno di certo con queste manifestazioni in cui ostentano le loro trasgressioni”. Io gli avevo detto che la trovavo una bellissima festa e che sarebbe stato divertente, ma lui mi aveva interrotto chiedendomi “ma cosa c’è da festeggiare al Pride?”»

A questo punto Sophia, inaspettatamente, tira fuori dallo zaino una lista che ha scritto proprio la sera in cui il padre di Carlotta le ha fatto quella domanda, così un po’ per gioco un po’ per non trovarsi più impreparata di fronte a queste domande. Il titolo della lista che Cloto si trova tra le mani è intitolata “I MOTIVI PER CUI VALE LA PENA DARE UNA FESTA” e nell’elenco figurano:

Compleanno 
Buona pagella
Esame andato bene
Riti liturgici vari (prima comunione, cresima, matrimonio)
Laurea
Ritorno di un amic* da lontano
Guarigioni
Promozioni
LA FELICITÀ

Cloto sorride, con questa lista stropicciata davanti e la faccia provocatoria di Sophia che spunta da dietro, «quanto sono belle le nostre “feste della felicità”?» le dice Sophia compiaciuta di aver inserito la principale motivazione che la spinge a far festa, fin da quando Cloto ha introdotto nella sua giovane vita di bambina il rito della “festa della felicità”. Ogni volta si festeggia in maniera diversa e, con gli anni, le mangiate di nutella si sono trasformate in musica alta e salti sul divano e poi mangiate di Sushi, pizze all you can eat e maratone di serie tv. Niente di speciale, solo il giusto riconoscimento e un rito imperdibile per celebrare i momenti in cui nella vita ti va tutto bene e senti quella fuggevole ed eterea sensazione di felicità, «da prendere e infilare nei ricordi, per sapere dove andarla a cercare», così le aveva insegnato Cloto. 

Tra le risate e i ricordi delle ultime simboliche “feste della felicità” a Cloto torna in mente una curiosità insoddisfatta: «si può sapere cosa hanno risposto su Instagram alla tua domanda “cosa c’è da festeggiare al Pride?”»

1) Educazione sessuale ed affettiva, perché sì?

Sophia si incupisce, abbassa lo sguardo e dice: «Non so se vuoi saperlo, il mio esperimento non è andato tanto bene. Le risposte le ho tenute tutte private perché la gente ha detto delle cose che definirei irrilevanti, offensive e comunque lontane dallo scopo della mia indagine. In sostanza le risposte che ho ricevuto sono lo specchio di quello che succede continuamente tra di noi, in classe e quando usciamo. “Frocio” è una delle offese che più fa ridere i miei amici, la paura di essere lesbiche attraversa tutte le ragazze che quanto più stanno bene tra di loro tanto più vengono additate così dagli altri, con questa insinuazione che suona come un’accusa. In effetti, se non conoscessi persone che hanno avuto esperienze omosessuali o che sono omosessuali penserei anche io che non c’è niente da festeggiare al Pride.»

C: «Tu sei decisamente fortunata a conoscere queste persone, ma non c’è proprio speranza che vi parlino di queste cose a scuola?»

L’educazione sessuale ed affettiva contribuisce allo sviluppo della persona e serve a instaurare relazioni rispettose ed appaganti. Accedervi è un diritto, ma non va scambiata con l’educazione alla salute e alla contraccezione, questi sono solo alcuni dei temi di cui si occupa l’educazione sessuale.

Da decenni Cloto spera che a scuola si parli di sessualità e ci si occupi sistematicamente di educazione sessuale ed affettiva, ma non era così nel passato e ancora oggi solo in alcuni sporadici casi vengono introdotti dei laboratori a discrezione del Dirigente scolastico. L’Italia è tra i 6 paesi dell’Unione Europea a non avere l’educazione sessuale obbligatoria a scuola, mentre l’ONU riconosce l’accesso all’educazione sessuale come uno dei diritti umani fondamentali. Secondo quanto stabilito da questa decisione ogni individuo ha il diritto di avere accesso alle informazioni che riguardano il proprio corpo, non solo dal punto di vista biologico e anatomico, ma anche del piacere proprio e dell’altra persona. Una guida alla scoperta di ciò che ci piace e alla relazione rispettosa con il corpo dell’altro, lasciando spazio alle sensazioni dei ragazzi e delle ragazze fuori da ogni pregiudizio, toglierebbe probabilmente la parola “frocio” dalle offese più diffuse e dalle battute più divertenti. 

«Tu dici che l’educazione sessuale a scuola cambierebbe qualcosa?»-chiede Sophia un po’ stupita dalla domanda precedente-«io vedo solo che imbarazzo a parlare di tutto tra i miei coetanei e poi “frocio” è un’offesa che viene da molto lontano purtroppo, fuori da scuola c’è tutto un mondo che continuerebbe a ritenerla tale.» A vedere i suoi coetanei per quello che sono non riesce ad immaginarli diversi Sophia, ma il possibile prende forma quando ascolta Cloto suggerire: «Immagina un’educazione sessuale a partire dalle domande di chi partecipa, un’educazione sessuale che è educazione all’affettività e sentimentale, in cui ognuno chiede ciò che non ha mai osato chiedere e impara a lasciarsi andare senza imbarazzo, impara a rispettare se stesso e gli altri, per ciò che sentono e ciò che gli piace; non pensi che possa nascere la felicità da momenti del genere? Ho letto che è da poco partito un progetto che vuole far diventare tutto questo realtà, c’è solo da sperare che le cose cambino in fretta, ma voi studenti dovete iniziare a pretendere un’educazione sessuale ed affettiva libera. A parte i dati che parlano di quanto l’educazione sessuale incida sulla diminuzione di gravidanze in adolescenza e di malattie sessualmente trasmissibili, solo scoprendosi e conoscendosi fino in fondo si può essere felici e solo accorgendosi che c’è una grande gamma di possibilità nel relazionarsi con l’altro si può rispettare la felicità altrui. Insomma è come se all’improvviso finissi in una pizzeria che ha nel menù tutti i gusti del mondo e qualcuno ti guidasse alla scoperta di quello che ti fa impazzire, faresti piacevoli scoperte e ti accorgeresti che in pochi avete gli stessi identici gusti. In un’esperienza così impari a rispettare te stesso e gli altri, non è meglio che stare davanti al solito menù striminzito ad ordinare una margherita, senza sapere se è davvero la tua preferita?»

2) Cosa c’è da festeggiare al Pride

S: «Ho capito dove vuoi arrivare, vuoi spiegare cosa c’è da festeggiare al Pride, ma ti assicuro che il papà di Carlotta ti direbbe 1 (e alza il pollice per far partire l’elenco) “che se tutti dovessimo fare una festa perché siamo orgogliosi della nostra identità e della nostra autenticità non si finirebbe più”, 2 (e parte il secondo dito) “che andare in giro nudi non porta a niente se non alla maggiore malsopportazione dei più!” E tu cosa gli diresti?»

C: «Io? Io prima di tutto lo inviterei a fare tutte le “feste della felicità” che vuole per ogni volta che è orgoglioso di se stesso, che fanno bene di certo pure a lui; poi gli spiegherei che se fossimo tutti ugualmente liberi di scegliere con chi stare, senza che nessuno venga a giudicare le nostre scelte, senza che nessuno pensi di offendere gli altri dicendogli “frocio” o “lesbica schifosa”, avrebbe ragione lui. Ma siccome evidentemente non è così, festeggiare per la gioia di essersi scoperti, di perseguire la propria felicità, di vivere con autenticità, nonostante molte persone offendano per gli stessi motivi è il minimo, non trovi?» Cloto si interrompe per andare in cucina a prendere la limonata che hanno preparato prima insieme lei e Sophia, sperando sia ormai fresca; nel frattempo Sophia sul divano riguarda la sua lista e tante domande le vengono in mente quando si immedesima in chi è omosessuale oggi come ieri. Deve essere un po’ faticoso essere completamente se stessi e sentirsi dire che “va bene, ma è meglio se lo fai di nascosto”, come se la tua presenza disturbasse, come se i tuoi baci fossero più indecenti di quelli che invece vengono definiti romantici, tra le coppie eterossessuali agli angoli delle strade. In questa visione realisticamente cupa viene proprio da chiedersi cosa c’è da festeggiare al Pride, pensa Sophia… per fortuna Cloto è di ritorno e intercetta quello sguardo imbronciato perso nel vuoto. Sa bene che l’argomento è delicato, che può portare tanta gioia come tanta tristezza e per Sophia, che si fa sempre tante domande e si immedesima negli altri ogni volta, diventa un esperimento per un suo futuro immaginario; perché è proprio lì che si trova, lei, tra i 100 bivi che possono portarla ad essere qualsiasi cosa. 

È così che le chiede spontaneamente, posando la brocca di limonata sul tavolino di legno, «a cosa stai pensando?» La risposta arriva subito, mentre lo sguardo è ancora perso a fissare un punto imprecisato della stanza: «che ci vuole tanto coraggio ad essere felici, altro che no, e avevo ragione a voler andare a quella festa per tutte le volte che ci sono andata, perché mi accorgo solo ora che ho partecipato alla più grande “festa della felicità” di sempre, di quelle che invadono le strade giustamente, perché sono una liberazione dallo sguardo degli altri, dal giudizio degli altri, dalla violenza delle offese, dalle aspettative di molti. Una festa così non può che essere colorata, trasgressiva, eccezionale, perché per un mese l’anno queste persone sono tante, insieme, in mezzo alle strade e possono non aver paura di essere giudicate, aggredite, umiliate. E ti dirò di più, penso faccia bene a tutti partecipare, per celebrare il loro coraggio e farli sentire sempre meno soli.» (qui i dati di una recente indagine in Italia sulle discriminazioni)

«Eccoci qua» dice Cloto felice del fatto che Sophia si sia concentrata sull’aspetto migliore della questione, quello del fare e non del subire, e abbia finalmente trovato la risposta alla domanda tanto diffusa “cosa c’è da festeggiare al Pride?”; così continua: «e pensi che la “festa della felicità” di una persona eterosessuale, sulle cui scelte nessuno discute, nessuno pretende di dire che “è solo una fase”, che non viene cacciata di casa per via della sua relazione, che non viene picchiata per strada per la persona con cui si accompagna o per come ha scelto di vestirsi, che insomma non appartiene a una categoria discriminata, sia uguale a quella di chi festeggia l’orgoglio di non aver avuto paura di essere se stesso?» La domanda di Cloto è retorica, Sophia sa che la risposta è no, che chi scende in strada a dire «io non ho avuto paura di essere felice» si diverte e festeggia ed è libero di farlo come crede, in quel mese all’anno, in quel giorno all’anno, insieme a tutti quelli che come lui/lei si trovano lì e non fanno male a nessuno. Reagire all’ingiustizia di essere discriminati ballando e cantando non è poi così grave, a pensarci, e al papà di Carlotta di turno che chiede “cosa c’è da festeggiare al Pride?” bisognerebbe domandare se gli è mai stato impedito di essere se stesso e cosa avrebbe fatto in tal caso. 

3) La legge sull’omotransfobia

Cloto assiste di nuovo al silenzio del rimuginio di Sophia, ma capisce dalla sua faccia che non sono i pensieri più cupi a invaderla, ma una nuova consapevolezza su tante domande alle quali sentiva di avere risposte, ma pochi argomenti. A questo punto decide di parlarle di un recentissimo risvolto sul tema dei diritti delle persone omosessuali in Italia, che ancora rivendicano tramite la parata del Pride il diritto di non essere discriminate sul posto di lavoro, di potersi prendere cura dei loro figli (vedi step child adoption), ad avere un matrimonio egualitario (vedi differenza con unioni civili), di non essere offesi per il proprio orientamento sessuale. «Sai?» le dice «a fine luglio in parlamento potrebbero approvare una legge che aggiunge l’aggravante di omofobia per le aggressioni e i crimini d’odio. La prima volta è stata proposta 24 anni fa, ma da allora ancora non si è ottenuto di aggiungere alle aggravanti per motivi etnici, religiosi, di nazionalità previsti dalla legge Mancino, quelli di mancata accettazione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere altrui. In sostanza, se passa la legge contro l’omotransfobia, le aggressioni rivolte a persone omosessuali o non cisgender verrebbero punite dal codice penale e sarebbe possibile sporgere denuncia specificando che l’aggressione è legata a questi motivi, sarebbe un grosso cambiamento. In realtà, la legge tutela anche eventuali persone eterosessuali aggredite per il loro orientamento, ma mi sento di dire che le denunce sarebbero quasi pari a zero. Se la legge passa si prende atto ufficialmente che le persone omosessuali vanno tutelate perché a loro che succedono cose che agli eterosessuali non succedono, come gli insulti e la paura di parlare di sé in famiglia e al lavoro e in strada; hai mai sentito qualcuno usare “etero” come un’offesa?» 

Sophia sorride, quasi quasi preferirebbe rispondere di sì, ma non è questo che succede nella realtà, dove le persone eterosessuali non vengono discriminate per il loro orientamento sessuale. Un’ultima curiosità la attraversa, dopo queste ore passate nel mondo delle motivazioni valide per festeggiare, ma non sa come dire che ci sono in lei sensazioni contrastanti che vanno dall’euforia e la voglia di essere se stessi con coraggio a un sottofondo di tristezza e senso di ingiustizia che rende tutto un po’ pesante. «Perché per alcuni deve essere così difficile essere felici?» chiede alla fine con un po’ di magone.

L’ingiustizia finisce sempre per venire a galla con chi la libera dalle catene che la tengono nascosta sul fondo, pensa Cloto che sente lo stesso peso di Sophia, solo da molto più tempo. «Non so perché» le risponde «ma so che amarsi e lasciarsi amare è l’impresa più coraggiosa di tutte. Di questo sono ormai certa Sophia: chi si ama troverà sempre qualcuno ad amarlo. Se ti ami, non c’è festa della felicità più grande che tu possa fare e le tristezze si rimpiccioliscono quasi fino a sparire.»




L’antirazzismo è faticoso

1) L’assassinio di George Floyd

L’inizio del giugno 2020 è molto diverso dal solito, la scuola si ritrova dall’altra parte di uno schermo, anche se sta per finire comunque, piove spesso e non ci sono programmi per l’estate. In attesa della liberazione dalle videolezioni, finite le ultime interrogazioni, Sophia si riprende comunque gli spazi di libertà concessi dalla minore diffusione del virus, riscoprendo a ogni uscita che sapore ha la libertà. In uno di questi pomeriggi, dopo diversi giorni di isolamento per via dello studio, legge sulle pagine di Facebook e Instagram che c’è un gran parlare di antirazzismo, in particolare la colpisce il titolo di un articolo che scorrendo in basso le compare con queste parole: «L’antirazzismo è faticoso». Inizialmente non ci fa caso, continua a scorrere fino a quando tra le notizie e le foto dei suoi amici non incappa in un video che non riesce a non guardare: c’è un signore a terra che implora un poliziotto di lasciarlo respirare, «Please, I can’t breath» (non riesco a respirare) gli dice mentre quello tiene il ginocchio sul suo collo, «please, everything hurts» (mi fa male tutto) gli dice chiedendogli di lasciarlo, «they are going to kill me» (mi uccideranno), si dispera. Questa scena e le suppliche durano abbastanza da vedere che il poliziotto non ha paura né di fare del male, né di uccidere, tant’è che alla fine il signore steso a terra muore. 

Sophia è un parecchio sorpresa e a dir poco scossa, non si aspettava una scena del genere da un annoiato giro sui social network; si chiede se sia successo davvero, se ha davvero assistito a un omicidio in semi-diretta come se fosse una serie TV. Ebbene è quello che è successo e ora capisce come mai da altre pagine aveva letto di razzismo e antirazzismo, oltre a quella frase che non trova più, l’antirazzismo è faticoso. Per fortuna sta per raggiungere Cloto per una passeggiata tra i sentieri vicini alla città, la coincidenza è perfetta per aggiornarsi su questa storia, di cui la sua amica saprà sicuramente di più. 

Appena si incontrano Sophia tira fuori tutto, con le immagini del video ancora stampate in testa e un pugno nello stomaco che la porta a voler capire di cosa si tratta. La sua “vecchia” amica le conferma che quel signore è morto proprio così e non è neanche il primo, il suo nome è George Floyd, viveva a Minneapolis ed era andato a comprare le sigarette. Avrebbe mai potuto immaginare di stare per morire, quando è uscito di casa per un giro nel quartiere? 

2) Cosa fa la polizia in USA

Cloto cerca da subito di allargare lo sguardo su questa questione che va ben oltre l’assassinio di George Floyd e mentre il passo si affretta dopo le prime decine di metri le dice: «In America la polizia uccide i cittadini con una frequenza e un’impunità che mette più paura del video che hai appena visto. Questi cittadini non sono certamente i ricchi padri di famiglia protagonisti del sogno americano, sono piuttosto quei cittadini che non ce la fanno, che sbagliano, che sono poveri. In particolare gli afroamericani come George Floyd hanno una probabilità 4 volte maggiore ai bianchi di finire vittime di queste azioni.» [qui i dati sugli omicidi in USA negli ultimi 7 anni]

Sophia continua a camminare in silenzio, complice la fatica della salita prende tempo per pensare, sa bene che i privilegi e il classismo sono parte integrante della società in cui lei stessa vive, che il razzismo in America è realtà e che dilaga anche in Italia, questi pensieri la spaventano parecchio lasciandola in una grande confusione su cosa è possibile fare. Pensando a quando ha letto che l’antirazzismo è faticoso ricomincia a indagare chiedendo: «Tu sai cosa è successo al poliziotto che ha ucciso George Floyd?»

C: «Il poliziotto si chiama David Chauvin, aveva già delle denunce a carico per aver commesso violenza ingiustificata, è stato licenziato e all’inizio è stato accusato di omicidio colposo, come a dire che lo ha ucciso sì, ma non avrebbe voluto.»

«Beh insomma» la interrompe Sophia «Io l’ho vista la sua faccia mentre quell’uomo diceva di stare per morire!»

C: «Già, gli ha anche ripetuto per 16 volte che non riusciva a respirare» – Cloto si ferma, sta zitta al pensiero di quella scena e di quelle parole, poi riprende – «l’accusa in seguito è cambiata e ora il poliziotto è imputato per omicidio volontario. Insieme a lui sono ora in carcere gli altri 3 agenti che hanno partecipato all’intervento quel giorno, rispondendo alla chiamata del titolare del negozio in cui Floyd era andato a comprare le sigarette, diceva di aver ricevuto una banconota da 20 dollari falsa.»

3) Le proteste e “il paradigma della protesta”

Sophia tira un sospiro di sollievo, una qualche giustizia è stata fatta, ma i pensieri si tornano ad affollare e a crearle una strana confusione, quando Cloto la aggiorna sulle proteste che da più di dieci giorni imperversano in tutti gli Stati Uniti. Viene a sapere che le proteste cominciate a Minneapolis sono state inizialmente molto violente, tanto che è stato dato alle fiamme il commissariato della città, dove lavoravano i 4 agenti coinvolti; molti negozi della città sono stati danneggiati e tra la polizia e i manifestanti ci sono stati scontri molto violenti, con uso massiccio di lacrimogeni e proiettili di gomma da parte della polizia. Uno scenario di guerra le si figura in mente, ricollegando le immagini viste prima di uscire con le informazioni che ha appena ricevuto. Ripensando a quando era ancora a casa, stesa sul letto per il meritato riposo dopo l’ultima interrogazione dell’anno, le torna in mente quella frase che aveva attirato la sua attenzione che diceva l’antirazzismo è faticoso. Ha bisogno di sapere di più, in 10 giorni di cose ne saranno successe e lei è rimasta fuori da tutta questa storia per colpa della scuola; Cloto è affaticata dalla strada in salita, ma le ricapitola tutto abbastanza in fretta. Dice che le proteste violente sono state una parte di quelle verificatesi, soprattutto nei primi giorni hanno contato diversi feriti, con tanto di arresti e violenze sui giornalisti che erano lì per documentare la situazione; poi si sono moltiplicati, sia a Minneapolis che in tutti gli Stati USA, manifestazioni, cortei e sit in che hanno costretto l’opinione pubblica a farsi carico dell’ingiustizia perpetrata ai danni dell’ etnia afroamericana

Sophia a questo punto pensa che sembra esserci in atto una vera rivoluzione, tanto che si parla più di razzismo che di Covid-19. Cloto è molto presa dai racconti, si vede che ha seguito la situazione passo passo nelle ultime settimane e con la scusa di rispondere alle domande sfoga un po’ di rabbia e rimette in ordine le informazioni che ha collezionato. Continuando l’aggiornamento, noncurante del paesaggio sulle colline che si è aperto sulla loro strada, le fa: «non sai quanti hanno detto che la violenza è scandalosa, che questi manifestanti stavano distruggendo una cittadina con un futuro di crescita all’orizzonte e possibilità per tutti e bla bla bla», quando riporta i pensieri che non le piacciono fa sempre così, conclude con “bla bla bla” e gli occhi che roteano, a Sophia fa sempre sorridere. Il motivo per cui è tanto arrabbiata è legato a quello che uno studio ha definito il fenomeno del “paradigma della protesta”, tale per cui il modo in cui la protesta viene raccontata contribuisce al mantenimento dello status quo. Concentrandosi sui danni fatti ai negozi e alle strutture della città, in particolare a Minneapolis, i giornali hanno indirizzato un certo tipo di opinioni pronte a schierarsi contro la violenza; in questo modo le rivendicazioni e le proposte dei manifestanti sono passate in secondo piano nei primi giorni, senza la possibilità di avere il sostegno dell’opinione pubblica.  

Manifestanti a Minneapolis, USA, 31 Maggio 2020

4) Da dove arriva tutta questa rabbia?

Continuando con la condivisione dei suoi pensieri a proposito delle proteste, Cloto riprende: «Io personalmente appena ho visto le immagini degli incendi e dei lacrimogeni agli incroci e dei feriti mi sono detta: “da dove arriva tutta questa rabbia?” Mi è bastato fare una ricerca rapida per scoprire che quello di George Floyd è il quinto omicidio dal 2018 in cui è coinvolta la polizia a Minneapolis. Quasi tutti questi omicidi riguardavano cittadini neri, l’unica condanna è stata ai danni di un poliziotto nero che aveva sparato a una donna bianca australiana. Mi chiedo, a proposito della violenza, perché non fare un bilancio tra i danni ai beni materiali e quelli agli esseri umani. Mi sembra ovvio a quale dei due bisogna dare più importanza e la maggior parte delle violenze ai danni degli esseri umani sono state fatte dalla polizia, che ha ucciso un uomo e ferito centinaia di manifestanti, trascinandoli in una guerra in cui invece di proteggerli li minaccia.»

Sophia ha ascoltato tutto con molta attenzione e inizia a pensare che avere un’opinione su questa vicenda è davvero difficile, se ne parla un sacco, se ne parla forse troppo, a volte se ne parla male, se non fosse stato per questo suo casuale scollegarsi dal mondo chissà che giri sulle montagne russe avrebbe fatto la sua opinione tra una notizia e l’altra. Sembra faticoso arrivare a capirsi quanto l’antirazzismo, ad esempio quando c’è di mezzo la violenza Sophia non sa mai bene da che parte stare, sa che è sbagliata e ha avuto la fortuna di non subirla mai, ma a volte le sembra che sia la reazione a qualcosa che non si vede, ma che lavora giorno dopo giorno, goccia a goccia, come una tortura cinese su qualcuno che presto o tardi, non appena può, reagisce.

Come se le stesse leggendo nel pensiero Cloto riprende: «Bisogna capire che questa violenza arriva da una violenza molto più potente che è strutturale: è la violenza con cui le istituzioni opprimono un gruppo di persone. Le discriminazioni che vivono gli afroamericani sono quotidiane, sono iniziate 4 secoli fa e non sono finite! Lo schiavismo del 17° secolo è diventato segregazione razziale, privazione del diritto di voto, povertà, mancato accesso all’istruzione, al lavoro e alla sanità. Dopo le rivolte e i successi ottenuti negli anni Settanta si è pensato che fossimo a posto così, tutti uguali e fine del razzismo; ma basta guardare i dati sulle percentuali di occupazione dei neri, sulla percentuale di povertà e anche sul rischio di ammalarsi, per accorgersi che non è così. Ancora oggi i neri vivono discriminazioni nell’alloggio, nell’istruzione, nell’impiego che si basa solo sul colore della loro pelle.» (vedi i dati qui

5) Quanto è faticoso l’antirazzismo per le persone bianche?

La fine del percorso e l’arrivo sul punto più alto del colle lascia spazio a un lungo silenzio tra Cloto e Sophia, rispettivamente affaticate dallo sfogo e dalle tante parole spese nel cammino e dai molti pensieri che affollano la mente. A rompere il silenzio è il ritorno di quella frase che Sophia ripropone: «Ho letto che  l’antirazzismo è faticoso, ma cosa vuol dire secondo te?»

Cloto ci pensa un po’ su, tante cose le vengono in mente, ma decide di partire da una molto particolare: «Mi sembra che per parlare di quanto è faticoso l’antirazzismo possiamo partire da un episodio di un cinque o sei anni fa. Ero in piazza a leggere il giornale e a passare il tempo come faccio spesso, succede che si siede di fianco a me un nero. Dopo poco capita che iniziamo a chiacchierare, ci presentiamo, scopro che si chiama Moussa. A un certo punto, dopo avermi ascoltato parlare di non so bene cosa, inizia a farmi delle domande che lo portano dritto dritto alla conclusione che io sono razzista.»

S: «Come??? Razzista tu? Ma deve proprio aver sbagliato persona!»

C: «Ovviamente non mi ha insultato, anzi sentirmi dare della razzista mi ha scosso in un modo tale che niente è stato più come prima. Io mi sentivo così, come mi vedi tu, tutt’altro che razzista; e invece quel ragazzo mi ha dimostrato una cosa che io non avevo mai realizzato e che mi ha richiesto una grossa fatica personale. Sì  l’antirazzismo è faticoso Sophia; fino a due anni fa, chiunque mi avesse chiesto se io ritenessi che esista una gerarchia tra le razze, avrebbe ricevuto in risposta un “No” e tante belle parole su quanto sarebbe più giusto evitare discriminazioni su base etnica. Beh, nel bel mezzo dei miei discorsi questo ragazzo mi dice:  “questo modo di essere antirazzisti è un modo per stare comodi nel privilegio bianco”. Ricordo ancora le sue parole.»

S: «E tu come hai reagito?»

C: «Io ero immobile, mi sono sentita addosso tutto l’odio che Moussa ha per il privilegio bianco, che in quel momento ero io, davanti a lui. Mi ha detto che lui lo sa come ci parlano a scuola delle persone come lui, del continente da cui provengono e della storia del mondo; dopo la scuola ce ne parlano all’università e sul lavoro e alla TV, basandosi su un assunto che nessuno dice mai, ma che è ovunque: i bianchi sono migliori; i neri sono affamati, poveri, bisognosi, analfabeti, criminali, stupidi, puzzolenti.»

S: «Ma io non ho mai sentito nessuno definirli così!»

C: «Certo, ci credo, ma se ti parlo di una persona nera ti vengono in mente prima situazioni come quelle che ho elencato, tali per cui vengono aiutati o giudicati, o ti viene in mente altro? Solo facendo parlare le persone che subiscono il nostro sguardo e la nostra discriminazione ci accorgiamo di quale sia la loro esperienza. Realizziamo così che come esseri umani veniamo approvati o disapprovati per un colore della pelle che nessuno sceglie, né in un caso né nell’altro.» 

S: «Quindi pensi che aveva ragione Moussa?»

C: «Io penso di sì. Mi è sembrato inizialmente assurdo ma è così; mi sono  ritrovata ad essere razzista, in una parte di me inaccettabile ma radicata, messa a nudo da un incontro casuale in un pomeriggio qualsiasi. Ho scoperto così che l’antirazzismo è faticoso e la fatica comincia quando ci accorgiamo che siamo razzisti, perché abbiamo un privilegio attaccato alla pelle che agisce quotidianamente e noi non ci scomodiamo di vedere che effetti provoca. Noi bianchi siamo figli della storia di un’Europa che ha deportato africani in America per schiavizzarli e ha colonizzato il continente africano privandolo di risorse per secoli. Questa storia agisce su di noi, anche a distanza di molto tempo, facendoci sentire migliori, ma senza farci pensare che abbiamo inventato la differenza tra le razze creando un privilegio al quale non vogliamo rinunciare.»

S: «Non so se questa cosa riguarda anche me sinceramente, ci devo pensare, finirà che sono razzista anche io? Ora come ora continuo a chiedermi cosa possiamo fare per diffondere l’antirazzismo.»

C: « Prima di tutto dobbiamo iniziare ad ascoltare, scendendo dal piedistallo dal quale divulghiamo le nostre false verità, ecco come l’antirazzismo è faticoso. Da quello stesso piedistallo elargivamo premi e punizioni a neri meritevoli o criminali, in molti dei nostri pensieri. Solo se scendiamo smettiamo di saperla lunga e iniziamo a imparare una lezione che non finirà in poco tempo, da una nuova prospettiva. Da lì possiamo vedere che prima di chiedere non-violenza dobbiamo contribuire a dare giustizia, perché fino a quando il sistema democratico occidentale che chiede pace e non-violenza non dà giustizia, non avremo la pace. Fino a quando lo stesso sistema ignora migliaia di morti annegati in mare perché pensa che la vita di un nero valga molto meno di quella di un bianco, non avremo la pace. Non la avremo prima di tutto dentro di noi, se siamo antirazzisti.»

NDR: La frase riportata nel cartello in foto è di Martin Luther King, leader dei movimenti per i diritti civili degli afroamericani. Tradotta dall’inglese significa «la rivolta è la voce di chi non è ascoltato». 




Silvia Romano è finalmente libera

In un sabato pomeriggio di maggio Sophia rimane scollegata dal mondo per qualche ora, si tratta di quel sabato 9 maggio in cui Silvia Romano è finalmente libera, ma per Sophia è il primo sabato fuori di casa insieme agli amici, dopo 60 giorni di isolamento (vedi Emergenza Covid-19 del 2020). In questa occasione lo smartphone rimane nella sua sacca, intoccato da quando lo ha buttato lì dentro insieme alle chiavi e al portafoglio, nella fretta di uscire. Aveva fatto quei gesti come se non fosse passato che qualche giorno dall’ultima volta, pur non essendo così. Piuttosto vestirsi non era stato così semplice: dover uscire a primavera inoltrata e non avere che maglioni a portata di mano aveva mostrato tutta l’urgenza della sistemazione dell’armadio. Ma una scala e il ritrovamento dell’outfit preferito della primavera precedente avevano risolto in fretta il problema: un pantalone a vita alta e una maglietta corta le avevano fatto riscoprire la gioia di uscire senza preoccuparsi di avere freddo. Così, in quel sabato pomeriggio, Sophia perde l’iniziale tam tam che diverse pagine Facebook e Instagram mettono in atto per diffondere la notizia che Silvia Romano è finalmente libera; Sophia non sa ancora bene di chi si tratta, ma la sua faccia in mezzo a tanti bambini sorridenti e i diversi appelli per la sua liberazione le erano già capitati sottocchio.  

1) L’arrivo di Silvia Romano

Ecco che il giorno dopo, domenica, si ritrova all’ora di pranzo seduta a tavola a guardare il portellone aperto di un aereo per diversi minuti, aspettando che Silvia compaia e scenda. La sera prima, una volta a casa, era inevitabilmente incappata in tutte le notizie del caso, ricostruendo che Silvia Romano è finalmente libera dopo 18 mesi di prigionia trascorsi in Somalia, portata lì una volta rapita in Kenya, dove era andata a fare un’esperienza di volontariato all’estero (qui le notizie). Dalle notizie che arrivano e dalla diretta sul suo arrivo Sophia sente che c’è una grande attesa verso il momento in cui Silvia Romano sarà di nuovo in Italia, evidentemente libera, evidentemente a casa. Molti giornalisti sono sul posto e anche i politici del governo, ci sono il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri, ma soprattutto c’è la famiglia di Silvia Romano: sua madre, suo padre e sua sorella che aspettano di abbracciarla. Proprio questo lungo abbraccio e il sorriso smagliante di Silvia colpiscono Sophia, quei lunghi minuti passati tra le braccia della mamma e della sorella e poi questo papà che le si inchina, la omaggia per la resistenza e la tenacia, per il suo coraggio in una situazione difficile, a pensarci inaffrontabile. Silvia era una giovane ventitreenne appena laureata quando è stata rapita nel 2018, la sua famiglia non ha avuto sue notizie per molti mesi, fino a quando non ha saputo che Silvia era viva, ma non aveva idea di dove fosse, con chi, come passasse le sue giornate, con quali persone fosse costretta a stare, nulla. Ora questa ragazza, questa figlia, questa donna, è tornata e sorride; le sue prime parole diffuse dai giornali e dalle pagine online sono confortanti: dice di stare bene, di sentirsi felice per il ritorno e di aver avuto molta forza, ma il suo sorriso parla più di mille parole, Silvia Romano è finalmente libera. 

Sophia è molto colpita da questo momento, si sente felice per qualcuno che non conosce come se si trattasse di un’amica, sarà forse perché le è capitato di pensare alla possibilità di lavorare lontano da casa in futuro, o di fare volontariato all’estero, affascinata e attratta dall’idea di viaggiare e insieme contribuire e fare parte della comunità che si incontra. In questa situazione sente di condividere pensieri ed emozioni con tutti gli italiani, è una notizia bellissima e il momento del suo arrivo l’ha coinvolta come avrà coinvolto tanti altri. 

Pronta a dedicarsi ad altro torna in camera sua, ripensa al momento precedente e al fatto che i suoi genitori si sono trovati un po’ stupiti di fronte alle immagini che hanno guardato insieme: dicevano che la conversione all’Islam dopo una prigionia così lunga potrebbe non appartenere fino in fondo a Silvia Romano, che la situazione potrebbe averla condizionata. Anche per questo Sophia aveva preferito tornare a starsene sul suo letto, con tanto di interrogazione da preparare per la video lezione del lunedì. Peccato che la concentrazione non arrivi proprio, la mente le torna a quelle immagini e a quei commenti, che oltre a lasciarla perplessa le creano un fastidio e una sottile paura che non riesce a spiegarsi. Pur essendo evidente che la conversione a una religione alla quale non è stata educata rappresenta un grosso cambiamento, non capisce come mai chi guarda la commenti senza conoscere le sue esperienze. Inizia anche a chiedersi come mai ci fossero così tanti giornalisti e i politici, qualcosa le dice che tutta questa attenzione non porterà nulla di buono se anche i suoi genitori, con i quali spesso non è d’accordo ma che non considera così male, hanno reagito così.

Che cos’è l’islamofobia? Continua a leggere!

2) La reazione dei media e degli italiani ci parlano di islamofobia

Nei giorni successivi in Italia i giornali continuano a parlare di Silvia Romano, la grande attenzione riservatale non sembra attenuarsi: al suo ritorno nella sua casa a Milano, il lunedì, decine di giornalisti la assalgono, le chiedono se tornerà in Kenya; lei non risponde, semplicemente sale su, si affaccia e saluta, sempre sorridendo. Oltre a questo, tutti i commenti ad opera dei giornalisti e delle persone che esprimono la loro opinione sui social network sono concentrati su quel jilbab verde, l’abito con cui la si vede dalla sua liberazione, che Silvia indossa da quando si è convertita all’Islam. Questi commenti, nota Sopha, vanno dal sostenere che Silvia non sia stata lucida, che non lo sia ancora e che sia stata colpita da una sorta di Sindrome di Stoccolma (qui Il Corriere della Sera), al ritenere che Silvia stia mostrando ingratitudine verso il suo paese che l’ha salvata e l’ha accolta con tanto di cariche istituzionali (qui Sallusti su Il Giornale). Ora Sophia ha la conferma del suo sentore: tutta quell’attenzione non porta nulla di buono. Lei per prima si sente satura di immagini con volto di questa ragazza infondo sconosciuta, di commenti e teorie su quell’abito; torna ad invaderla quella sensazione di fastidio e timore che la porta ad arrabbiarsi e pure a cercare ancora dettagli. 

Sophia fa così l’errore di sbirciare tra i commenti delle persone sui social network e scopre che in tantissimi sono tutt’altro che felici del fatto che Silvia Romano è finalmente libera; in tanti parlano di questi 4 milioni di euro che avremmo sprecato pagando il riscatto (ndr non ci sono conferme sul pagamento di un riscatto) per «una ragazzina che poteva fare volontariato anche a casa sua e che se ne stava in vacanza in Africa con tanto di relazione sentimentale» (voci infondate parlano di un matrimonio con uno dei rapitori). A questo punto la rabbia è insostenibile e Sophia vorrebbe che nessuno parlasse ancora di questa storia senza conoscerla, d’altra parte lei per prima legge cose su cose a proposito di Silvia Romano da giorni, ma pensandoci non sa nulla di nuovo che non siano le informazioni del primo momento. Al di là di innumerevoli commenti il fatto in questione resta semplice: c’era una cittadina Italiana ostaggio di rapitori appartenenti al gruppo terroristico al-Shabaab, di cui non si avevano notizie da più di un anno; questa cittadina è stata finalmente liberata, dice di stare bene e di aver trovato nella lettura del Corano conforto e forza per reagire, da qui la conversione all’islamismo; il suo sorriso parla della sua felicità, ora è a casa con la sua famiglia. Piuttosto, quello che non si sa è chi sono i responsabili del rapimento, se c’è modo di catturarli e indagare sulle loro responsabilità per la violenza fatta ai danni di Silvia Romano, sarebbe interessante saperne di più, ma nessuno ne parla.

Qualche sera dopo, alla notizia del ritrovamento di cocci di bottiglia sulla finestra della casa di Silvia Romano e dell’apertura di un’inchiesta della procura di Milano per le offese e le minacce di morte che ha ricevuto, Sophia rimugina e rimugina, decide di chiamare Cloto trovandosi un po’ scossa, con questa paura che le si fa sempre più grande dentro. La trova che sta rientrando a casa, ormai a suo agio con la videochiamata anche quando è in strada, e pensare che è in pensione! Le risponde mentre assaggia la baguette che esce dal sacchetto: «Ciao! Come stai?» le chiede subito Cloto. L’ultima volta si erano lasciate con l’insostenibilità del non poter uscire per vedere chi si vuole e la speranza di dare un taglio ai capelli di entrambe. 

S: «Vorrei un po’ risistemare i pensieri, questa faccenda di Silvia Romano mi ha un po’ invaso.»

C: «Sì posso capire, non me l’aspettavo neanche io e sono molto dispiaciuta.»

S: «Beh io sono anche parecchio arrabbiata, ho pure scoperto su Instagram che tutta questa montatura non è neanche dovuta a un evento straordinario. Nel 2019 sono stati liberati tre ostaggi di gruppi terroristi islamici (vedi Luca Tacchetto, Alessandro Sandrini, Sergio Zanotti) due di loro si sono convertiti all’Islam e in due casi su tre lo stato italiano ha dovuto svolgere negoziati per ottenere la liberazione, io non ne avevo sentito parlare. Mi pare evidente che la storia di Silvia sia simile alla loro, ma abbia avuto un trattamento leggermente diverso!» dice Sophia ironizzando.

C: «È il caso di capire qual è il punto di questa storia per risistemare i pensieri. A me viene in mente islamofobia…partiamo da lì?» 

S: «Cosa intendi?»

C: «Mi sembra evidente che il pregiudizio sulla religione islamica serpeggi anche nelle menti più progressiste»

S: «Avresti dovuto sentire i miei…» la interrompe Sophia strabuzzando gli occhi e tirando su il sopracciglio, come fa sempre per mostrare il suo tono critico. 

«Ahahah… peccato!» – risponde Cloto – «ma come vedi è diffusissima l’opinione che si tratti di una religione che non rispetta le libertà personali e che impone alle donne scelte che gli impediscono di essere valorizzate. Non voglio fare facili paragoni con il cristianesimo più integralista, ma l’islamismo, come tutte le religioni, ha una simbologia, dei ruoli, delle sfere di significato, all’interno delle quali ogni credente si muove con l’autonomia che crede. Soprattutto, la laicità dello Stato non permette di interferire su scelte così private, quindi gli attacchi da testate giornalistiche con accuse di ingratitudine sono inaccettabili in democrazia.» 

3) Corpi di donna e patriarcato

Sophia a questo punto sente il bisogno di vedere più a fondo nel pensiero della sua amica Cloto, che per ora lascia aperto uno spiraglio su una visione differente, nuova, forse più vicina alla sua. Così le chiede: «Ma tu cosa ne pensi della conversione?»

C: «Principalmente mi chiedo perché mi sento di in dovere di pensare qualcosa, comunque a me non sembra così assurdo che in un momento di così grande difficoltà ci si rivolga con più intensità a qualcosa che dà senso a tutto ciò che viviamo, le religioni hanno questo compito e sanno farlo anche molto bene. Il fatto che questa giovane donna abbia letto il Corano e abbia trovato forza per resistere, il fatto che ora si chiami Aisha, che significa “viva”, mi fa vedere come si sia aggrappata alla vita, quel valore celebrato da tutte le religioni. Non posso sapere molto di più e non vorrei che lei ce ne parlasse ora, mi è bastato vedere tornare una giovane donna a casa, viva.»

S: «Viva e sorridente! Sembra quasi che quel sorriso abbia infastidito chi si immaginava di vederla arrivare visibilmente distrutta, ma siccome sorride non è più una vittima e siccome sorride qualcuno può anche dire che “se l’è andata a cercare”. D’altronde le donne se la vanno sempre a cercare a quanto pare: non è mai responsabilità di chi le molesta, di chi le insulta, di chi le rapisce, di chi le violenta.»

«Attenzione, qui abbiamo una femminista!» – la interrompe Cloto. Un silenzio attraversa il fiume di parole di Sophia, che più volte si è trovata spiazzata di fronte alla parola ‘femminismo’,  ma che stavolta risponde: «Ebbene sì! All’ennesimo libro sul tema ti dico di sì, o almeno ci voglio provare. Stavolta ho letto  Manuale per ragazze rivoluzionarie e nel bel mezzo di questa lettura succede che Silvia Romano è finalmente libera, libera ai miei occhi, ma forse non realmente tale.» Lo sguardo di Sophia si fa un po’ cupo, naturalmente si tira su il cappuccio della felpa e lascia che il ciuffo di capelli neri le rimanga sugli occhi. «Mi sembri un po’ triste, quasi quasi spaventata?» le dice Cloto. Sophia ora è di fronte a quella paura che silenziosamente la attraversa da giorni e alla quale non ha dato voce finora. «Ci hai preso» -le risponde- «a tratti mi sento proprio spaventata. Forse perché sento che il suo corpo è anche il mio, un corpo di donna, un corpo giovane dal quale ci si aspetta bellezza da mettere in mostra, per poterlo trattare come oggetto di conquista; un corpo di donna dalla quale ci si aspetta sguardo sommesso e non il coraggio di scegliere e di sorridere. Quel corpo è anche il mio e mi chiedo se sarò mai libera di sorridere quando voglio, di scegliere come vestirmi, di non subire lo sguardo degli altri pieno di pretese che dal corpo arrivano alle mie scelte, alle mie abitudini. Io la sento già tutta questa pressione e me la faccio anche da sola quando mi vesto, quando mi trucco, quando non voglio che nessuno mi guardi. Ne sarò mai libera?»

“Be a Lady, they said.” Non è facile essere il corpo di una donna prima di qualsiasi altra cosa. Guarda il video qui .

Cloto guarda Sophia con sguardo intenerito e fiducioso, la domanda che si è posta implica tanto lavoro, ma la ragazza che ha davanti è già pronta a lottare per il cambiamento che vuole, così le dice: «Mi pare di capire che vuoi liberartene, e conoscendoti ce la farai. Ci sono tanti gesti e parole che possono iniziare a far parte della lotta per la tua libertà, andando avanti di giorno in giorno quella paura verrà sostituita dall’orgoglio di essere ciò che sei. Succederà d’improvviso, ma non per caso, che la forza di chi si sente libera prenderà il posto della paura.» 

S: «Mi viene un po’ da ridere a pensare che solo qualche mese fa la “lotta al patriarcato” mi sembrava una follia, uno di quei discorsi da fanatiche che vedono quello che non c’è e che vogliono mettere su questa lotta contro gli uomini a tutti i costi. La scrittrice del libro che ti dicevo (vedi Manuale per ragazze rivoluzionarie) mi ha smentito alle prime pagine sfogliate ancora in libreria, lei dice subito che il patriarcato funziona fino a quando le donne pensano che non ci sia altro modo di far funzionare le cose che questo: che gli uomini sono fatti in un modo e le donne in un altro. Il primo passo sta nel capire che in questa lotta si tratta di combattere le aspettative su entrambi i generi, e magari di lottare pure insieme, dalla stessa parte!» Preso da questi pensieri e da queste nuove consapevolezze lo sguardo di Sophia non è più incupito, ma guarda un orizzonte nuovo pieno di speranze. Cloto è felice di vederla così, la rincuora sapere che abbia visto subito una via d’uscita dalla paura: «Tutta questa vicenda crea uno scossone e spero siano in tante a vedere che ci troviamo insieme a subire questi sguardi che ti fanno a pezzi. A furia di parlarne abbiamo reso Silvia Romano doppiamente vittima, prima dei rapitori e poi di tutti gli sguardi in cui vivono le aspettative che non ha rispettato.»

Nel frattempo, forse, Silvia Romano è semplicemente a casa, si spera libera da tutte queste voci, piena di vita; e mentre il mondo fuori le riserva il peggio e il meglio, incrocia suo padre nel corridoio e gli dice: «Oggi facciamo di nuovo la pizza, papà?»




Il movimento NoTav chiede Libertà per Nicoletta Dosio

Nell’ennesimo giorno di primavera trascorso in casa (per i posteri: vedi Emergenza Covid-19 del 2020), Sophia si ritrova al balcone a respirare il profumo degli alberi in fiore e ad ammirare i colori della nuova stagione illuminati dalla luce arancione del tramonto. Il solito “paesaggio” le si propone da uno dei pochi punti di osservazione della realtà che le sono concessi: la finestra della sua camera. In un giorno come tanti, nel solito momento passato a guardare il sole che viene giù, l’occhio di Sophia cade su un manifesto sul quale è disegnato il volto di una simpatica signora, su uno sfondo nero di una notte piena di stelle. Al collo della signora c’è un fazzoletto sul quale Sophia riconosce il simbolo dei No-Tav, i suoi capelli sono rossi, ha il pugno sinistro alzato e di fianco a quel pugno si legge: «Libertà per Nicoletta Dosio». 

Sul Movimento NoTav Sophia sa poco e niente, ma spesso alle manifestazioni le capita di intravedere quel simbolo tra i tanti presenti e questo glielo fa percepire come un movimento amico: «se scende in strada per le mie stesse battaglie, non può che essere amico», dice tra sé e sé. La libertà per Nicoletta Dosio sembra essere un tema che in questo momento li impegna molto, visto che il risultato di una rapida ricerca per immagini fa comparire più volte la faccia di questa signora dai capelli rossi e i volantini con la richiesta di libertà per Nicoletta Dosio. In men che non si dica la serata di Sophia diventa completamente dedicata alla scoperta del Movimento NoTav, d’altronde la quarantena è anche questo, tempo infinito da riempire, a volte improvvisando, e dalle improvvisazioni nascono spesso cose interessanti. 

1) Come nasce il movimento NOTav

Intervallata solo dalla cena, la ricerca è intensa, lunga e corposa e fa sorgere un sacco di domande apparentemente insolubili; ma le domande non devono spaventare, le aveva detto qualcuno un giorno di qualche tempo prima, quando sorgono bisogna dargli da mangiare con i propri pensieri, anche se sono in conflitto tra loro. Di domande in conflitto, effettivamente, ne compaiono parecchie allo scoprire che il Movimento NoTav nasce per opporsi alla costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, che dovrebbe collegare le città di Torino e Lione (vedi TAV Torino-Lione); un’idea apparentemente ragionevole e piena di promesse per tanti, anche considerando che incentivare le linee di trasporti sostenibili, di modo da abbandonare i trasporti che inquinano di più, è una cosa che a Sophia sembra più che giusta. Resta da capire come mai è nato un intero movimento per opporvisi e una signora di mezza età dai capelli rossi si trova in carcere, con i suoi compagni che all’esterno insistono: «Libertà per Nicoletta Dosio».

Scavando ancora un poco Sophia rintraccia le origini di tutto: il progetto risale agli anni ‘90 e sembra essere una grande promessa per tutti, nel contesto delle decisive svolte dell’Unione Europea (vedi Trattato di Maastricht). Una linea ferroviaria ad alta velocità che collega l’Italia e la Francia è considerata necessaria per lo sviluppo dello scambio di merci all’interno del territorio europeo ed è fortemente voluta da tutti gli stati membri, in particolare dai capi di stato francese e italiano. Il progetto non è semplice e risulta molto costoso: prima di stabilirne la fattibilità bisogna analizzare l’impatto ambientale che avrebbe, l’effettivo guadagno economico e di benessere per la popolazione europea. Parallelamente al procedere del progetto Tav, Sophia legge delle proteste e della nascita del Movimento NoTav, in un incrocio di dati che le fa venir voglia di fare uno schema, come se dovesse preparare un’interrogazione. Proprio in contemporanea alle prime rilevazioni necessarie a stabilire la realizzabilità del progetto, le persone che abitano la valle interessata dai lavori si uniscono in proteste e manifestazioni volte a mostrare un dissenso che negli anni diventa sempre più corposo, strutturato, politicizzato e vario, andando a ingrossare le fila di un Movimento NoTav che chiama presto in causa non solo gli abitanti della Val di Susa. 

In principio le proteste nascono quando avvengono i primi espropri forzati, cioè quando le zone interessate dai lavori vengono forzatamente comprate dallo Stato per realizzare l’opera, considerata di pubblica utilità. Ovviamente, come accade quasi sempre, le persone che subiscono questo esproprio forzato si oppongono, di solito si tratta di pochi, quei pochi che devono arrendersi all’interesse dei molti; ma inaspettatamente questa volta le cose vanno in un altro modo: si attiva una catena di solidarietà che coinvolge tante e tante persone, come una macchia d’olio che a partire dai luoghi espropriati raggiunge tutti i paesi limitrofi e alla fine inonda la valle; nasce così il Movimento NoTav. Scavare un tunnel non è una cosa di poco conto, le conseguenze riguardano una zona limitrofa sufficientemente grande da unire tante persone che ne subirebbero i danni; gli abitanti della valle individuano infatti subito una quantità di rischi notevole, in particolare per l’impatto che questi lavori avrebbero sull’agricoltura della valle e per lo stravolgimento dell’ecosistema in cui vivono, lavorano, coesistono.

2) Dalle proteste al tavolo di confronto

Dopo alcuni anni, per via delle numerose manifestazioni che diventano dei veri e propri scontri tra cittadini e forze dell’ordine con feriti e danni gravi, lo Stato crea un tavolo di confronto, chiamato Osservatorio, dove si possa far discutere e confrontare il Movimento NoTav e lo Stato, siamo nel 2006. Quando apprende questa notizia Sophia è confortata, nello scorrere delle informazioni spera in una svolta positiva che potrebbe arrivare da questo confronto tra i sindaci dei Paesi interessati dai lavori (molti dei quali eletti proprio perché proponevano di opporsi alla Tav) e lo Stato. Tuttavia sembra che questo tavolo di confronto non abbia la possibilità di portare buoni frutti e, pur andando avanti dal 2006 fino ad oggi, viene criticato dalla maggior parte della popolazione della Valle che si oppone all’opera (vedi qui la storia dell’Osservatorio), che non si sente sufficientemente rappresentata in quella sede.

Archiviato il tema Osservatorio con delusione, ormai a tarda sera, Sophia prosegue la ricerca cercando di arrivare al momento clou in cui si inizi a parlare della libertà per Nicoletta Dosio, ma tra una pagina e l’altra incappa inevitabilmente in una serie di grafici e tabelle che contengono dati sull’utilizzo di quella che viene chiamata “linea storica”. Sin dall’inizio Sophia aveva letto che questa Tav doveva andare ad ampliare una linea di trasporti già esistente: una linea ferroviaria e una autostradale che corrono lungo il tunnel scavato nell’800 per collegare l’Italia e la Francia (vedi traforo ferroviario del Frejus). Dunque un collegamento tra queste due nazioni esisteva già quando la TAV è stata pensata, ma per decidere di costruirne un’altra ci saranno stati motivi più che validi, pensa. Eppure a guardare le tabelle e i grafici Sophia capisce che ora come ora tutta la merce che necessita di transitare tra l’Italia e la Francia riesce a farlo tranquillamente attraverso l’attuale linea ferroviaria, che ha anche migliorato la sua percorribilità con degli interventi fatti negli anni tra il 2003 e il 2011, tali da abbattere il trasporto tramite camion e mezzi inquinanti sulla linea autostradale. Questi dati sono stati confermati dai governi italiano e francese, anche l’Osservatorio li conferma.

Ma allora perché costruire un’altra linea scavando un altro tunnel di 50 km tra Susa e Maurienne, andando a rischiare dissesti idrogeologici e causando gravi conseguenze all’agricoltura della valle, come confermano tutti gli studi scientifici e le rilevazioni effettuate? 

Sophia prosegue la ricerca e si accorge che tra il 2011 e il 2012 la situazione in Val di Susa si è scaldata di nuovo un bel po’, come mai? In quegli anni le pressioni da parte dello Stato per terminare gli accertamenti sul suolo e sulla possibilità di scavare il nuovo tunnel si fanno più forti e frequenti. Gli accordi presi in Europa hanno delle scadenze e se si vuole usufruire dei fondi stanziati bisogna rispettarle. Per questo si verificano di nuovo scontri molto violenti: c’è la cittadinanza da una parte che continua a occupare le zone interessate dai lavori per impedirne lo svolgimento, le forze dell’ordine dall’altra che devono garantire gli intenti dello Stato. Nonostante gli scontri e la tensione sociale fortissima, nel 2012, complice anche il fatto che ci fosse un governo tecnico politicamente sganciato dalle volontà dell’elettorato, viene firmato l’accordo bilaterale in base al quale si stabilisce di proseguire i lavori e viene approvato un progetto definitivo. Sembra proprio che non si torni indietro…

3) I processi, le condanne e la storia di Nicoletta Dosio

Dopo un po’ di tempo passato in chat e su Instagram Sophia riprende la ricerca da una domanda che le balena in mente: quanta gente è stata arrestata per queste manifestazioni? Nel 2013 risultano aperti circa 100 fascicoli sulle proteste, nello stesso anno è in corso un maxiprocesso in cui una cinquantina di imputati NoTav rispondono alle accuse di danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale (vedi qui le informazioni principali sul maxiprocesso). Ed è proprio seguendo le notizie di quegli anni che Sophia ritrova il nome di Nicoletta e la possibilità di scoprire come si è arrivati a quel manifesto sotto la sua finestra che dice: «Libertà per Nicoletta Dosio». 

La storia che la riguarda e che in qualche modo l’ha portata fino al carcere è la storia di una manifestazione, di un’azione di boicottaggio ad essere precisi, considerando che spesso il Movimento NoTav si trova a combattere contro un nemico che ha tantissime risorse: lo Stato. Nel maggio del 2012 insieme ad altri (circa 300 partecipanti) Nicoletta, tra le fondatrici del Movimento NoTav, manomette l’ingresso all’autostrada della Val di Susa Torino-Bardonecchia e lascia che le macchine entrino senza pagare al casello. La sua partecipazione diviene oggetto di accuse e condanna perché stava inequivocabilmente mantenendo uno striscione sul quale si leggeva: «Oggi paga Monti» (il riferimento è all’allora Presidente del Consiglio Mario Monti, firmatario del progetto e dell’accordo per l’avvio dei lavori della Tav Torino-Lione), la magistratura aveva infatti deciso di dare la responsabilità civile dell’azione di boicottaggio a chi distribuiva volantini e diffondeva slogan. I processi in Italia, si sa, sono molto lunghi, e la condanna per Nicoletta arriva ormai nel 2019: 1 anno di carcere. I 365 giorni di reclusione iniziano il 30 dicembre, quando viene prelevata dalla sua abitazione dopo aver rinunciato alla possibilità di scontare la pena agli arresti domiciliari. Da quel giorno il Movimento NoTav e tutte le realtà affini avanzano una sola e unica richiesta: «Libertà per Nicoletta Dosio».

4) Lettere dal carcere

Da quando è in carcere Nicoletta scrive molte lettere, che indirizza ai compagni della lotta contro la Tav, quei compagni che da fuori rivendicano «libertà per Nicoletta Dosio». Leggere le parole di questa donna colpisce molto Sophia, a sole 24 ore dall’ingresso nel Carcere delle Vallette di Torino scrive: «Sto bene, sono contenta della scelta che ho fatto perché è il risultato di una causa giusta e bella, la lotta NoTav che è anche la lotta per un modello di società diverso e nasce dalla consapevolezza che quello presente non è l’unico dei mondi possibili». Sophia ritrova in queste parole una motivazione molto più grande del semplice non volere un tunnel nella propria valle, non volere i danni alla propria agricoltura, non volere le conseguenze del dissesto idrogeologico a casa propria; si tratta di pensare secondo regole nuove, diverse, che al profitto che deriva da floridi commerci contrappongono qualcos’altro. Nicoletta è una professoressa di greco in pensione e Sophia non può fare a meno di chiedersi cosa deve essere stato sedere tra i banchi insieme a lei, se l’immaginario di un altro mondo possibile è stato tra le mura della sua classe. Nel leggere ciò che scrive dal carcere delle Vallette nota l’uso di queste parole: «compagni e compagne» dice sempre all’inizio delle sue lettere; non le indirizza al marito dunque, non agli amici, non ai parenti, ma alla comunità NoTav e spiega che essere compagni significa spezzare insieme (dal latino cum panis) il pane dell’esistenza e della lotta. A questi compagni dice: «La solidarietà che può salvarci è quella che sa farsi coscienza critica, ribellione attiva al sistema di cui la mia vicenda non è che una cartina di tornasole: il tribunale che impugna le bilance della legge è l’altra faccia della guerra all’uomo e alla natura». Nella sua vicenda, che è appunto una tra tante, Nicoletta sembra vedere un’occasione per portare alle sue estreme e ingiuste conseguenze una giustizia che le sembra riproporre la dinamica oppressi-oppressori, la stessa che riguarda il rapporto tra uomo e natura. Il tribunale che la condanna sottolinea l’ingiustizia di aver danneggiato lo Stato tramite la sua azione di boicottaggio, ma non quella che viene subita da chi è costretto a ribellarsi: «La mia carcerazione non è che l’atto finale, sancito dai tre livelli di giudizio che hanno derubricato a reato una giusta e doverosa protesta sociale, decretando anni di carcere non solo a me, ma a ragazze e ragazzi, i migliori dei nostri giovani. Ora, chiusa in questa cella tocco con mano l’ingiustizia e l’inutilità del carcere, la cui unica vera funzione è quella del controllo sociale, sugli ultimi, su chi non ha voce […] Qui tutto è pena, deprivazione di diritti, irrazionalità, tanto più sviante, quanto più subdola: un mondo al contrario in cui si vaga nel vuoto. […] Vi è la giustizia sociale la vera alternativa al carcere, l’unica prevenzione veramente efficace … Il resto sono buone, inutili intenzioni: poco più che parole al vento della prepotenza di sempre.»

“Oltre ogni montagna si trova una valle e al di là di ogni problema c’è una soluzione.”

5) NoTav o SìTav?

Dopo queste letture a Sophia viene voglia di confrontarsi con Cloto; è molto tardi ormai, chissà se è ancora sveglia, prova con la videochiamata, due squilli e risponde: «Mi prendi giusto alla fine del mio film del venerdì», le dice dall’altra parte del video, sorridente e pensosa come sempre, le racconta un po’ di cosa parlava e di come si sia gustata la sua tisana sul divano e poi le chiede: «tu cosa hai fatto stasera?»

S: «Ah mi sono imbarcata in un’impresa parecchio lunga, tutto è iniziato con il solito tramonto dal balcone e ora mi ritrovo con la testa in Val di Susa»

C: «In Val di Susa? Cosa sei andata a fare fin lì?»

S: «Cercavo Nicoletta Dosio»

C: «E l’hai trovata?»

S: «Decisamente sì.»

C: «So che è in carcere da qualche mese…»

S: «Già, ora è a casa in verità, agli arresti domiciliari per via dell’emergenza del Coronavirus, ma leggere le sue lettere dal carcere è stato emozionante! È così determinata questa donna, mi ha fatto capire come in una singola battaglia ci sono tutte le altre. Mi ha colpito molto il fatto che ripete più volte “In realtà l’unica colpa imputabile al Movimento NoTav è un grande merito: veder chiaro nella notte e l’agire di conseguenza”.»

C: «In Italia l’opinione pubblica è molto divisa sulla Tav, da quando è stato approvato l’avvio dei lavori definitivi nel 2016 in Piemonte si sono susseguite manifestazioni dei Sì-Tav (30.000 persone a dicembre 2018) e quelle dei NoTav (70.000 persone pochi giorni dopo). Ma la potenza delle proteste che vanno avanti da 30 anni rende necessaria una presa di consapevolezza sui suoi rischi. Poi penso che lo stare da una parte o dall’altra riguardi la priorità che si dà alle cose.»

S: «È quello che mi ritrovo a pensare anche io, dopo aver tanto cercato mi sono resa conto che la violenza delle proteste è parecchio critica, ma anche che è in atto un conflitto in cui non è possibile una terza via d’uscita tra il sì e il no. Io mi sono fatta l’idea che insistere nel non voler realizzare il tunnel e tutti i lavori significa stare dalla parte dell’ambiente, rinunciare al profitto, ma accorgersi che le vite delle persone che abitano lì contano, insieme all’ecosistema di tutte le montagne. Mi è molto dispiaciuto pensare a quanto in là si sia dovuto andare per impedire che la decisione presa da pochi rovinasse le vite di molti, ma mi ha fatto anche capire che quando si parla di tanti soldi non si è molto disposti ad ascoltarsi e questo mi ha fatto riflettere.»

C: «Sai che Erri De Luca le ha scritto, mentre era in carcere in piena emergenza sanitaria? Dopo ti giro il link della lettera, è uno scrittore che mi piace tanto, la sua citazione che preferisco dice così: “Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.”»

La chiacchierata finisce e la giornata è ormai conclusa, Sophia si addormenta leggendo la lettera di Erri De Luca, scritta gridando insiema a tanti «Libertà per Nicoletta Dosio»:

«Eccoci ai giorni che dichiarano scaduto l’inverno. Tu sei reclusa e per misteriosa solidarietà si è chiuso in casa un popolo intero. Girano poche ruote, il nord emigra al sud, i balconi abbandonati si riempiono di famiglie affacciate. Non si sente parlare neanche un economista, tutto il potere e tutta la parola ai medici. Io sto sul mio campo e vedo il progresso delle gemme sugli alberi. Mi piace che in italiano la parola Gemma valga anche come pietra preziosa. Così la primavera è una gioielleria a cielo aperto per tutti i suoi ammiratori. Qui le persone si usano la cortesia di evitarsi. Da voi nelle celle non c’è neanche lo spazio per girarsi. Ai malati di polmonite manca l’aria che voi dovete respirare in molte. Le prigioni strapiene sono diventate per sovraccarico di pena, dei laboratori del soffocamento. Ma la tua vallata, per la quale ti sei battuta e per la quale sei in prigione, continua a produrre e a soffiare ossigeno politico, quello che sorge all’interno di una comunità che serra i suoi ranghi, convoca le assemblee, riempie le strade e dà diritto di cittadino a chi è trattato da suddito di un feudatario. La vostra valle, occupata come provincia ribelle, continua a fare ostacolo allo stupro del suo territorio. La tua calma inflessibile e intransigente è quella della tua comunità. Si manifesta quando un popolo si sveglia




Le bombe che non parlano

Sbattendo la porta Sophia fa il suo ingresso polemico nel salotto di Cloto, che già immagina la grossa lamentela pronta a giungere alle sue orecchie, pur non sapendo cosa riguarda. Le consiglia così di accomodarsi con calma, magari andare in bagno, nella speranza che la concitazione della camminata veloce passi e che con essa sbollisca anche un po’ di rabbia. Nell’attesa Cloto si ritrova a pensare che a volte Sophia sembra avere dentro delle bombe che non parlano, che anche se sono esplose il rumore lo ha sentito solo lei e anche tutto quello che volevano dire; altre volte invece le bombe che le esplodono dentro parlano eccome e questa era una di quelle. 

1)La strage di Piazza Fontana a Milano (1969)

Sophia si siede e, come se Cloto avesse previsto nei suoi pensieri l’oggetto della discussione, le dice: «senti questa storia di bombe che non parlano, … ». Sophia racconta così che in occasione del 12 dicembre il professore aveva deciso di dedicare un’ora alla commemorazione della strage di Piazza Fontana, ma considerando ciò che aveva detto e come lo aveva detto, non sembrava avesse deciso liberamente di farlo. Era stata infatti la Preside della scuola a richiedere che i docenti delle classi dedicassero attenzione a questo anniversario. 

«No ma, dovresti proprio vedere come è stato trattato questo tema!» – sbotta Sophia evidentemente delusa dal fatto che il professore si era limitato a raccontare, tramite supporti audio e video, quanto accaduto a Milano il 12 dicembre del 1969; dopo di che, aveva chiuso la questione dicendo di voler passare alla spiegazione. Ovviamente in classe si erano alzate diverse mani di ragazzi e ragazze che prendendo la parola chiedevano chi fosse responsabile di quell’attentato, più correttamente definito strage. Il professore aveva parlato in questa occasione di «bombe che non parlano», riferendosi al fatto che le indagini e i processi che si erano susseguiti per 36 anni erano stati molto controversi, avevano coinvolto diverse persone di appartenenza politica differente senza che quella bomba riuscisse a parlare del suo mandante, tanto meno di chi la aveva materialmente portata a Piazza Fontana all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, quel pomeriggio, prima delle 16:37, quando era esplosa. Cercando di tirare corto il professore aveva riferito che, dopo innumerevoli processi, finalmente nel  2005 era stata chiarita la responsabilità del movimento neofascista Ordine Nuovo. 

A quel punto la classe si era riempita di stupore, per un secondo si era creata un’atmosfera che sapeva di paura, mista a incredulità; da quell’atmosfera erano nate altre domande, rese bisbigli che si andavano a mescolare l’uno con l’altro per riempire ogni angolo dello spazio, come una nebbia strisciante intrufolatasi d’improvviso nell’aula, impossibile da non vedere, impossibile da mandare via con poco. Eppure il professore si era rifiutato di andare avanti con il confronto, liquidando con un: «lo studierete in storia alla fine del vostro percorso scolastico» tutte le domande sul fascismo in Italia dopo la liberazione. 

All’uscita di scuola qualcuno continuava a commentare lo strano episodio avvenuto in classe: «ma voi avete capito perché il prof ha parlato della strage di Piazza Fontana? Non sembrava averne troppa voglia, poteva non farlo» – dice Dario di fianco ad Erminia che aggiunge – «dicono che si tratta di bombe che non parlano, ma se nessuno ci dice quel che c’è da dire non parleranno mai». Sophia a quel punto propone di sbrigare la questione tra di loro, dal basso, fare delle ricerche e tornare in classe con domande alle quali non avrebbe potuto sottrarsi, per capire qualcosa sia su quei 17 morti e 88 feriti della strage, sia sulle reticenze del professore. 

2)Gli attentati nascono dalle influenze internazionali e dalla Guerra Fredda

Di fronte a questo intento si era trovata, insieme a Dario ed Erminia, a dover districare una marea di informazioni un po’ contorte, che a loro volta rimandavano sempre a nuove informazioni, tra un link e l’altro, una pagina di wikipedia e l’altra. Insomma, la questione si era rivelata impegnativa, più di una ricerca di filosofia, peraltro senza nessun voto all’orizzonte che ripagasse l’impegno. Nonostante ciò la curiosità aumentava ad ogni pezzo del puzzle ricostruito, insieme alla voglia di trovare il successivo incastro per vedere più chiaramente l’immagine che lentamente si costruiva sotto i loro occhi. Sulla strada della ricerca intrapresa viene fuori che di bombe che non parlano in Italia ce ne sono state moltissime, in un periodo di tempo che va dal 1969 al 1980, denominato dagli storici “Anni di Piombo”. 

I vari passaggi fatti da Sophia e dai suoi amici li avevano fatti viaggiare, compiendo lunghe tratte sulla cartina del mondo; erano infatti dovuti uscire dall’Italia per capire gli Anni di Piombo e gli eventi violenti che li hanno caratterizzati (140 attentati tra il 1968 e il 1974). Guardando l’italia come parte dell’Europa occidentale, sotto l’influenza degli USA dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avevano iniziato a capire molte cose in più. Considerando la nuova e particolare guerra creatasi dopo quella mondiale, denominata Guerra Fredda perché i due nemici contrapposti non hanno avuto uno scontro armato diretto, erano apparsi due mondi contrapposti, capeggiati da USA e URSS, che proponevano una concezione della politica, dell’economia, e dunque della vita, opposte, portando tensione in tutti i paesi del mondo che erano sotto la loro influenza diretta [vedi liberalismo e comunismo]. La contrapposizione tra questi due mondi aveva portato a diversi esiti violenti nei territori dei paesi sotto l’influenza dell’una e dell’altra potenza e per spiegare alcuni degli avvenimenti legati ai rapporti tra forze di sinistra e forze di destra, nel mondo della guerra fredda, si parla di Strategia della tensione, una teoria molto utile a capire le stragi italiane. L’Italia, infatti, era parte del mondo guidato e rappresentato dagli ideali degli Stati Uniti, ma nel momento in cui le forze politiche di sinistra stavano prendendo piede, rischiando di vincere le libere elezioni, si erano verificati gli attentati stragisti di cui Piazza Fontana è solo il primo, destinato ad essere seguito da tanti altri e dal terribile evento della Strage di Piazza della Loggia, a Brescia.

«Altro che bombe che non parlano!», si dissero Sophia, Erminia e Dario in un momento di euforia, proprio quando uno dei pezzi del puzzle aveva reso l’immagine chiara. Presto i “festeggiamenti” si tramutarono però in molte domande, un bel po’ di tristezza e qualche incubo notturno. Passare tanto tempo a leggere di persone morte perché avevano preso un treno, o stavano aspettando il loro turno in coda in banca, o stavano partecipando a una manifestazione in piazza, non fa tanto bene al sonno. È così che se li erano immaginati gli Anni di Piombo: un decennio in cui gli era sembrato impossibile poter vivere tranquillamente, di cui stranamente nessuno parla mai, nonostante sia stato attraversato o sfiorato dalla vita di nonni, zii, genitori, amici adulti. 

3)Chi silenzia le bombe che non parlano?

Una mattina Sophia aveva proprio pensato che quegli anni sono stati il presente di qualcuno, la quotidianità invivibile di persone che abitano questo Paese, legata così tanto alle idee politiche da sembrare fantascienza per chi vive il presente di oggi. «Quanto è lontano un passato così…» – pensa, poi fa due calcoli e realizza che si tratta di un passato di 50 anni – «…solo 50 anni…». Eppure un colpo di spugna sembra aver lavato via quegli eventi, nominati di rado per evocare paura, incertezza, scarsa chiarezza su chi sia stato, le famose bombe che non parlano, con questo «piombo» che chissà perché è lì a definire quegli anni. Anche questo aveva scoperto Sophia cercando ancora e ancora: la locuzione “Anni di piombo” viene da un film del 1981, tedesco, il cui titolo andrebbe più correttamente tradotto con “anni plumbei”, ovvero pesanti, bui, intrisi della stessa sensazione che dà la nebbia in val padana, che finché non la provi non sai quanto è pesante. Già, perché proprio la val padana e la sua estensione a est, tra il Veneto e la Lombardia, era stata il centro da cui molti degli attentati erano stati orchestrati, dagli appartenenti al movimento neofascista Ordine Nuovo. Quante cose si scoprono a volerle vedere, eppure alcune sono più popolari, se ne parla in classe, se ne parla in tv, se ne parla ovunque … altre no. 

Presa da questi pensieri Sophia sente il bisogno di rivolgere le sue domande a qualcuno che ogni tanto ingarra qualche risposta, corre così da Cloto e le ricapitola in fretta tutta la faccenda, a partire dall’episodio vissuto in classe. Il suo racconto si conclude con le notizie che più di altre le avevano creato incredulità e scompiglio: che la quasi totalità delle persone colpevoli delle stragi non erano state condannate per decenni; che i processi per queste stragi sono stati fatti e rifatti e ricominciati più volte con evidenti inquinamenti delle prove; che a causa del segreto di stato non è possibile trovare sufficienti prove per dimostrare in tribunale il coinvolgimento dei servizi segreti e degli apparati di sicurezza dello stato; che, conclude Sophia – «lo Stato italiano non è stato vittima degli anni di piombo, ma i cittadini italiani sono stati vittima del loro stesso Stato!».

– «Quante parole» – pensa Cloto – «e che peso ripercorrere tutto di nuovo…». Si sente invasa da quegli anni plumbei, tanto pesanti per chi li ha vissuti, scuola di vita passata a imparare qual è il limite di un’idea; anni così lontani per la centralità che aveva la politica nella vita delle persone, nella speranza e aspettativa che le cose potessero cambiare da un momento all’altro, per tutti, profondamente. «…Illusioni…» – le scappa subito tra i pensieri, e si stupisce di sé, ma ci penserà poi. Piuttosto la colpisce che Sophia abbia scoperto così tante cose e abbia le idee così tanto chiare, «deve avere scavato un bel po’» –  pensa – «e non può che essere così arrabbiata, è sempre stato l’unico sentimento possibile di fronte a tutto questo». 

Ma, presa dai suoi pensieri, si ritrova ad essere scrutata da Sophia, che probabilmente ha continuato a parlare senza che lei ascoltasse ancora.  – «Proprio qualche giorno fa leggevo della commemorazione!» – riprende Cloto per provare a dissimulare la sua assenza – «è stato un anno un po’ diverso dal solito, sai? Il Presidente della Repubblica ha partecipato ed è la prima volta che qualcuno con la sua carica interviene. Ha apertamente parlato delle responsabilità dello Stato nei depistaggi, questo è molto importante: ha fatto crollare una sorta di tabù e quel riferirsi a “bombe che non parlano”. Certo rimangono tante cose non chiare rispetto al ruolo che lo Stato ha avuto negli anni del terrorismo a mio parere, ma mi ha colpito, dopo 50 anni qualcuno delle istituzioni ha rotto il silenzio.»

4)Il fascismo non ci è mai passato

– «Sì ho seguito tutto, anche questo» – le risponde Sophia evidentemente orgogliosa di tutto il lavoro che ha fatto – «e c’è una cosa mi ha colpito tantissimo Cloto, che mi fa rimuginare e rimuginare senza trovare pace.»

– «Di cosa si tratta?» le chiede l’amica

– «Io ho notato che tutte le volte in cui c’è da dire la parola ‘fascismo’ si trova sempre un modo per non dirla. Anche a Milano, sulla pietra che è stata posizionata quest’anno insieme a quelle contenenti i nomi delle vittime, c’è scritto a chiare lettere chi è responsabile della strage, finalmente, ma che il movimento fosse fascista non c’è scritto [guarda qui foto e testimonianze della commemorazione], a dirlo non è la pietra, non è il sindaco, non è il presidente della repubblica, non è il mio professore, ma le vittime di queste stragi sì. Perché?»

– «Perché le vittime sono vittime della più basilare caratteristica del fascismo: la violenza. Una violenza cieca, pronta a colpire nel mucchio, chiunque, per ottenere ciò che si vuole, come in una qualsiasi guerra. Eravamo nel bel mezzo di una guerra, e l’abbiamo sentita tutta. Purtroppo la Strategia della tensione ha creato una guerra tra italiani e di italiani fascisti ce ne erano tanti: i fascisti erano in parlamento, erano nelle forze dell’ordine ed erano fuori, ma non si chiamavano così, per cui potevano starci. Come sai, la costituzione vieta l’esistenza del partito fascista, ma che cosa sia l’essere fascista questo paese non l’ha ancora voluto capire; mi sembra che lo immagini come un brutto trauma, qualcosa che è passato e non ricorda neanche più, lo rimuove. E come ogni rimosso c’è ma non si vede, fa parte di noi e agisce senza che ne accorgiamo; solo una parola lo definisce e lo evoca facendoci soffrire, ma se non la si pronuncia si può far finta che non ci sia. La si evoca come uno spauracchio, una cosa terribile che riguarda la nostra storia, ma di rado si scoprono le sue radici. Alle sue radici c’è una semplice cosa: la violenza. La violenza è fascista, quella fisica e quella verbale, che vive dell’odio verso chi non la pensa come te e non risponde alla perfezione delle tue scelte, quell’odio che mette l’altro nell’angolo, ad aver paura delle sue idee, a perdere la sua libertà. Non è un pezzo di storia passata, o almeno non può diventarlo fino a quando gli italiani non fanno i conti con ciò che sono e sono stati. Quindi Sophia queste bombe parlano, parlano eccome, hanno tanto da dirci su chi eravamo e chi siamo, senza forse evolvere granché; d’altronde con i rimossi funziona così.»




Stretti come sardine

Quel pomeriggio Sophia aveva un appuntamento importante, una manifestazione! Aveva deciso di scendere in piazza e unirsi a tanti altri per ritrovarsi tutti stretti come sardine. Da un paio di settimane in diverse città erano in tanti a voler stare così, proprio come lei quel giorno, stretti come sardine. Cloto le aveva scritto, aveva voglia anche lei di far parte di questa marea, unita dalla voglia di dire no all’odio dai palchi, all’odio sui social network, all’odio sociale. L’invito a uscire di casa e scendere in piazza per stare stretti come sardine, proprio nei primi giorni di freddo, era partito dalla città di Bologna (leggi i primi passi delle sardine) un paio di settimane prima ed era in sostanza il seguente: se sei stanco dei messaggi di odio provenienti dagli esponenti di alcuni degli attuali partiti politici, scendi in piazza e porta con te una sardina, disegnala, costruiscila, vieni a formare un banco di pesci liberi dall’odio. 

Andando in piazza, passando tra le prime vetrine addobbate per il “non così imminente” Natale, Cloto si era unita a Sophia e le sue amiche, con la disinvoltura di sempre, nonostante la differenza d’età: 

“Come andiamo ragazze? Ce l’avete una sardina anche per me?” 

“Ma certo!” le aveva risposto Agata che aveva preparato diversi disegni per poterli sventolare e mostrare durante la manifestazione. 

Arrivati in piazza diviene subito chiaro che le aspettative non saranno deluse, si starà letteralmente stretti come sardine: tanta, tantissima gente di tutte le età si unisce alla folla con la propria sardina tra le mani o sulla testa, o al collo; sui volti è stampato un sorriso che sembra quasi una liberazione, nell’accompagnarsi alla scoperta di non essere soli, di non essere in pochi, ma di essere una marea. Nella piazza, al solito chiacchiericcio che attende di spegnersi con l’incipit di un proclama, si sostituisce stavolta un silenzio sacrale: molti guardano in alto, in attesa di qualcuno da ascoltare, qualcuno da guardare, eppure nulla di questo succede. L’attesa invade lo spazio, permea il tempo, direziona i corpi, fino a quando non giunge alle orecchie una musica e la piazza viene illuminata. Così, l’attesa è stata interrotta dal canto, un canto corale che mette insieme le migliaia di voci presenti nello spazio della piazza; è un canto popolare, che tutti conoscono, che accomuna i presenti non per caso, ma per mostrare la loro comune identità; è un canto di unione, è un canto di amore.

Terminato il momento, il chiacchiericcio riprende con il diradarsi della folla e un senso di euforia invade Sophia che nel cantare con così tante persone ha sentito che si è in tanti e che per quanto l’odio venga diffuso e urlato e mandato in giro per il web, tutto questo può fermarlo. A scuola le era stato proposto un progetto che le aveva dato molte consapevolezze su che cos’è l’odio online e da queste era nata la voglia di fare quello che le era possibile per evitarlo. Non avrebbe mai immaginato che qualcuno le avrebbe dato la possibilità di condividere un’esperienza come quella appena vissuta, mobilitando tante persone contro la violenza verbale e l’odio verso alcune categorie di esseri umani cui si stava assistendo negli ultimi mesi. Addirittura questo odio aveva preso la forma di leggi che impedivano a persone in fuga dalla guerra e dalla persecuzione di essere accolte in Italia, e che colpevolizzavano chi si occupava di salvarle dall’annegamento in mare tramite multe e/o accuse di reati particolarmente gravi (vedi decreto sicurezza bis). Tutto questo le aveva trasmesso impotenza, rabbia, anche un po’ di paura di fronte all’ingiustizia fatta legge. 

Andando verso casa, nel tratto di strada in comune con Cloto le sorge spontanea una domanda: “Cloto ma queste sardine da che parte stanno?”… il silenzio in risposta è riempito dalle boccate di fumo … dunque Sophia riprende: “cioè voglio dire, bello stare stretti come sardine e dire no all’odio e a chi fa politica diffondendo notizie false e additando sempre un nemico, ma da che parte stanno?” 

-“Sai” le risponde Cloto “me lo sono chiesta anche io prima di decidere di scendere in piazza con voi, con loro, ma pur non trovando una risposta chiara sono venuta a prendere una boccata d’aria buona. E pensavo mi bastasse, stare in una piazza piena tra sorrisi e persone che credono nel valore della verità e che lo chiedono alla politica, ma tornando a casa mi rendo conto che la tua stessa domanda mi martella i pensieri.” 

-“Ma io starei anche bene così, abbiamo dimostrato che siamo in tanti a volere un discorso diverso e a non condividere questa violenza; succederà poi qualcosa dopo la nostra dimostrazione, non può non succedere nulla. No?”… Sophia rallenta la camminata pensando a quello che ha detto…”Solo che in effetti mi resta la paura che non succeda niente, ed è per questo che mi chiedo da che parte stanno, che fine farà tutto questo…”

– “Sophia, io ne ho visti diversi di questi movimenti nascere da ciò che le persone non vogliono, dall’insoddisfazione della politica e dei partiti che nei giochi di potere in Italia hanno causato più di quello che forse siamo disposti ad accettare, ma è difficile unire così tante persone intorno a ciò che vogliono.”

Così, la conclusione a quel pomeriggio di dicembre aveva il gusto agrodolce dell’euforia schiacciata tra pensieri un po’ invadenti, forse scomodi, ma pronti a insinuarsi in alcuni, chissà quanti, di quelli trovatisi in piazza a stare stretti come sardine. Sophia in particolare aveva allungato non di poco la strada di casa per cercare di mettere ordine tra le sue domande e le sue paure, in questo tragitto aveva ascoltato Cloto parlare di “coincidenze necessarie”, per usare le sue parole, tra odio e inquinamento, odio e sfruttamento, odio e diritti negati, odio e respingimenti in mare. Stando a quello che anche i suoi genitori raccontano, nessuno dei grandi partiti italiani del momento parla chiaramente di rapporti di sfruttamento da ripensare nell’ambito del lavoro; di politiche ambientali nuove e in grado di rispondere alla crisi climatica; di diritti da garantire agli esseri umani a partire dal diritto alla vita e alla felicità senza distinzione di etnia, credo religioso, orientamento sessuale, genere. Un vuoto grande grande, da riempire con la forza e il coraggio di un discorso politico guidato dalla giustizia, senza se e senza ma. 




Donne di cui vale la pena scrivere

Dopo aver collezionato buoni risultati nelle prime sei settimane di scuola, Sophia era preoccupata per il compito di italiano alle porte, dedicato alle figure femminili della letteratura. Quando il tema era stato inizialmente proposto dall’insegnante qualche settimana prima, Sophia ne era entusiasta: “Donne di cui vale la pena scrivere”, titolava il piccolo plico di fogli che la prof aveva distribuito nell’introdurre questo approfondimento, che avrebbe interessato la classe per qualche tempo. Prima che potessero leggerlo, Sophia e i suoi compagni avevano dovuto rispondere alla domanda “Quali sono le donne di cui vale la pena scrivere?”. 

A quel punto le risposte si erano differenziate e una fetta della classe aveva risposto richiamandosi all’attualità, citando artiste, attrici, attiviste, politiche, tuttavia queste aspirazioni erano state disattese perché “Ovviamente” aveva detto la prof “dobbiamo seguire il programma curriculare e la letteratura non aspetta certo i vostri bizzarri interessi”. 

Aperto il plico e scorrendo l’indice i nomi in vista erano quelli di Beatrice, la giovane e angelica donna amata da Dante; Teresa, la donna chiusa nei suoi sogni amata da Jacopo Ortis; Silvia, la figura femminile in cui Leopardi fa confluire l’ispirazione datagli da diverse donne. Eccole lì dunque, le donne di cui vale la pena scrivere, i cui profili avrebbero imparato a conoscere nelle settimane successive; donne amate, donne che hanno ispirato grandi poeti, donne gentili, donne lontane, troppo lontane per i gusti di Sophia. Così quel compito non prometteva nulla di buono, visto che per quanto il tema avrebbe potuto essere interessante, quell’inizio ingannevole con delusione annessa aveva tolto a Sophia tutta la voglia di studiarlo. Poco preparata, ma giocando la carta della creatività, aveva consegnato il suo tema e tolto via quel fardello che si era via via appesantito nelle ultime settimane.

All’uscita di scuola c’è il sole, una grande sorpresa donata dall’autunno piovoso di questo 2019, vale la pena di restare a chiacchierare con chi ama rimandare all’infinito il pomeriggio di studio. Inevitabilmente, le lamentele sulla traccia del tema danno il via a una discussione su queste “donne di cui vale la pena scrivere”: tra chi è sicuro di prendere un bel voto e non ha molto da recriminare, chi non ha studiato ma è riuscito comunque a copiare, in pochi si ritrovano a dire che forse, se la domanda iniziale fosse stata reale, avrebbero scelto qualcun altra e il tema sì che sarebbe stato una bomba. 

Si crea così una piccola discussione dai toni inizialmente un po’ accesi, le fazioni sono prevedibilmente le solite: chi non vede perché mettere in discussione il sistema scolastico e soprattutto il valore della letteratura che è giusto studiare al meglio, chi pensa che la scuola dovrebbe aprirsi il più possibile a temi attuali per far crescere i giovani adolescenti con consapevolezza. 

– “Non capisco come sia possibile che ogni volta abbiate da ridire sulla scuola, da qualunque cosa si parta finite sempre lì, non vi sentite un po’ ridicoli?” 

– “Beh no! Non capiamo semplicemente perché tra queste mura si ripetano le stesse cose da 100 anni, mentre fuori il mondo viaggia alla velocità della luce”; “E forse si sta pure andando a schiantare” aggiunge qualcuno spezzando la tensione.

– “Va beh ma allora sentiamo, quali sono le donne di cui vale la pena scrivere secondo voi? Avete un’alternativa?”

A quel punto la discussione era tornata a far emergere i nomi che alcuni di loro avevano immaginato quando la domanda era stata inizialmente posta, Sophia si era trovata proprio in quel periodo a parlare con Cloto di una notizia sensazionale: in Argentina una giovane donna di 18 anni era stata eletta legislatrice della città di Buenos Aires, il suo nome è Ofelia Fernadez ed è portavoce di una serie di messaggi progressisti che evidentemente stanno molto a cuore ai giovani della sua generazione, la generazione Z. Sophia spiega ai suoi compagni che a soli 18 anni questa ragazza è diventata il volto della protesta a supporto della legalizzazione dell’aborto, bocciata dal Senato argentino un anno fa; porta avanti i messaggi che stanno a cuore ai progressisti della sua generazione e dà voce all’importanza dell’inclusività, alla lotta all’individualismo cui si lega la critica al sistema economico-politico del neoliberismo. Seguendola su Instagram Sophia aveva letto il suo commento alla vittoria: “stiamo tutti superando l’impotenza e trasformandola in futuro”. Nel rileggerla agli altri fuori da scuola l’entusiasmo le sboccia di nuovo dentro e parlando di quante possibilità di impatto hanno i giovani se sono consapevoli dei problemi che riguardano il loro presente e il loro futuro, finisce per dire che secondo lei la scuola ha il dovere di informarli e stimolarli all’informazione sul presente, oltre che sul passato.

“E se proprio volete un altro esempio” aggiunge la sua amica “che anche solo a scrivere di queste due avrei riempito tre fogli, c’è anche Alexandria Ocasio Cortez, che a 29 anni, nel 2018 ha battuto un politico eletto ininterrottamente da vent’anni nel suo distretto a New York. È diventata così la più giovane donna eletta al congresso degli Stati Uniti e il volto di punta dei giovani democratici americani. Con la sua storia avrei scritto un tema bellissimo!” 

Sophia ricomincia: “Non potete negare che ci sono un sacco di cose da sapere oltre a quelle che hanno studiato uguali identiche i nostri genitori tra queste stesse mura, perché non ritagliare dello spazio? Si tratta poi del nostro futuro, per costruirlo bisogna lavorare sodo e ce lo dicono di continuo, ma questo lavoro non può non parlarci delle nostre possibilità.” 

La discussione era scemata poi in fretta, per via del tempo tiranno e della necessità di andare a studiare; tornando a casa Sophia ripensò alla chiacchierata fatta qualche tempo prima sul voto ai 16enni, di cui la politica italiana si era occupata un po’ di sfuggita. I suoi genitori pensavano che fosse giusto in linea di principio ampliare il diritto di voto ai giovani dai 16 anni, ma che i 16enni della società attuale non sono abbastanza informati sulle questioni che poi condizionano la loro scelta di voto (leggi qui una ricapitolazione e interessanti pareri).

La situazione creatasi a scuola e il confronto con i suoi compagni le avevano fatto capire a cosa si riferivano, nonostante con loro avesse rivendicato l’impatto del movimento giovanile del Fridays for future e non solo, ma le venne spontaneo chiedersi: gli adulti, gli anziani, i diciottenni, quanto sono consapevoli e quanto si informano prima di votare? Se lo fanno, come lo fanno?  




Viaggio nel Rojava, il luogo dell’utopia

Viaggi nel tempo: siamo davvero dove vorremmo?

Anche quella mattina era iniziata con un autobus pieno, musica nelle orecchie e voglia di parlare con gli altri pari a zero. “è possibile che tutte le giornate di tutti noi, stipati in questa scatola sulle ruote, debbano iniziare così?!” si era chiesta Sophia anche quel giorno, nel cercare quanto meno uno spiraglio tra la gente e guardare fuori dal finestrino. Purtroppo quella mattina non le è neanche concesso questo e si rassegna a sbirciare lo schermo del ragazzo al quale si ritrova appiccicata..”viaggi nel tempo: siamo davvero dove vorremmo?” legge dalla sua ricerca google. 

“Chissà come mai questo alle 7.30 cerca su internet teorie sui viaggi nel tempo”, si chiede, ma quante volte si era chiesta anche lei se il qui ed ora fosse proprio il dove e il quando in cui desiderava trovarsi? E quante volte con le amiche, con una risata un po’ malinconica si erano chieste: siamo davvero dove vorremmo? Tante… e le sarebbe piaciuto poter guardare come un film tutti i “cosa sarebbe successo se…” dei vari bivi esistenziali in cui era incappata. 

Viaggi nel tempo… segna sul taccuino, in una giornata di inizio ottobre diretta verso la scuola. Una volta arrivata, nell’attraversare l’ingresso si ritrova il solito volantino tra le mani, senza neanche realizzare da dove provenga… “RISE UP 4 ROJAVA” è la prima cosa che legge e così capisce che qualcosa sta succedendo in quel posto di cui aveva scoperto l’esistenza per caso qualche mese prima. 

1) Che cos’è il Rojava

Un giorno di marzo aveva visto girare una storia, sempre accompagnata da una citazione che le era rimasta scolpita dentro: “Ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Era la storia di un ragazzo toscano, di nome Lorenzo, che era morto combattendo in un posto molto lontano da casa sua e forse anche in un tempo diverso, scandito da ritmi, priorità, verità, così lontane da quelle cui ci approcciamo di solito, da sembrare proprio il frutto di un viaggio nel tempo. Così quella frase, letta qualche ora prima, era tornata a balzarle in testa da sola: “viaggi nel tempo: siamo davvero dove vorremmo?”

Le ore di quella giornata di scuola passarono molto lentamente, mentre Sophia si sentiva un po’ estraniata e cercava su internet le informazioni necessarie a capire cosa stesse succedendo in Rojava, quel posto dove aveva scoperto che l’utopia stava diventando realtà da ormai 7 anni grazie alla lotta di donne e uomini combattenti. Queste persone, per la maggior parte appartenenti al popolo Curdo, agivano e lottavano ogni giorno per realizzare e far crescere il confederalismo democratico, che permetteva a persone di provenienza, etnia, cultura, credo religioso, lingua diversi di vivere insieme nel rispetto di tutte e tutti e dell’ambiente in cui viviamo, la natura. Dunque in questo pezzo di mondo a sud della Turchia, lentamente conquistato pezzetto dopo pezzetto combattendo contro l’organizzazione terroristica dell’Isis, stava avvenendo una rivoluzione politica, sociale e culturale, che metteva al centro i valori dell’ecologia, della parità di genere tra donne e uomini e della democrazia paritaria autogestita

Combattenti curde in un momento di riposo. La lotta che conducono è contro l’Isis e a difesa della loro rivoluzione.

2) Se se ne vanno gli americani…

Nelle ore di scuola Sophia aveva scoperto che tutto questo era in pericolo per via della decisione del Presidente americano Trump di ritirare gli aiuti forniti ai curdi per sconfiggere l’Isis e che dopo questa decisione il presidente turco Erdogan aveva deciso di attaccare le zone del Rojava. All’uscita a stento saluta gli altri e prende la via verso casa con un nodo allo stomaco e una camminata veloce, quasi si trattasse di scappare da qualcosa che era ormai dentro di lei, la verità. “Altro che pranzo!” pensò… e scappò via verso casa di Cloto scrivendo di corsa un messaggio “Ciao mamma, non torno ci vediamo dopo.”

All’arrivo suona al citofono e sale le gradinate immaginando già la mezza ramanzina per essersi presentata senza preavviso, il tipico teatrino che mettono sempre su come se non succedesse di continuo e come se Cloto non fosse poi contenta di interrompere bruscamente le sue faccende, le sue letture, la sua musica; puntualmente travolta dall’”emergenza” di turno, divenuta tale sulle corde della vita interiore di Sophia, così sensibili agli smottamenti d’aria del vento che soffia sulla vita che scorre. Ma stavolta il prevedibile non prende la forma della realtà, perché Cloto l’aspetta sulla soglia e appena la vede le dice: ”Sei qui per il Rojava, vero?”.

Anche Cloto dunque è allertata dalle notizie di questa giornata di inizio Ottobre e per quanto Sophia fosse abituata a vederla assegnare ai problemi che di solito gli adulti accantonano con rassegnazione o affrontano con saccenza, l’urgenza e il peso che anche lei gli attribuiva, la stupisce vedere così tanta preoccupazione, accompagnata da una specie di blocco sul volto, che gli dà una nota sofferente. Mancano un paio d’ore al presidio che è stato organizzato in estemporanea, pubblicizzato dal volantino con cui era iniziato tutto, ovviamente ci andranno insieme e l’attesa è riempita da lunghi silenzi. In fondo Sophia sperava di trovare un po’ di conforto al suo dramma, ma si ritrova a capire quanto sia semplicemente reale. 

3) Quanto è reale un’utopia

Stesa sul divano ricerca la lettera che quel ragazzo toscano aveva scritto per annunciare la sua morte, quella lettera che le aveva permesso di scoprire il mondo altro che in quel preciso istante iniziava a svanire, in Rojava. Nel rileggerla si accorge che qualcosa è cambiato in lei rispetto alla prima volta: la serenità con cui Lorenzo parlava di assenza di rimpianti e di sorriso sulle labbra le era sembrata allora davvero lontana, ma ora la scelta di quel ragazzo e i messaggi che aveva mandato al mondo con le sue parole, le arrivavano dritti al cuore e le creavano insieme l’orlo del pianto e l’impossibilità di stare ferma. “Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo di ciascuno di noi si può fare la differenza” aveva scritto Lorenzo, e poi: “ricordate che ogni tempesta comincia con una goccia. Cercate di essere voi quella goccia.”  Ecco, a quel punto l’impossibilità di stare ferma diventa desiderio di non essere affatto nel luogo in cui è e le torna in mente l’inizio di quella giornata incredibile, quando ancora assonnata aveva letto sullo schermo di chissà chi “viaggi nel tempo: siamo davvero dove vorremmo?”. 

Tutto questo riesce a rompere il silenzio tra Cloto e Sophia, che si trovano rispettivamente a fumare pensosa guardando alla finestra e a girovagare senza pace per il salone. 

Sophia rompe il silenzio: “Io non so se sono davvero dove vorrei, in questo momento mi sembra di avere più di un milione di motivi per essere o essere stata a combattere a sostegno del popolo Curdo … mentre lo dico mi sembra assurdo, ma se non lo fosse poi così tanto?!” 

“Non lo so come sarebbe se fossimo state lì” risponde Cloto “in tanti partono per contribuire alla realizzazione di una società veramente giusta, rischiano tanto, rischiano tutto, ma se credono così tanto nel mondo che si costruiva nel Rojava è evidente che non avessero nulla da perdere in questo”

“E io sono così, Cloto?”

“Non posso rispondere a questa domanda al tuo posto Sophia, forse è presto per capirlo o forse è il tempo di capirlo.”

“Ma perché fa così male tutta questa storia?”

“Perché stanno bombardando la speranza, ecco perché.”

Un’adolescente sventola la bandiera del Kurdistan




Il cambiamento sta arrivando

1) Greta Thunberg al vertice delle Nazioni Unite nel 2019

Settembre, anche quest’anno il cambiamento sta arrivando. Ormai la scuola è iniziata da qualche giorno e quella che sarà presto la classica, inesorabile routine dell’anno scolastico sta prendendo forma: l’orario è quello definitivo, gli allenamenti riprendono dopo la preparazione e la sera il sole cala sempre più presto. «Il cambiamento sta arrivando », pensa Sophia: dai rami degli alberi non più il verde sgargiante, ma mutevoli colori caldi danno vita alla luce e all’essenza dell’aria in città. Sophia adora che le cose cambino, anche l’estate e la sua vitalità hanno finito per stancarla; adora che stia arrivando un tempo dal ritmo più lento, per attraversare e farsi attraversare dal cambiamento a tratti piacevole dell’arrivo dell’autunno. Un pomeriggio di fine settembre Sophia viene incuriosita dal ripetersi di un video: al centro dell’inquadratura c’è una ragazza vestita di rosa, evidentemente arrabbiata, che parla a un non precisato “voi”. Questi “voi” sarebbero colpevoli, secondo la ragazza che si chiama Greta, di un’estinzione di massa. Ed ecco che la frase, che Sophia aveva detto dentro di sé nel lasciarsi cullare dall’arrivo dell’autunno, viene pronunciata anche dalla ragazza del video: «il cambiamento sta arrivando! » [guarda qui il video]

Il suo tono è evidentemente preoccupato, forse un po’ minaccioso e non ha nulla a che vedere con il fare pensoso con cui Sophia guarda le foglie ingiallire dalla finestra della sua camera. Con una rapida ricerca su internet, Sophia collega il volto della ragazza del video a quello di Greta Thunberg, di cui ha sentito parlare parecchie volte negli ultimi mesi. Sa già che Greta è una ragazza svedese di 16 anni, che ha ispirato la nascita di un movimento giovanile globale chiamato Fridays for the future [qui i dettagli su come è nato]. Nel video Greta viene ripresa durante il suo intervento all’interno del vertice delle Nazioni Unite [ONU], tenutosi a New York.

2) Le manifestazioni dei Fridays for Future

Durante la cena Sophia condivide con i suoi genitori la notizia, scopre che anche loro hanno guardato il video e che questa giovane ragazza li ha stupiti: solo 12 mesi fa era da sola a iniziare questa protesta, con un cartello in mano e tanta indifferenza che le passava davanti. Ogni venerdì del mese scioperava davanti al Parlamento Svedese e piano piano, quasi verso l’inverno, la notizia di questo suo gesto puntuale e costante aveva raggiunto anche l’Italia. Sophia e i suoi genitori avevano così partecipato, insieme, al primo sciopero globale per il clima del 15 marzo 2019. Proprio nei giorni in cui Greta si trova al congresso dell’ONU in America, in tutto il mondo vengono organizzati scioperi e manifestazioni per chiedere a chi ha il potere politico di intervenire per arginare la crisi climatica. Sophia partecipa di nuovo alla manifestazione insieme ad alcuni suoi compagni di classe e di nuovo, come a marzo, ha la sensazione che il messaggio che lei e i suoi coetanei stanno portando in piazza è vitale, tanto che sono tanti gli adulti ad accompagnarli, incoraggiarli, sostenerli; le capita di pensare al riscatto che hanno la possibilità di avere, loro, “quelli che sanno stare solo davanti al telefono”.

“Il cambiamento sta arrivando!”, questo è il grido che in migliaia lanciano da tutte le città d’Italia, è un grido tragico ed è lo stesso che Greta Thunberg ha gridato all’ONU, ma è anche l’affermazione di una generazione, la sua, che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità, in barba a tutte le persone di potere che da almeno 20 anni non affrontano questo problema e non creano soluzioni reali [qui alcuni dati].

Con questi pensieri Sophia torna a casa, dal suo letto riguarda le stories su Instagram di amici e compagni che erano lì, anche se non li aveva incontrati, racconta ai suoi genitori dell’adrenalina che la invade e di quanto non andare a scuola sia stato giusto, vista la riuscita del corteo e la risonanza della notizia. Infatti, quella sera ai racconti di Sophia si aggiungono immagini del telegiornale che mostrano tante altre città invase da questa onda di giovani preoccupati per il futuro, perché in fondo è proprio di questo che si tratta: il loro futuro è nelle mani di qualcun altro.

“Our Future In Your Hands” è uno degli slogan più diffusi delle manifestazioni per la crisi climatica.

3) La reazione degli adulti

Con il passare dei giorni, sul finire di questo settembre che procede sfociando in un ancor più colorato ottobre, questo messaggio universale, apparentemente incontrovertibile nella sua disarmante e dirompente urgenza, diviene oggetto di una bagarre in cui diversi personaggi di spicco nel panorama politico e culturale italiano e mondiale, prendono la parola su questo tema.

Questi interventi sono accomunati da un atteggiamento di denigrazione, sfottò, manipolazione rivolto a Greta Thunberg. Ebbene sì proprio lei, la ragazza che nel giro di un anno è riuscita da sola a sensibilizzare milioni di persone su un problema che riguarda la sopravvivenza degli esseri umani, che è sotto gli occhi di chi dovrebbe affrontarlo da 3 decenni, ma che solo ora preoccupa un numero sufficiente di persone da non poterlo più ignorare. Una su tutte l’opinione di Massimo Cacciari, il cui volto è spesso al centro dello schermo televisivo intento ad esprimere opinioni sull’attualità: « è importante che Greta vada a scuola », dice, «non è così che si cambiano le cose.»

Sophia è particolarmente stupita da questo atteggiamento, che a quanto le dice sua mamma è portato avanti da alcune testate giornalistiche italiane, non solo da singole persone. Lo stupore si trasforma presto in rabbia, una rabbia grande che nei giorni la rende aggressiva e intollerante con tutti, in particolare con gli adulti. C’è solo un posto dove può trovare rifugio e una persona che ascolterà tutto ciò che c’è dietro ogni sua parola: Cloto.

Uscita da scuola corre da lei, spera in un pranzetto e in po’ di pace, sa che non rimarrà delusa. Delle lunghe chiacchiere, dello sfogo di Sophia per l’attacco paternalista cui è soggetta la sua intera generazione, dopo qualche ora rimane la presa di coscienza di una verità un po’ triste. «Voi avete paura » – le dice Cloto – «perché i vostri sogni sono in un futuro che rischia di non arrivare mai, e questo non potete certo ignorarlo, proprio questo non vi fermerà. D’altra parte, anche questi uomini un po’ barbuti e un po’ panciuti, che pretendono di tenervi nascosti sui banchi di scuola a studiare teorie che loro non conoscono, hanno paura. Se aveste ragione e se aveste potere, le loro ragioni, le loro abitudini, le loro lauree, i loro soldi, il loro prestigio, diventerebbero nulla di fronte alla semplice, basilare, istintiva necessità di sopravvivere in un mondo che loro non hanno saputo curare

«Ma come può la paura renderli così ciechi e così aggressivi se noi vogliamo solo avere un posto in cui realizzarci, lo stesso posto in cui loro stessi rischiano di non poter sopravvivere? » chiede Sophia.

«È la paura di cambiare, ed evidentemente può tutto. Chi non ascolta non cambia, chi non cambia non si stupisce, neanche di fronte a milioni di giovani uniti dalla causa comune di un futuro da salvare. Le due fazioni di questa battaglia hanno entrambe paura: contro questa paura una fazione cerca e pretende soluzioni, l’altra attacca il nemico, perché evidentemente non sa cos’altro fare.»