La Metafisica di Aristotele

La metafisica di Aristotele ci parla prima di tutto dell’approccio che egli ha alla filosofia. Per quanto esso sia in linea con quello della Scuola di Atene, per la centralità data alla ricerca razionale della verità intesa come concetto universale (vedi introduzione al pensiero di Aristotele), risente della situazione culturale del 4° secolo a.C. . In quel tempo i diversi saperi oggetto dell’indagine umana si stavano sviluppando velocemente e ognuno di essi rivendicava il proprio ambito di studio e la propria autonomia; il tentativo di Platone di inglobare tutti i saperi nell’ambito della filosofia era evidentemente fallito. La metafisica di Aristotele nasce da questa situazione e ne prende atto dando alla filosofia un compito nuovo: studiare la realtà in generale come base che accomuna le varie facce della stessa realtà, oggetto delle altre scienze. Dunque, se la realtà si manifesta come leggi naturali, valori morali, eventi storici, esseri viventi etc., la metafisica va ad indagare la realtà in quanto tale, oltre le manifestazioni di cui giustamente si occupano le scienze da diverse angolazioni. La filosofia come metafisica diviene in questo modo la scienza prima che studia l’oggetto comune a tutte le scienze (l’essere) e le leggi comuni a tutte le cose che esistono (i principi dell’essere). Rispetto all’intento di Platone, che poneva la filosofia al vertice di una piramide in cui si collocavano le discipline umane, in Aristotele la filosofia prima, cioè la metafisica, si situa alla base del sapere umano, facendo da presupposto allo stesso.

Viste le sfaccettature che il sapere umano ha messo in essere nel periodo in cui vive Aristotele (vedi vita), egli per primo divide e classifica le scienze in base al loro oggetto di indagine:

  • SCIENZE TEORETICHE: studiano il necessario (ciò che non può essere diverso da come è):
    • Metafisica
    • Fisica
    • Matematica
  • SCIENZE PRATICHE: studiano il possibile (ciò che può essere diverso da come è) e l’ambito dell’agire umano: 
    • Etica
    • Politica
  • SCIENZE POETICHE: studiano il possibile e l’ambito della produzione di opere 
    • Belle arti
    • Tecniche

In questa classificazione la metafisica compare tra le scienze teoretiche, ma di cosa si occupa di preciso? Il termine ‘metafisica’ non è stato inventato da Aristotele, ma da chi ha catalogato e divulgato gli scritti contenenti i suoi insegnamenti privati, cioè rivolti agli allievi del Liceo (vedi qui). Per indicare questa disciplina Aristotele parlava di «filosofia prima» e troviamo negli scritti 4 definizioni e precisazioni sull’oggetto di studio della metafisica:

  1. studia l’essere in quanto essere (paragrafo 1)
  2. studia la sostanza (paragrafo 1)
  3. studia le cause e i principi primi (paragrafo 2)
  4. studia Dio e la sostanza immobile (paragrafo 2)

Ci concentreremo via via su questi 4 ambiti oggetto di studio de la Metafisica di Aristotele partendo dalla definizione dell’essere e dal concetto di sostanza.

1.La Metafisica di Aristotele: che cos’è l’essere?

Lo studio dell’essere in Aristotele appare subito sfaccettato, egli non cede alla tentazione di conoscerlo e descriverlo come concetto unitario, evitando le problematiche affrontate da Platone nel confronto con Parmenide e risolte nel dialogo Sofista con il «parmenicidio». Aristotele quindi prende subito atto che l’essere si manifesta in modi diversi, e ad ognuno di questi modi fa corrispondere delle definizioni e uno studio specifico, per questo distingue tra:

  1. essere come accidente
  2. essere come categorie
  3. essere come vero
  4. essere come atto e potenza

2. essere come categorie

Risulta utile concentrarsi prima di tutto sull’ «essere come categorie», perché esse sono le caratteristiche fondamentali che accomunano ogni essere e dunque i modi fondamentali in cui la realtà si manifesta. 

Le categorie sono 10 e sono: LA SOSTANZA, la qualità, la quantità, la relazione, l’agire, il subire, il dove, il quando, l’avere e il giacere. 

Secondo  la metafisica di Aristotele  le categorie riguardano l’essere sia a un punto di vista ontologico (caratteristiche con cui la realtà si manifesta, possedute da ciò che è), sia da un punto di vista logico (predicati necessari a descrivere ciò che è). Tuttavia le categorie non sono affatto uguali tra di loro, una tra tutte risulta essere un concetto fondamentale su cui la metafisica si concentra a lungo, studiandone ancora le diverse caratteristiche. La più importante di tutte le categorie è la sostanza, perché presuppone tutte le altre: non è possibile infatti percepire nell’essere o predicare dell’essere quantità o qualità senza che siano qualità o quantità “di qualcosa”. Questo “qualcosa” è proprio la sostanza, essa finisce per identificarsi con l’essere, o anche meglio viene a definire l’essenza dell’essere, rispondendo alla necessità di avere un significato dell’essere che si ponga alla base di tutte le qualità che esso può avere. 

3. essere come vero

All’identificazione della sostanza con l’essere si giunge grazie a un assioma fondamentale chiamato principio di non contraddizione, che ne  la Metafisica di Aristotele   è espresso in due modi: 

  1. «È impossibile che il medesimo attributo appartenga e non appartenga al medesimo oggetto, nello stesso tempo e sotto il medesimo riguardo»  (impossibilità logica di affermare e negare la stessa cosa)
  2. «È impossibile che la stessa cosa sia e non sia» (impossibilità ontologica che l’essere sia e non sia allo stesso tempo)

In questo modo si sta affermando che ogni essere ha una natura determinata e necessaria, che non potrebbe essere diverso da come è per alcune caratteristiche di base e sostanziali. Esse sono percepibili e predicabili senza equivoci e senza la possibilità di dire il contrario: questo sancisce la possibilità di dire il vero e di conoscere che l’essere è vero, di affermare cioè inequivocabilmente delle cose, sapendo di dire la verità.  

2. essere come categorie

Tornando alla sostanza, Aristotele la definisce spiegando che la sostanza è un oggetto reale o un individuo reale, soggetto ontologico di proprietà e soggetto logico di predicati. Tale soggetto sostanziale è ad esempio questo uomo, questo oggetto, ciò che Aristotele chiama «il questo qui» (in greco tòde tì), un qualcosa che ha vita propria al di là delle qualità che gli si attribuiscono. La sostanza, e dunque l’essere, è inteso ne  la metafisica di Aristotele   come unione indissolubile di materia e forma, che egli chiama «sinolo». La forma è la natura propria di una cosa, ciò che la rende ciò che è (negli esseri viventi può essere la specie a cui essi appartengono, quindi “specie umana” o “specie animale”); la materia è ciò di cui è fatta una cosa, il materiale che la compone (il ferro di cui è fatta la spada). La forma è l’elemento attivo del sinolo e la sua azione è tale da strutturare la materia (elemento passivo), la natura sostanziale della forma identifica «il questo qui» al punto di descriverne l’essenza ed è chiaro che dall’essenza derivino configurazioni materiali. La sostanza come sinolo, unione di materia e forma ci fa capire ancora meglio come essa rappresenti la struttura dell’essere, la sua forma, la sua essenza. 

SOSTANZA= FORMA attiva + MATERIA passiva [sinolo]

1. essere come accidente

L’essere come accidente è invece l’insieme della caratteristiche che un qualcosa, un «questo qui», può avere e non avere, oltre al fatto di poterle avere con intensità e gradazioni diverse. Le 9 categorie ulteriori alla sostanza sono proprio quelle che si manifestano nell’essere come accidente: la quantità; il luogo; il tempo; l’essere in una determinata situazione (giacere); l’essere o meno in relazione con qualcos’altro; fanno parte dell’accidente e della realtà che si manifesta in forma variabile alla percezione dell’uomo. Dunque, se la forma è la struttura fissa e immutabile che definisce una sostanza (un «questo qui») si distingue da essa l’accidente: esso esprime quelle caratteristiche che una sostanza (una cosa, un sinolo) può avere o non avere, senza che questo modifichi la sua essenza, il suo stato ontologico. 

4. essere come atto e potenza

Questa dimensione dell’essere affronta il tema del divenire. Aristotele assume il divenire come una realtà innegabile, seguendo quando intuito da Eraclito e allontanandosi da Parmenide, che vedeva nel cambiamento un passaggio dall’essere al non-essere.  Per Aristotele il divenire è una modalità dell’essere ed è un passaggio dalla potenza all’atto, cioè da un certo modo dell’essere a un altro modo dell’essere. Per potenza egli intende la possibilità, da parte della materia, di assumere una determinata forma; l’atto è la realizzazione di questa possibilità. La materia quindi possiede la possibilità di assumere delle forme diverse, ma solo l’atto le dà una forma necessaria, che la definisce ontologicamente come ciò che è e non può essere diversamente. La materia di per sé è pura potenza, la forma è atto, questa caratterizzazione dà all’essere due dimensioni centrali per concepire il divenire, senza contraddire la definizione della sostanza come sinolo di forma e materia. Secondo Aristotele il punto di partenza del divenire è la materia come pura potenza, privata di forma: l’essere diventa atto quando la materia acquisisce la forma. 

Tuttavia, dal punto di vista gnoseologico cronologico ed ontologico, per Aristotele l’atto precede la potenza; egli sostiene che senza conoscere l’atto non è possibile giungere all’identificazione della sua stessa potenza e che, invece, conoscendo prima la potenza, non è possibile prevedere quale sarà la forma che la materia acquisirà nell’atto. A questo aspetto gnoseologico (cioè della conoscenza), si accompagnano quello cronologico e ontologico per cui l’atto viene prima della potenza; in sostanza Aristotele ci sta dicendo che tra l’uovo e la gallina è nata prima la gallina, giacché è vero che l’uovo la precede, ma che il primissimo uovo esistito doveva necessariamente provenire da una gallina già in grado di produrlo.  La metafisica di Aristotele  dà all’atto un’importanza ontologica in quanto causa, senso e fine della potenza e ribadisce come nella filosofia prima la necessità costituisce la modalità fondamentale dell’essere e il suo principale strumento interpretativo. 

SOSTANZA= ATTO (forma) + POTENZA (materia)

2.La Metafisica di Aristotele: le cause dell’essere e la concezione di dio

La metafisica di Aristotele è anche studio delle cause e dei principi primi dei fenomeni che appaiono nella realtà e che vengono percepiti dall’uomo. Aristotele è stato il filosofo che ha affermato che la filosofia nasce dalla meraviglia, o meglio da quella parola greca ‘tsauma’ che indica terrore, sgomento di fronte all’inspiegabile e dal quale nasce l’impegno a trovare una spiegazione chiara e inequivocabile, cioè vera nel senso greco, al mondo che ci circonda. La ricerca filosofica si è fin da subito concentrata sulle cause dei fenomeni, anche dette “principio primo” dai filosofi della Ionia che ricercavano l’arché (vedi qui il tema della nascita della filosofia), ma Aristotele compie un passo ulteriore sulla strada della storia del pensiero occidentale, evitando fin da subito di ricercare una causa unica per tutto ciò che cerchiamo di spiegare. Egli individua 4 tipi di causa

  • la causa materiale: ciò di cui una cosa è fatta, la sua materia
  • la causa formale: la forma che definisce l’essenza di ogni «questo qui» (per esempio la natura razionale è la causa formale dell’essere umano)
  • la causa efficiente: ciò che dà inizio al divenire e al mutamento (come il padre è causa del figlio, un fiore è causa del frutto)
  • la causa finale: lo scopo cui ogni cosa tende, il suo fine formale, l’atto rispetto alla potenza (se il bambino è uomo in potenza la sua causa finale è l’essere uomo)

Queste 4 cause sono tutte specificazioni o articolazioni della sostanza, possiamo anzi notare che le prime due sono il ripresentarsi del sinolo di forma e materia di cui consta la sostanza, essenza dell’essere. Essa è concetto determinante ne la Metafisica di Aristotele che, in quanto dottrina dell’essere, ruota completamente intorno alla sostanza: sinolo di forma e materia; unione di atto e potenza; causa materiale e formale del «questo qui»; causa efficiente e causa finale dell’essere, cioè di tutto ciò che esiste e che consta di materia e forma, potenza e atto, possibilità di cambiamento, scopo ultimo di realizzazione. 

Questa concezione della sostanza come essenza e come causa segna ed evidenzia quel distacco da Platone che si può semplificare distinguendo tra l’attenzione rivolta al cielo e l’attenzione rivolta alla terra (vedi affresco La scuola di Atene). Ma Aristotele, pur distaccandosi da Platone, gli riconosce l’intuizione di quella che lui chiama causa formale, quell’essenza dell’essere che ne rappresenta la natura perfetta, ovvero l’idea. Tuttavia gli rimprovera di aver creato degli inutili doppioni, avendo pensato che questa forma fosse un’altra cosa (l’idea), situata addirittura in un altro luogo (l’iperuranio). Nella concezione fortemente immanentista che Aristotele ha della realtà, il principio delle cose non può che risiedere in una forma che è interna alle cose stesse e non in un qualcosa che vi è fuori. A differenza della dottrina delle idee, la metafisica di Aristotele ricerca il concetto, la verità universale inaugurata da Socrate, nei fenomeni della realtà, individuando queste verità in concetti logicamente dimostrabili e immanenti alle cose, come principi che evidenziano la struttura dei fenomeni e dell’essere. 

Nel tentativo di dare compiutezza alla sua dottrina dell’essere, Aristotele individua due concetti limite che si pongono all’inizio e alla fine della catena del divenire, come pura potenza e puro atto: essi spiegano sia l’imperfezione dell’accidente, sia il passaggio continuo della materia dalla potenza all’atto. Il primo dei due concetti è all’origine di tutte le imperfezioni della materia e del fenomeno ed è una materia prima, assolutamente indeterminata, che potenzialmente può diventare qualsiasi cosa, una potenza pura (coincidente con il concetto di materia-madre di cui parla Platone nel Timeo). Essa non è fuoco, acqua, bronzo, ferro o qualcosa di specifico, ma qualcosa che può diventare ognuna delle cose esistenti; trattandosi di una materia indeterminata, potenzialità infinita, essa è una nozione puramente teorica che di per sé non si può conoscere, perché ciò che esiste nel mondo e che l’uomo conosce è materia completamente formata. Se all’origine dei fenomeni e della materia si pone questa materia prima/pura potenza, dal lato opposto della catena del divenire ci sarà un fine assoluto, cioè una forma o un atto puro, una perfezione completamente realizzata, verso cui le cose tendono, tale causa finale è Dio. 

La metafisica di Aristotele viene ad essere dunque teoria ontologica e teologica allo stesso tempo, considerando che dall’ontologia il pensiero evolve per la necessità di un fine ultimo che possa spiegare il divenire e l’esistente. Il pensiero di Aristotele come dottrina dell’essere vuole essere compiuto ed evitare proprio quel terrore (‘tsauma’) che nasce dall’ignoto e dall’indefinito e da cui nasce la filosofia (vedi qui). Per questo Aristotele elabora due concetti che si pongono all’origine e alla fine dell’essere, evitando di lasciare aperti varchi concettuali che farebbero crollare tutta la metafisica: da un lato la materia prima pura potenza, dall’altro Dio atto puro. Oltre a teorizzarne l’esistenza, nella Metafisica Aristotele cerca di dimostrare l’esistenza di Dio con delle prove, nel farlo parte da un ragionamento che è già presente negli ultimi dialoghi platonici: se tutto ciò che è in moto è mosso da altro, quest’altro deve essere mosso a sua volta da qualcos’altro (a differenza di Democrito, Aristotele non concepisce il movimento come parte integrante della materia, ma lo pone al di fuori di essa ricercando una causa esterna). In questo processo di rimandi non è possibile procedere all’infinito e lasciare inspiegato il movimento iniziale, ci deve dunque essere per forza un principio assolutamente primo e immobile, da cui nasce il movimento. Questo «motore immobile» è Dio ed è atto senza potenza, causa finale cui ogni cosa tende, oggetto d’amore. Secondo questa visione teologica, l’universo e tutto ciò che esiste, essendo soggetto al divenire, altro non è che uno sforzo della materia verso Dio; un desiderio costante di rapportarsi alla forma perfetta; tensione e amore verso ciò di cui l’essere è mancante in quanto imperfetto. Dio, in quanto perfezione massima, avrà il genere di vita più alto ed eccellente: siccome la forma migliore dell’esistenza ( vita migliore ) è quella dell’intelligenza, alla quale l’uomo si eleva per rari periodi, Dio sarà puro intelletto che pensa alla perfezione, cioè a se stesso, per questo Dio è pensiero di pensiero.

MOTORE IMMOBILE (principio primo del movimento)
ATTO PURO (atto senza potenza)
DIO –>  FORMA INCORPOREA (forma perfetta, realizzazione massima dell’essere)
ESSERE ETERNO (mai nato e non destinato a morire)
REALTÀ PERFETTA E COMPIUTA
PENSIERO DEL PENSIERO (intelletto puro che pensa alla perfezione)

3.Gli scritti di Fisica

La Metafisica di Aristotele nasce dalla classificazione delle opere del filosofo, compiuta molto dopo la sua morte da Andronico di Rodi (vedi qui), il termine stesso ‘metafisica’ nasce per indicare gli scritti che lo studioso pone dopo gli scritti di fisica (tà metà tà fusikà). Oggetto di studio della fisica sono le sostanze in movimento percepibili dall’uomo tramite i sensi, vediamo quindi che le lezioni di Aristotele in merito alle cose della natura riguardano principalmente il movimento, lo spazio e il tempo.

L’essere in movimento è l’oggetto proprio della fisica, che diviene una vera e propria teoria del movimento, in base alla quale le sostanze fisiche vengono classificate secondo la natura del loro movimento. Aristotele individua 4 tipi di movimento:

  1. movimento sostanziale: la generazione e la corruzione
  2. movimento qualitativo: mutamento o alterazione qualitativa
  3. movimento quantitativo: aumento e diminuzione
  4. movimento locale:  4.1 movimento circolare intorno al centro del mondo (corpi celesti) ; 4.2 movimento dal centro del mondo verso l’alto (4 elementi); 4.3 movimento dall’alto verso il centro del mondo (4 elementi)

Il movimento circolare è proprio dei corpi celesti situati nei cieli, formati da una materia detta etere. I movimenti locali dal basso verso l’alto e viceversa sono propri dei 4 elementi che compongono le cose terrestri (mondo sublunare), ovvero acqua, aria, terra, fuoco. Per spiegare il movimento degli elementi Aristotele introduce la teoria dei luoghi naturali, secondo la quale ogni cosa tende a tornare verso il luogo naturale proprio dell’elemento che la caratterizza. Secondo la teoria dei luoghi naturali la terra, che è l’elemento più pesante, si trova al centro del mondo e intorno ad essa ci sono le sfere degli altri elementi, dall’acqua al fuoco passando per l’aria. Ciò che ha portato Aristotele a teorizzare una simile concezione del movimento, sono stati semplici fenomeni osservabili in natura, essi spiegano come le cose si muovono cercando di avvicinarsi al loro luogo naturale: la pietra affonda nell’acqua perché torna al luogo naturale dell’elemento di cui è fatta; una bolla d’aria nell’acqua sale in superficie avvicinandosi verso il luogo naturale dell’aria che è sopra quello dell’acqua; il fuoco fiammeggia costantemente verso l’alto riavvicinandosi al luogo naturale del suo elemento. 

L’universo fisico, che comprende i cieli e il mondo sublunare, è secondo Aristotele perfetto, unico, finito ed eterno. Esso, a differenza di tutte le cose che esistono in un luogo e sono nello spazio, non è contenuto né situato in uno spazio, poiché esso è ciò che tutto contiene. Si vede come secondo questa teoria il vuoto non esisterebbe, questo risulta in contrasto con gli studiosi che prima di Aristotele avevano a lungo studiato il movimento e la natura delle cose sulla base del movimento: le teorie degli atomisti presupponevano proprio l’esistenza del vuoto, in esso gli atomi e gli elementi si muovevano per poter generare le cose (vedi atomisti). Aristotele sostiene invece che il movimento nel vuoto non sarebbe possibile perché in esso non ci sarebbero le dimensioni dell’alto e del basso, di conseguenza un corpo non avrebbe motivo di muoversi in una qualche direzione. 

Infine il tempo viene connesso da Aristotele al concetto di divenire, poiché in un ipotetico universo di entità immutabili la dimensione del tempo non esisterebbe. Il tempo non coincide con il mutamento, ma è la misura del mutamento delle cose e siccome ogni misura ha bisogno di una mente misurante, la mente diviene la condizione imprescindibile del tempo. 




Aristotele chiude il capitolo della Scuola di Atene

Scoprire come e come mai Aristotele chiude il capitolo della scuola di Atene ci porta a concludere la lunga storia iniziata da una semplice eppure profondissima domanda: “che cos’è?” (in greco tì ésti). Socrate aveva iniziato con questa domanda la sua ricerca della verità, inaugurando la nuova concezione che vede la verità stessa come concetto universale (vedi qui). Il suo allievo Platone, partendo da questa intuizione di “concetto universale” che contiene tutti i particolari, era arrivato a concepire  l’esistenza dell’idea in un mondo ultraterreno. Aristotele, a sua volta allievo di Platone, cercherà la risposta alla domanda del tì ésti nel mondo fenomenico. Dopo di lui, la ricerca filosofica si concentrerà sul sapere da un punto di vista nuovo e verrà meno la centralità del concetto, è per questo che possiamo dire che Aristotele chiude il capitolo della scuola di Atene. In questo articolo introduttivo al pensiero di Aristotele trovi l’elenco delle sue opere, la storia della sua vita, le caratteristiche che lo accomunano a Socrate e Platone e quelle che invece lo differenziano da loro.

1. Le opere e il pensiero di Aristotele

Le opere filosofiche di Aristotele sono solitamente distinte in due grandi blocchi, ognuno corrispondente a un pubblico e a un’attività filosofica distinta. Difatti Aristotele chiude il capitolo della scuola di Atene insegnando in città così come avevano fatto Socrate e Platone, ma il suo insegnamento risulta distinto in base al pubblico al quale si rivolge:

  • l’insegnamento specialistico è rivolto agli studenti della sua scuola (il Liceo) → vi corrispondono le OPERE ESOTERICHE (o acroamatiche)
  • l’insegnamento divulgativo è rivolto a un pubblico ampio esterno alla scuola → vi corrispondono le OPERE ESSOTERICHE

La filosofia di Aristotele fu nota per molto tempo dopo la sua morte tramite le sole opere essoteriche, fino a quando nel primo secolo a.C. non vennero sistemati in opere complete e diffusi gli insegnamenti interni alla scuola. Fu Andronico di Rodi, sommo maestro del Liceo fondato da Aristotele, che più di due secoli dopo si impegnò a sistemare e rendere divulgabili i suoi insegnamenti. 

Anche guardando alle sue opere notiamo come Aristotele chiude il capitolo della scuola di Atene , egli infatti continua ad usare la formula del dialogo per la divulgazione rivolta al pubblico esterno alla scuola, nelle opere essoteriche continua a presentare il pensiero filosofico come un percorso, in cui la domanda è centrale e in cui le conclusioni giungono per gradi, grazie al dubbio e alla continua messa in discussione. In questo si conferma il legame tra i tre grandi filosofi della Scuola di Atene, uno allievo dell’altro a partire da Socrate. Di questi scritti rimangono pochi frammenti, ma sappiamo che molti dei dialoghi di Aristotele avevano gli stessi titoli di quelli di Platone, come nel caso del Sofista, del Politico, del Convito; scrisse poi delle trattazioni in forma di dialogo intitolate Dell’anima, Della retorica, Sulla filosofia.

Per quanto riguarda le opere esoteriche o acroamatiche, esse sono state divulgate dividendole in 4 macroargomenti, seguendo l’operazione originaria di Andronico di Rodi. Di seguito si elencano le principali:

  • SCRITTI DI LOGICA (complessivamente chiamati Organon): Categorie (1 libro); Sull’interpretazione (1 libro); Analitici primi (2 libri); Analitici secondi (2 libri); Topici (8 libri); Elenchi sofistici
  • Metafisica (14 libri)
  • SCRITTI DI FISICA, STORIA NATURALE, PSICOLOGIA: Lezioni di fisica (8 libri); Storia degli animali; Sull’anima; Parva naturalia.
  • SCRITTI DI ETICA, POLITICA, ECONOMIA, POETICA E RETORICA: Etica Nicomachea; Etica Eudemia; Grande etica, Politica (8 libri); Economia (2 libri); Retorica (3 libri).

In questa classificazione delle opere aristoteliche fatta nel primo secolo a.C. da Andronico di Rodi, si incontra la parola ‘metafisica’ per la prima volta nella storia della filosofia. Inventata per classificare le opere di Aristotele, la metafisica diventerà una branca della filosofia che accompagnerà il pensiero filosofico fino ai giorni nostri: essa è insieme la ricerca su ciò che esiste, su ciò che sottostà a ciò che esiste, sulle cause prime di ciò che esiste, sull’Essere perfetto che supera l’essere fenomenico (vedi qui la storia della metafisica). Andronico di Rodi trovò nei manoscritti la trattazione dei problemi universali della filosofia che riguardano la struttura comune ai diversi fenomeni, ritenne opportuno collocarla subito dopo gli scritti di fisica, classificò così l’opera chiamandola «trattazioni posteriori a quelle circa la natura», in greco tà metà tà fusikà, nacque così la parola ‘metafisica’. 

Ed è proprio la metafisica a mostrarci come Aristotele chiude il capitolo della scuola di Atene: la sua tensione verso la verità intesa come concetto mette il suo pensiero sulla linea dei suoi predecessori; tuttavia, come mostra il famoso affresco di Raffaello riportato anche in questo articolo e intitolato « La Scuola di Atene», a differenza di Platone che si rivolge ad un mondo ultraterreno, Aristotele cerca la verità nel mondo fenomenico. I due filosofi vengono rappresentati nell’atto di indicare gli oggetti del loro pensiero filosofico, centrali nella loro ricerca: se Platone si concentra sul mondo delle idee e indica con il dito il cielo, Aristotele ci mostra di stabilire che lo scopo della filosofia è la conoscenza dei fenomeni, volgendo la sua mano aperta verso il basso; inoltre, tale conoscenza diviene per Aristotele del tutto disinteressata, allontanandosi dalla centralità che avevano in Platone gli scopi politici ed educativi del sapere filosofico. 

Per comprendere il pensiero di Aristotele bisogna quindi partire da questo assunto per cui la sua filosofia sceglie di essere estremamente proiettata sui fenomeni e di ricercarne la cause prime, la metafisica è filosofia prima che contiene le definizioni generali di ciò che tutti gli enti hanno in comune, indaga la struttura e l’essenza della realtà senza fuggire dalla realtà stessa. In una delle opere di Aristotele troviamo la celebre frase in cui dice: «Sono amico di Platone, ma sono più amico della verità»; questo ci fa capire che esiste un distacco forte rispetto al passato, in cui ci si era allontanati dalla realtà fenomenica. Se Socrate aveva ricercato la verità nell’interiorità dell’uomo e Platone nel mondo delle idee dando alla realtà fenomenica un valore fallace, Aristotele vuole darle tutta la dignità che merita, indagandone a fondo le caratteristiche per trovare la verità universale, ossia quel concetto ricercato da Socrate tramite la domanda “che cos’è?” (in greco tì ésti).

Visto questo distacco nonostante il presupposto comune, possiamo dire che  Aristotele chiude il capitolo della scuola di Atene, senza dimenticare che la Scuola di Atene, ovvero Socrate, Platone e Aristotele hanno in comune questi tre assunti:

  1. La missione dell’uomo è quella di conoscere tramite la ragione.
  2. Il filosofo ricerca il concetto, ovvero una verità universale che contiene gli elementi particolari; egli organizza la realtà che percepisce riconducendola a principi primi.
  3. La mente dell’uomo è un libro, una tavola bianca sulla quale si scrivono le cose che si imparano.

2. La Vita di Aristotele

Aristotele nacque nel 384 a.C. a Stagira, una città lontana da Atene e dall’Attica, situata nella penisola calcidica. Il fatto che Aristotele non fosse ateniese ha influito sul suo modo di approcciarsi alla ricerca filosofica e anche sul distanziamento che vedremo esserci rispetto a Platone, egli non apparteneva alla classe aristocratica della città fin dalla nascita ed aveva quindi un approccio meno elitario. Aristotele fu allievo di Platone e frequentò l’Accademia per 20 anni (da quando ne aveva 19). Dopo la morte di Platone andò via dalla città e si trasferì ad Asso, dove creò una piccola comunità platonica e sposò la figlia del tiranno della città. Grazie al legame con questo tiranno, nel 342 a.C. fu scelto da Filippo II di Macedonia perché educasse il figlio Alessandro (che passerà alla storia come Alessandro Magno). Fu così che Aristotele visse a Pella per 13 anni, seguendo le vicende e primi successi di Alessandro Magno come suo consigliere, nel 335 a.C tornò però ad Atene dove fondò una scuola tutta sua: il Liceo. La scuola comprendeva un edificio, il giardino e anche una passeggiata che circondava il giardino detta peripato. In questi 10 anni di insegnamento filosofico ad Atene, Aristotele teneva delle lezioni sia le lezioni per i suoi allievi (scritti esoterici), sia dei discorsi dal contenuto filosofico rivolti al pubblico (scritti essoterici). In città era conosciuto come uomo saggio e punto di riferimento, anche se il suo legame con Alessandro Magno lo rendeva antipatico a chi malsopportava il dominio macedone. Difatti, quando Alessandro Magno morì nel 323 a.C. Aristotele dovette scappare da Atene, allo scatenarsi di una rivolta antimacedone in cui temeva di essere coinvolto. Così Aristotele fuggì nell’Eubea, dove visse gli ultimi 10 anni e dove morì nel 322 a.C. a 63 anni di età.




Platone sistema il mondo delle idee

Una volta pensato, il mondo delle idee per cui Platone gode di una fama intramontabile, sembra avere qualche problema che un pensiero filosofico coerente e intento alla ricerca della verità non può ignorare. Abituato a mettere costantemente in discussione le risposte ottenute, come il maestro Socrate gli aveva insegnato, nell’ultima fase della sua vita Platone sistema il mondo delle idee, per chiarire qual è il rapporto tra il mondo delle idee e il mondo sensibile e anche qual è la natura delle idee. I dialoghi della maturità e quindi del terzo periodo del suo pensiero [vedi Secondo Periodo e Primo periodo] sono principalmente 8, in essi Platone sistema il mondo delle idee cercando di risolvere i quesiti che la sua stessa dottrina aveva messo in essere. Questi 8 dialoghi sono quindi fondamentali per completare la conoscenza della dottrina delle idee, la cui teorizzazione cambierà il corso della storia della filosofia per sempre. I dialoghi in cui Platone sistema il mondo delle idee sono intitolati Parmenide, Teeteto, Sofista, Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Le Leggi.

1. Quali sono i problemi del mondo delle idee

Ricapitolando quanto già spiegato a proposito della dottrina delle idee vediamo che Platone aveva inizialmente pensato al rapporto tra le idee e le cose di 3 tipi: imitazione (le cose imitano le idee); partecipazione (le cose molteplici partecipano all’unità dell’idea); contenimento (le cose contengono le idee avendone gli attributi). L’interlocutore che non a caso intravede dei problemi in questo rapporto è Parmenide, il cui nome intitola uno dei dialoghi in cui Platone sistema il mondo delle idee. I problemi che emergono nel Parmenide sono sostanzialmente due e riguardano entrambi l’unità dell’idea: 

1. Se è vero che l’idea è unica e in sé perfetta e unita, come fa a contenere per partecipazione tutte le cose molteplici, senza diventare essa stessa frantumata in tante parti e dunque molteplice? 

2. Se si ha un’idea ogni volta che si considera una molteplicità di oggetti, accomunati da qualcosa che li unisce nell’idea (immaginiamo l’idea di casa che contiene tutte le caratteristiche delle case particolari), si creerà una terza idea che accomuna la molteplicità degli oggetti e insieme la loro idea. Considerando ancora questa terza idea + la precedente idea + la molteplicità degli oggetti = si avrà una quarta idea. Così, questo ragionamento può continuare potenzialmente all’infinito ed è talmente in grado di mettere in discussione la logica platonica da essere celebre come argomento del terzo uomo.

Questi problemi nascono tutti in seno alla logica parmenidea che afferma: «solo l’essere è, il non-essere non è» [vedi qui]. Risulta evidente che la dottrina delle idee, non concependo l’Essere unico a cui si richiamava Parmenide per poter affermare che «il non-essere non è», richiede una messa in discussione della logica parmenidea. Platone non è disposto a rinunciare alla molteplicità delle idee, tuttavia, stando a quanto dice Parmenide, se le idee sono tante ognuna di esse non-è l’altra e quindi diventerebbe non-essere, dunque non esisterebbe più. Impossibilitato a stare nella logica parmenidea che esclude la molteplicità delle idee, Platone sistema il mondo delle idee negando le tesi di Parmenide che egli definisce «maestro terribile e venerando». Questa negazione è nota nella storia della filosofia come “parmenicidio”, ovvero l’uccisione simbolica di Parmenide, che Platone compie inaugurando una nuova logica. 

2.Platone sistema il mondo delle idee: le idee sono molteplici, l’Essere è possibilità

Potremmo vedere nel Teeteto un dialogo di passaggio che conduce inevitabilmente al parmenicidio: affrontando in esso il tema della conoscenza, Platone dimostra che gli è impossibile rinunciare alle idee. Infatti, rimanendo nel regno della percezione delle apparenze e della soggettività umana, nel Teeteto si dimostra che non è possibile avere scienza, cioè non si ha nessuna conoscenza dimostrabile. Dal Teeteto si giunge così al Sofista, in cui Platone commette l’omicidio di Parmenide, affermando la molteplicità delle idee e dell’Essere e spiegando l’esistenza del non-essere

Il contenuto principale del dialogo Sofista è la teoria dei generi sommi, Platone intende con essi delle grandi categorie-attributo alle quali le idee partecipano, concepite come cinque forme dell’essere. Le idee, infatti, sono e la loro partecipazione a queste forme dell’essere lo dimostra. Secondo la teoria dei generi sommi, ogni idea appartiene a ognuno dei primi 3 generi sommi, mentre ha la possibilità di appartenere o al quarto o al quinto: 

  1. ESSERE: ogni idea è, quindi rientra nel genere dell’essere
  2. IDENTICO: ogni idea è identica a se stessa ma non è identica alle altre idee
  3. DIVERSO: essendo ogni idea distinta dalle altre è diversa dalle altre idee, dunque le appartiene il genere del diverso
  4. QUIETE: ogni idea ha la possibilità di stare in se stessa come identità autonoma
  5. MOVIMENTO: ogni idea, se non è in quiete, può entrare in rapporto con le altre

Grazie all’introduzione dei generi sommi Platone sistema il mondo delle idee: difatti spiega il non-essere inserendo la categoria del “diverso” e salva la molteplicità delle idee. La logica parmenidea concepiva un Essere unico e perfetto in sé concluso che coincideva con la verità, ma il mondo delle apparenze di Parmenide, stando ai frammenti in nostro possesso, non era in contatto con questo Essere, evidentemente frutto di un impeccabile procedimento logico razionale. Platone, al contrario, intende creare e mantenere un forte rapporto tra il mondo della percezione e il mondo delle idee, dando certamente più consistenza ontologica alle idee che alle cose, ma spiegando che la realtà in cui viviamo deriva dal mondo delle idee ed è compito dell’uomo elevarsi alla conoscenza dell’Essere

La ridefinizione dell’Essere rende possibile il ribaltamento della logica parmenidea e l’uccisione del maestro, tanto che nel Sofista alla teoria dei generi sommi e grazie ad essa, segue una nuova formulazione di ciò che l’Essere è: «è qualunque cosa si trovi in possesso di una qualsiasi possibilità di agire o di subire, da parte di qualche altra cosa, anche insignificante, un’azione anche minima anche solo per una sola volta» (Sofista 247c). 

In questo modo Platone afferma che non solo le idee sono molteplici, ma l’Essere stesso è molteplice, esso è possibilità e contiene tutto ciò che può entrare in relazione con qualcos’altro. Ne è prova il fatto che il nulla, essendo incapace di stare in relazione con qualcosa che esiste, non è. 

3.Con la dialettica e il demiurgo Platone sistema il mondo delle idee

La nuova definizione dell’Essere e delle idee, grazie alla teoria dei generi sommi, porta Platone a definire il procedimento logico di dimostrazione della verità grazie alla strutturazione della dialettica. Se nei dialoghi del secondo periodo la dialettica figurava come scienza delle idee, nei dialoghi della maturità Sofista e Politico troviamo la messa a punto del procedimento dialettico che conduce alla verità razionale. Giungiamo dunque alla conclusione di un lungo percorso, inaugurato da Socrate con la ricerca del concetto (il “che cos’è”tì ésti), e compiuto dal suo allievo con la messa a punto del ragionamento dialettico, basato sull’esistenza delle idee. 

L’arte dialettica parte dal presupposto della possibile comunicazione tra le idee; tuttavia non tutte le idee sono in rapporto con le altre, ma soltanto alcune sono combinabili tra loro e altre no. Pensare dialetticamente, usare cioè la scienza delle idee, significa per Platone definire un’idea mediante un processo che divide ogni idea in due possibili “sottoidee” e procede scegliendo una sola delle due possibilità; successivamente ancora viene divisa l’idea scelta in due “sottoidee” e così via. Tale ragionamento dicotomico termina nel momento in cui si giunge a un’idea indivisibile. 

Vediamo nel concreto come funziona la dialettica di Platone: una tesi di partenza viene definita nel dettaglio per poterla verificare, fino a giungere a un’idea finale che conferma la definizione di partenza, oltre a definirla. Facciamo ora un esempio di procedimento dialettico cercando di definire la filosofia partendo dalla tesi iniziale che essa è un attività.

FILOSOFIAATTIVITÀ→ MANUALE O INTELLETTUALE→ STUDIA LE IDEE O LE COSE FISICHE → LE IDEE VALORI O LE IDEE MATEMATICHE

Si vede come, partendo dalla definizione di filosofia come attività, si giunge con la dialettica a definirla come attività intellettuale rivolta a conoscere le idee valori. Ogni “sottoidea” è stata a sua volta divisa nel processo dialettico fino a quando non si è giunti a un’idea finale che definisce la tesi di partenza. [N.B. Bisogna stare sempre attenti a non confondere le idee con i concetti, soprattutto in questa fase di studio della dialettica, che potrebbe portarci a pensare che siano la stessa cosa. Platone concepisce i concetti come contenuti mentali dell’uomo, che in quanto tali devono avere una corrispondenza nella realtà, ai concetti corrispondono le idee, che godono di realtà ontologica propria, esistono come le cose, anzi più delle cose. Vedi in dottrina delle idee]

L’ultimo e fondamentale elemento che serve perché Platone sistemi il mondo delle idee è il rapporto con il mondo delle cose, che abbiamo visto essere centrale a partire dal mito della caverna. Lo sforzo di Platone, nei dialoghi del terzo periodo, è quello di dare una consistenza organica all’insieme di mondo delle idee e mondo delle cose, finora in contatto solo per mezzo dell’uomo e del suo processo di conoscenza. Per quanto la centralità dell’essere umano caratterizzi la filosofia dalla rivoluzione dei sofisti, ereditata prima da Socrate e poi da Platone, nell’ultimo periodo della sua riflessione Platone si concentra sulla realtà indipendentemente dall’uomo, tanto da pensare a una coincidenza tra i numeri e le strutture della realtà. Questo ultimo risvolto, che avvicina Platone ai pitagorici, sembra essere centrale nell’ultimissima fase del suo pensiero, nota nella storia della filosofia come periodo delle dottrine non scritte, i cui contenuti ci sono in parte tramandati da altri filosofi (ad esempio Aristotele). La connessione tra il mondo delle cose e il mondo delle idee la troviamo nel dialogo intitolato Timeo e nella narrazione del mito del Demiurgo; vediamo che, come per il percorso di conoscenza, Platone decide di introdurre il Demiurgo tramite la narrazione mitologica, di modo da rendere più intuitiva questa novità del suo pensiero. Il Demiurgo è una figura che opera a favore degli uomini per dare alla realtà materiale l’ordine e la perfezione che egli realizza guardando alle idee come modello, è un artefice dotato di intelligenza e volontà che fa da mediatore tra i due mondi. Il Demiurgo platonico non crea la realtà, ma le fornisce l’”anima del mondo” ordinandola a immagine e somiglianza delle idee; il mondo senza l’opera del Demiurgo esiste, ma è caos informe e materia priva di vita, che esiste necessariamente e liberamente senza senso. Solo l’opera del Demiurgo le fornisce senso, riordinando l’esistente secondo i 4 elementi principali già introdotti da Empedocle (terra, acqua, aria e fuoco), che sono riconducibili alle figure geometriche, a loro volta ridotte a realtà numerica. Per spiegare l’esistenza dell’imperfezione nel mondo materiale e del male, Platone teorizza che l’Artefice divino trova nella materia delle resistenze durante la plasmazione che creano le imperfezioni e i mali del mondo. L’introduzione del Demiurgo cambia sicuramente l’assetto della dottrina delle idee, dando al cosmo un senso ulteriore e chiarendo il rapporto tra il mondo delle idee e il mondo delle cose, uscito da quel dualismo che li rendeva incomunicanti. L’esistenza del Demiurgo, artefice divino dotato di intelligenza e volontà, viene presentata da Platone come ipotesi verosimile, necessaria a spiegare l’esistenza di ciò che percepiamo e conosciamo come uomini, viene narrata tramite il mito perché possa essere compresa intuitivamente e facilmente dai suoi allievi e dai suoi lettori.

4.La teoria politica dalla Repubblica alle Leggi

La nuova configurazione del mondo delle idee tramite la teoria dei generi sommi, insieme alla strutturazione secondo un ordine matematico della realtà, ha dei risvolti notevoli anche nelle teorie platoniche riguardanti la morale e la politica. Nel momento in cui Platone sistema il mondo delle idee, l’idea del Bene proposta nella Repubblica richiede delle modifiche, la sua natura era infatti simile all’Essere parmenideo in quanto idea suprema e oggettiva che rende conoscibili tutte le altre idee. Nel dialogo intitolato Filebo Platone ripropone la discussione sul Bene, interrogandosi però su che cos’è il bene per l’uomo; vedremo come da questa ridefinizione deriva anche una nuova considerazione della società giusta. Nel Filebo il bene per l’uomo è identificato nella misura: poiché la vita dell’uomo non è né propriamente animale né propriamente divina, il bene si baserà sulla giusta misura tra intelligenza e piacere. L’indagine del dialogo si sposta dunque sulla definizione di questa misura o giusto mezzo, giungendo a vedere nell’intelligenza ciò che dà limite al piacere, permettendo la realizzazione del giusto mezzo. La virtù viene a coincidere con la scienza della misura, basata sulla struttura numerica che il filosofo inserisce nella sua dottrina, ponendola alla base della realtà. Giunge in questo modo al termine il cammino iniziato da Socrate che puntava a fare della virtù una scienza, infatti Platone la definisce come scienza della misura, limite agli eccessi. Questo concetto di misura ha dei risvolti diretti anche nella teoria politica di questo terzo periodo dell’elaborazione filosofica di Platone, infatti nel dialogo Politico l’arte del reggitore dei popoli è proprio quella della misura, cioè la capacità di trovare il giusto mezzo, ovvero ciò che è opportuno o doveroso nelle azioni umane. Ma la centralità data all’essere umano nella realizzazione della comunità perfetta, che caratterizzava la Repubbica viene superata da Platone anche in campo politico. Nella Repubblica era infatti la natura dell’anima umana a stabilire a quale classe appartenesse il singolo e a strutturare la società, l’indole caratteriale e l’educazione erano garanzia del mantenimento della giustizia [vedi qui].

L’ultima opera platonica si dedica dunque al problema delle leggi, individuando in un codice ben scritto la sola garanzia alla realizzazione della giustizia in società. Il dialogo si intitola proprio Le Leggi ed è stato pubblicato dall’allievo Filippo di Opunte dopo la morte del maestro; secondo quanto scritto da Platone, il codice di leggi è in grado non solo di comandare l’uomo realizzando bene e giustizia, ma anche di educarlo convincendolo della bontà dei suoi stessi contenuti. Il fine delle leggi sarà dunque quello di promuovere nei cittadini la virtù, che continua a identificarsi con la felicità a partire dall’intuizione di Socrate. A garantire l’osservanza delle leggi Platone mette un organo chiamato «consiglio notturno», chi ne fa parte supervisiona la vita collettiva e garantisce che le leggi vengano rispettate; questo organo prende il posto dei filosofi re che nella Repubblica erano centrali, così come viene meno nell’ultima opera politica la divisione in classi sociali: ogni cittadino deve essere educato a tutte le virtù tramite le leggi. Resta comunque la strutturazione molto forte dei compiti che ognuno deve assumere in società per contribuire al suo mantenimento e l’impostazione statalista che è propria del pensiero politico di Platone. Ma così come nella Repubblica sorgeva la domanda su chi avrebbe controllato i filosofi, che avevano un potere praticamente illimitato, così per Le Leggi viene da chiedersi cosa si ponga a garanzia della loro giustezza. Per rispondere a questa esigenza Platone inserisce una religione di Stato che fa coincidere le divinità con gli astri (il sole , la luna, le stelle). L’esistenza di un ordine cosmico cui corrisponde l’ordine delle cose del mondo, garantito dall’azione del Demiurgo che ordina a modello del mondo delle idee, è alla base delle leggi e garantisce fino in fondo la realizzazione del bene e della giustizia, l’uomo dotato di sapienza religioso-filosofica sull’ordine divino del mondo e della sua struttura matematica, sarà anche colui che garantisce il rispetto delle leggi. L’ultima teorizzazione di filosofia politica di Platone è dunque il tentativo finale di portare nella tormentata realtà materiale vissuta dagli uomini l’armonia e l’ordine dei cieli. 




Il mito della caverna

Nel dialogo intitolato Repubblica, uno dei 5 dialoghi della maturità in cui Platone elabora la dottrina delle idee (vedi qui), si trova uno dei più celebri racconti della storia della filosofia, noto come mito della caverna. Giunto infatti alla trattazione filosofica della teoria della linea, che spiega come l’uomo attraversi diversi gradi di conoscenza a partire da ciò che gli appare nel mondo sensibile, per elevarsi verso la verità filosofica, Platone decide di proporre una trattazione allegorica dello stesso tema attraverso il mito della caverna, che si trova nel libro VII del dialogo. Si vedrà come questo racconto fa riferimento alle più importanti novità e teorizzazioni del pensiero platonico, riferendosi ad esse per mezzo di allegorie che analizzeremo nell’illustrazione del mito della caverna.

Proprio all’inizio del libro settimo Platone introduce il mito per approfondire il tema appena proposto dell’educazione, riservata nella sua utopia alle classi superiori dei governanti e dei guerrieri, in quanto elemento fondamentale perché facciano il bene della comunità, andando oltre il proprio interesse. La conoscenza e la politica sono strettamente connesse, a dimostrazione di come l’intento primario che ha spinto Platone a filosofeggiare, non venga mai meno nel suo percorso di teorizzazione filosofica; difatti Platone aveva fondato ad Atene l’Accademia, viaggiato in Sicilia e abbandonato l’idea della carriera politica, per realizzare la giustizia in società (vedi qui la vita di Platone). Il mito della caverna serve a Platone per esemplificare con un racconto quello che è il percorso riservato all’uomo che intraprende il cammino della conoscenza e che, tramite l’educazione, giunge a conoscere la verità

1.Gli uomini prigionieri nella caverna

Platone chiede al suo interlocutore Glaucone di immaginare una caverna sotterranea in cui gli uomini sono incatenati e costretti a guardare solo davanti a sé, ciò che compare sul fondo della caverna, «fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo». Questi uomini vedono riflesse sul muro delle ombre, esse corrispondono a delle statuette che sporgono da un muro situato alle spalle degli uomini prigionieri, tali statuette raffigurano tutti i generi di cose. Dietro il muro si muovono, senza essere visti, i portatori delle statuette, dietro i quali brilla un fuoco che rende possibile con la sua luce il proiettarsi delle immagini sul fondo. In questa situazione i prigionieri pensano che le ombre proiettate sul muro siano la sola realtà esistente.

2.Il prigioniero liberato

Platone propone di immaginare che uno dei prigionieri si liberi dalle catene, «costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce»: voltandosi egli si accorge delle statuette e capisce che esse, non le ombre, sono la realtà. Una volta libero tale prigioniero ha però l’occasione di alzarsi e proseguire le sue scoperte, andando non solo dietro il muro, ma risalendo all’apertura della caverna e uscendo dalla stessa.

3.Il mondo fuori dalla caverna

Lo schiavo liberato si ritrova abbagliato dalla luce del sole fortissima che illumina gli oggetti fuori dalla caverna, per questo li guarderà inizialmente riflessi nelle acque o illuminati dalla luce notturna degli astri. Si accorge dunque che non solo le ombre erano prive di realtà, ma le stesse statuette erano imitazioni delle cose contemplate fuori dalla caverna. Dopo un primo periodo, abituatosi alla nuova luce, l’uomo sarà in grado di contemplare le cose illuminate dal sole e di guardare il sole stesso riconoscendolo come fonte di conoscenza, esso infatti illumina le cose, altrimenti non conoscibili nella loro bellezza e perfezione.

4.Il ritorno nella caverna

Il mito della caverna si conclude inaspettatamente con il ritorno nella caverna da parte del protagonista, inizialmente liberatosi dalle catene. Nonostante egli voglia rimanere a contemplare la perfezione e la bellezza di ciò che ha scoperto fuori dalla prigione, sente il dovere di tornare indietro per liberare gli altri suoi compagni e svelargli la verità che ha scoperto. Tuttavia, tornando, si ritrova ad essere spiazzato dal buio che regna nel mondo da cui è partito, i suoi occhi sono incapaci di vedere le ombre e per questo i compagni lo deridono, non credono a ciò che prova a dimostrare e si ritrovano addirittura infastiditi dal suo tentativo di liberarli, per questo alla fine lo uccidono.

5.Spiegazione delle allegorie

Ognuna delle immagini utilizzate da Platone nel mito della caverna, trova una corrispondenza di significato nella dottrina delle idee, spieghiamo una alla volta le allegorie per comprendere come il racconto serva a Platone per esempificare la sua teoria rivoluzionaria.

  • la caverna oscura→ il mondo sensibile
  • gli schiavi incatenati→ gli uomini inconsapevoli dell’esistenza del mondo delle idee, convinti che il mondo sensibile sia tutta la realtà esistente
  • le catene→ le passioni, gli istinti, le parti meno razionali dell’anima che tengono lontano l’uomo dalla verità
  • le ombre→ ciò che appare al primo livello di conoscenza detto immaginazione (eikasia
  • le statuette→ gli oggetti del mondo sensibile conosciuti nel secondo grado detto credenza (pistis)
  • il fuoco→ il principio fisico con cui i primi filosofi spiegarono le cose (vedi qui arché)
  • la liberazione dello schiavo→ l’azione dell’educazione e della filosofia che portano conoscenza. Si vede come la liberazione nel racconto appare casuale, una cosa che succede senza preavviso, proprio perché la conoscenza cambia la nostra condizione personale, ci allontana dalle vecchie opinioni e dall’istinto che ci tiene legati ad esse.  
  • il mondo fuori dalla cavernail mondo delle idee
  • le immagini riflesse e illuminate dagli astri→ le idee matematiche oggetto del grado di conoscenza detto ragione discorsiva (dianoia
  • il sole→ l’idea del Bene che tutto rende possibile e conoscibile
  • il ritorno nella caverna→ la missione del filosofo di condividere con gli altri uomini la conoscenza della verità, tramite l’educazione
  • l’uccisione del filosofo→ il destino che viene riservato ingiustamente a chi si offre di liberare gli uomini dalle loro passioni, che li tengono incatenati alla non verità del mondo apparente. Tale destino è quello che la città di Atene aveva riservato a Socrate, il maestro di Platone processato e condannato per la sua attività di educazione verso i giovani. 

6.Conclusioni

Il mito della caverna occupa poche pagine nel dialogo intitolato Repubblica ma contiene in sostanza tutta la dottrina delle idee di Platone, mostrando quanto sia importante l’educazione e il percorso di crescita che ogni uomo è in grado di compiere, se viene liberato dalle sue catene. Tuttavia, se Socrate aveva sostenuto che ogni uomo è filosofo, vedendo in ognuno l’esistenza della verità da scovare in se stessi, Platone teorizza la divisione in classi sociali, sostenendo che la predisposizione dell’anima, a seconda della parte che predomina, rende possibile o meno il percorso di elevazione fino al mondo delle idee. Ciò che il mito della caverna dimostra, è la centralità della politica in tutto il pensiero platonico: si potrebbe pensare che la sua teoria filosofica sia principalmente incentrata sugli aspetti gnoseologici, ma tutta l’elaborazione della dottrina delle idee serve ad ottenere la realizzazione della giustizia tra gli uomini. Infatti il mito dimostra che soltanto ritornando nella caverna l’uomo avrà compiuto la sua educazione e sarà veramente filosofo. È nel mondo sensibile che c’è bisogno di filosofi governanti o governanti divenuti filosofi, consapevoli dell’esistenza del mondo delle idee, ma dediti a realizzare i valori perfetti nel mondo sensibile.




Platone elabora la dottrina delle idee

In seguito ad un primo periodo  trascorso a diffondere gli insegnamenti del maestro Socrate, Platone elabora la dottrina delle idee. Egli ha infatti bisogno di dimostrare l’infondatezza della cultura sofistica diffusasi nell’Atene del V secolo, tale da negare l’esistenza di una verità assoluta; la diffusione dell’arte retorica e della tecnica eristica, accompagnate dal relativismo e dal fenomenismo della dottrina sofistica [vedi qui], erano causa a suo avviso della degenerazione dei costumi della città. Per questo Platone decide di dedicarsi all’insegnamento della filosofia abbandonando l’idea della carriera politica [vedi la vita di Platone], e si accorge presto che per sconfiggere il relativismo dei sofisti è necessaria una teoria forte su cui basare il discorso sulla verità. Per questo Platone elabora la dottrina delle idee , una teoria che va ben oltre quanto insegnato da Socrate e per la quale Platone è oggetto di studi e interpretazioni da molti secoli; difatti, nel suo separare il mondo dell’apparenza dal mondo delle idee, creando la distinzione tra reale e ideale, Platone rivoluziona il pensiero occidentale in modo irreversibile. 

I dialoghi della maturità o del secondo periodo sono quelli in cui Platone elabora la dottrina delle idee, essi sono 5: Menone, Fedone, Fedro, Convito, Repubblica. La dottrina delle idee non è inserita in uno solo di questi dialoghi, ma emerge in diverse forme e li attraversa orizzontalmente mostrando:

  • l’esistenza del mondo delle idee
  • il rapporto tra le idee e le cose
  • la conoscenza del mondo delle cose e del mondo delle idee
  • come conosciamo le idee
  • in che modo il mondo delle idee influenza la creazione di una società giusta

1. Le idee e il mondo delle idee

La teoria delle idee nasce in Platone a partire da un elemento introdotto dal suo maestro Socrate: egli ricercava infatti la verità nel concetto, rifiutando di definire i valori umani con delle loro esemplificazioni (es.: il coraggio non si può definire con esempi di comportamenti coraggiosi). Questo concetto era ricercato a partire dalla domanda “che cos’è” (in greco tì ésti), e la sua conoscenza corrispondeva alla scienza (episteme, sophia) [vedi qui Socrate]. Da questo punto di partenza Platone elabora la dottrina delle idee in questo modo: essendo convinto che ciò che conosciamo, cioè il pensiero/concetto nella nostra mente, è riflesso di qualcosa che esiste nella realtà (vedi realismo gnoseologico), giunge a chiedersi cosa corrisponda al concetto nel mondo reale.  Molti degli interlocutori di Socrate, nei dialoghi del primo periodo, erano caduti nell’errore di rispondere citando esempi del concetto che non corrispondevano mai al concetto stesso, perché il concetto è l’universale che contiene tutte le cose particolari; ma Platone sa che non può trovare nel mondo dell’esperienza ciò che corrisponde all’universale, che definisce l’essenza delle cose. Giunge così a pensare che l’oggetto proprio della conoscenza, di cui il concetto è un riflesso in quanto pensiero dell’esistente, siano entità immutabili e perfette che esistono autonomamente dal mondo dell’esperienza, in un luogo chiamato “iperuranio” (letteralmente “al di là del cielo”): le idee. Queste idee sono ciò che il concetto conosce, di cui è riflesso, dunque esse esistono: Platone parla infatti delle idee come ousía, cioè una sostanza o realtà autonoma con caratteristiche strutturali diverse dalle cose del mondo che conosciamo con l’esperienza. 

Ricapitolando come Platone elabora la dottrina delle idee, vediamo di seguito i tre step: CONOSCENZA/SCIENZA = possesso del concetto → CONCETTO = contenuto mentale che riflette qualcosa che esiste → IDEA = ciò che corrisponde al contenuto mentale

Una volta stabilita l’esistenza delle idee, Platone si trova a dover specificare qual è il rapporto tra le idee e le cose: sintetizzando si può dire che secondo la dottrina delle idee le cose del mondo imitano la perfezione delle idee (mimesi), partecipano all’esistenza delle idee perché le idee sono l’universale che contiene tutti i particolari (metessi), e contengono le idee avendone alcuni degli attributi (parousìa). Sebbene idee e cose siano distinte e appartengano a due mondi diversi, con caratteristiche ontologiche differenti, il loro rapporto è strettissimo ed è duplice: causale e gnoseologico. Nel giudicare le cose del mondo facciamo riferimento alle idee (azione giusta in base all’idea di Giustizia), che figurano come criterio di giudizio delle cose (rapporto gnoseologico); inoltre, le cose che esistono sono a immagine delle idee perfette e astratte (la mia casa è realtà particolare a immagine dell’Idea di casa), per cui le cose non esisterebbero senza le idee (rapporto causale).

2. L’uomo e la conoscenza secondo la dottrina delle idee

Nel momento in cui Platone elabora la dottrina delle idee compie una separazione tra il mondo materiale e il mondo delle idee, che si trova oltre il cielo, tale da sconvolgere tutti gli assunti della filosofia precedente e da condizionare il pensiero occidentale per sempre. Analizzando i gradi di conoscenza che Platone teorizza rispetto alla conoscenza delle cose e alla conoscenza delle idee, si vede infatti che il mondo delle idee sembra avere una consistenza ontologica maggiore, cioè che le idee esistono di più delle cose e che la realtà in cui viviamo la nostra vita è potenzialmente un sogno, altra faccia di una vita più autentica, lontana da quello che crediamo essere la realtà. Questa idea sembra a primo achito del tutto insensata, ma studiando la filosofia ci si può accorgere della sua fondatezza, nonostante sia difficile da accettare; essa risulta inoltre di grande ispirazione per le teorie filosofiche legate alla diffusione del cristianesimo [vedi filosofia cristiana]. 

Per spiegare la conoscenza dell’uomo di questi due mondi, nel libro VI della Repubblica Platone ci propone la teoria della linea, che rappresenta la completa formulazione della sua teoria della conoscenza. Alla base di questa teoria si trova per l’appunto la sostanziale e insanabile differenza tra il mondo sensibile oggetto di opinione e il mondo intelligibile o mondo delle idee oggetto di verità. Questi due gradi di conoscenza sono articolati in ulteriori due stadi, dividendo la linea già spezzata a metà in 4 parti.

  1. OPINIONE (doxa) conoscenza del mondo sensibile

1.1 IMMAGINAZIONE (eikasia) conoscenza della manifestazione degli oggetti visibili tramite ombre, riflessi, illusioni ottiche, proiezioni.

1.2 CREDENZA (pistis) conoscenza degli oggetti veri e propri cioè le cose, gli animali, gli elementi naturali, gli altri uomini…

  1. SCIENZA (episteme) conoscenza del mondo delle idee

2.1 RAGIONE DISCORSIVA (dianoia) conoscenza delle idee matematiche e delle verità raggiunte per astrazione (la geometria e le scienze)

2.2 INTELLEZIONE (noesis) conoscenza delle idee valori, raggiunte per mezzo dell’intuizione e della filosofia

In questa teoria l’ultimo dei 4 stadi è il più alto, è la conoscenza che giunge alla verità, direttamente alle idee; difatti per quanto la ragione discorsiva astragga dal mondo sensibile, lo usa comunque come punto di partenza (il punto, la linea ecc.) per giungere a ipotesi astratte indimostrabili secondo Platone. La conoscenza raggiunta dalla filosofia è invece quella che giunge ai principi supremi: le idee del Bene, della Giustizia che hanno riscontro nei problemi dell’uomo e della città. 

Quando Platone elabora la dottrina delle idee vuole giungere alla teorizzazione di una verità assoluta e con grande originalità riesce a farlo immaginando qualcosa che sfugga completamente, stando addirittura in un altro luogo, all’imperfezione del mondo sensibile in cui tutto è dicibile e in cui il relativismo sofistico non risulta ancora sconfitto. Ma se il mondo delle idee è così lontano dal mondo sensibile per la sua diversità, resta da capire come l’uomo possa conoscerlo senza compiere alcun viaggio nell’iperuranio. Nei tre dialoghi Menone, Fedone, Fedro si trovano le argomentazioni che nell’insieme danno consistenza alla teoria della conoscenza delle idee. Il presupposto di tale teoria è nell’immortalità dell’anima, già assunta dalla credenza orfico-pitagorica della metempsicosi o trasmigrazione delle anime; sulla base di questo presupposto si può pensare che l’anima viva nel mondo delle idee prima di calarsi nel corpo che ha vita nel mondo sensibile. Una volta discesa nel mondo sensibile, l’anima conserva un ricordo sopito di ciò che ha veduto, che si risveglia via via che si fa esperienza delle cose, delle verità e dei valori cui corrispondono le idee nell’iperuranio. Per questo Platone afferma che “conoscere è ricordare”, dando alla sua gnoseologia il carattere di innatismo, sostenendo cioè che l’uomo possiede delle conoscenze connaturate all’intelletto, che non hanno bisogno di esperienza sensibile per nascere. In questo modo la maieutica di Socrate subisce una radicalizzazione metafisica, poiché ciò che viene “tirato fuori” è una verità assoluta e incontrovertibile, realmente situata nell’uomo come riflesso di idee perfette.  

A proposito dell’anima e del suo rapportarsi alle idee, Platone elabora la dottrina delle idee pensando a una forza che la conduce a conoscerele; non solo il ricordo dunque, ma anche una forza che spinge e attrae l’anima verso le idee: essa è l’amore. Nei dialoghi Convito e Fedro, si parla rispettivamente dell’oggetto di amore, individuato nella bellezza, e dell’amore come aspirazione alla bellezza che conduce alle idee. L’amore è descritto come una spinta rivolta a qualcosa che non si possiede, ma di cui si sente il bisogno, a un bene che rende felici individuato da Platone nella bellezza. Dalla bellezza del corpo nata nel mondo sensibile l’uomo passa all’amore della bellezza corporea in generale, da questa passa alla bellezza dell’anima, poi alla bellezza delle istituzioni e poi alla bellezza delle scienze. Infine, l’amore filosofico giunge al di sopra di tutto, all’Idea di Bellezza in sé che è eterna, perfetta e sempre uguale a se stessa, fonte di ogni altra bellezza. Si vede come l’idea della bellezza ha una funzione fondamentale nel fare tra mediatrice tra l’uomo e le idee: alla sua vista nel mondo delle apparenze l’uomo risponde con amore, dando avvio al processo che può condurlo fino al mondo delle idee, cui giunge evidentemente solo il filosofo. 

3.Dal mondo delle idee alla società giusta

Dei 5 dialoghi della maturità, la Repubblica rappresenta una specie di compendio in cui Platone elabora la dottrina delle idee in modo compiuto, connettendo tutti i temi fino ad ora esposti alla teorizzazione della comunità perfetta. Come abbiamo più volte specificato, l’interesse di Platone per la pratica filosofica ha profonde radici nel contesto storico politico che egli vive in prima persona, di fronte al quale egli si era convinto che “il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per sorte divina, diventati veramente filosofi” (dalla Lettera VII). Nel dialogo Repubblica la comunità perfetta prende forma e viene descritta a partire dal suo scopo: la realizzazione della giustizia. Perché la giustizia si realizzi nella teoria politica di Platone, è sufficiente che ogni uomo eserciti il proprio compito in base alla classe sociale di appartenenza; essa non è determinata dalla nascita, ma dalla propria anima. Nel dialogo viene descritta la tripartizione dell’anima e insieme ad essa vengono specificate le virtù principali dell’uomo: secondo Platone esiste nell’individuo una predisposizione personale, un’indole, per cui una parte dell’anima predomina sulle altre, questo lo porta ad appartenere a una classe piuttosto che a un’altra. 

Vediamo la tripartizione dell’anima:

PARTE RAZIONALE: quella per cui l’anima ragiona e domina gli impulsi, vi corrisponde la saggezza;  PARTE CONCUPISCIBILE: è il principio di tutti gli impulsi corporei, la virtù che permette l’equilibrio è la temperanza;  PARTE IRASCIBILE: è ausiliaria del principio razionale e si sdegna lottando per ciò che la ragione ritiene giusto, le appartiene il coraggio

Richiamandosi di nuovo all’immortalità dell’anima e alla trasmigrazione, Platone spiega la disposizione personale dell’individuo con il mito di Er alla fine del dialogo, dicendo che ogni anima sceglie tale disposizione prima di incarnarsi. Per descrivere la società giusta Platone stabilisce una corrispondenza precisa tra tipo di anima, virtù, classe sociale e compito corrispondente, ripartito come segue.

ANIMA VIRTÙ CLASSE SOCIALE
Concupiscibile→  Temperanza→  Produttori
Irascibile→  Coraggio→  Guerrieri
Razionale→  Saggezza→  Governanti

Siccome all’idea di Giustizia appartengono tutte e tre le virtù, essa si realizza quando ciascun cittadino attende al suo compito, contribuendo con la sua attività alla vita della comunità. Allo stesso modo, considerando che in ogni individuo l’anima è divisa nelle tre parti, la giustizia nell’uomo si realizza quando ognuna delle tre parti dell’anima compie la propria funzione in equilibrio con le altre. Platone crea una corrispondenza tra la giustizia della comunità e la giustizia del singolo individuo, stabilendo che solo se l’individuo è in equilibrio con se stesso sarà in comunione con la sua comunità, rispettando l’ordine delle cose e contribuendo alla giustizia. In conclusione egli afferma: la Giustizia è nell’unità dello Stato e nell’equilibrio dell’individuo. Affinché lo Stato funzioni bene e la giustizia sia realizzata, Platone suggerisce l’eliminazione della proprietà privata e la comunanza dei beni per la classe superiore;alla classe dei governanti è riservata dunque la comunanza dei beni così come l’assenza di ricchezze e di una propria famiglia, perché possa gestire la cosa pubblica al di là dei propri interessi.

In questa descrizione della società perfetta Platone concepisce una utopia di stampo aristocratico (il potere politico ai migliori), consapevole del fatto che uno Stato del genere non esiste in nessun luogo sulla terra, ma vuole che esso rappresenti un modello ideale sulla cui base migliorare gli stati esistenti. Allo stato ideale corrispondono per Platone tre possibili degenerazioni, di cui probabilmente egli ha fatto esperienza nella realtà, confermando la sua teoria per cui il mondo sensibile è una derivazione imperfetta del mondo ideale; ad ogni degenerazione della forma politica ne corrisponde una del singolo, che avviene nel momento in cui l’anima non è più in equilibrio e un aspetto predomina sugli altri.

  • Timocrazia: governo fondato sull’onore, nasce quando i governanti si appropriano di terre e di case→ uomo timocratico, ambizioso, amante del potere e diffidente verso i sapienti
  • Oligarchia: governo fondato sul censo, in cui il potere è riservato ai più ricchi→ uomo oligarchico avido di ricchezze
  • Democrazia: stato in cui tutti i cittadini sono liberi→uomo democratico che tende ad abbandonarsi ai piaceri smodati in assenza di regole. 

La più bassa di tutte le forme di governo è la tirannide, che spesso nasce dall’eccessiva libertà della democrazia; il tiranno è l’unico ad avere il potere e dovendo difendersi dall’odio dei cittadini si circonda degli uomini peggiori.

Vista l’importanza data all’equilibrio dell’individuo e al riflesso che questo ha sull’intera comunità per la realizzazione delle Giustizia, nella Repubblica Platone dedica tantissimo spazio all’educazione del singolo, che pure nella sofistica ha un ruolo decisamente centrale (vedi qui paidéia). In particolare la classe sociale cui è attribuita maggiore responsabilità nella realizzazione della comunità giusta è quella dei governanti che, non essendo sottoposti all’approvazione popolare, sono i custodi di questa stessa giustizia e responsabili del dominio di sé per evitare di perseguire il proprio tornaconto. Alla predisposizione personale di coloro che appartengono alle classi dei governanti e dei guerrieri, Platone affianca una educazione al sapere e alla virtù che rappresenta la garanzia della realizzazione della giustizia; tale educazione coincide con l’educazione alla filosofia. Per questo governanti e guerrieri avranno maestri in grado di guidarli lungo la linea della conoscenza, per elevarsi, anche grazie alla loro indole, dalla conoscenza del mondo sensibile alla verità del mondo delle idee. Come nel caso della spiegazione dell’immortalità dell’anima e dell’indole dell’individuo (mito di Er), Platone ricorre a un’esemplificazione allegorica di questo processo di accesso alla conoscenza nel celebre mito della caverna, fondamentale per comprendere, al di là delle dimostrazioni razionali, il rapporto tra la realtà delle cose e il mondo delle idee. [vedi qui il mito della caverna] 

Concludendo la trattazione dei dialoghi platonici più importanti, in cui raggiungendo la maturità del suo pensiero Platone elabora la dottrina delle idee, si vede come egli riesce nell’intento del ribaltamento totale della sofistica: l’idea è misura delle cose, la verità è misura dell’uomo viene affermato a scapito della teoria sofistica per cui l’uomo è misura delle cose, l’uomo è misura della verità. 

Nella fase successiva della sua vita e del suo pensiero Platone si occuperà di sistemare una serie di contraddizioni e domande irrisolte che egli stesso, anche grazie al lavoro svolto con gli alunni dell’Accademia, riscontra nei suoi dialoghi. Avremo così la terza e ultima fase del pensiero filosofico di Platone [vedi Platone sistema il mondo delle idee].




Platone ha una missione filosofica

LA MISSIONE FILOSOFICA DEI DIALOGHI SOCRATICI

Platone è il filosofo più studiato in 2000 anni di storia, secondo alcuni studiosi gran parte della storia della filosofia è un colossale commento a Platone. Per capire ciò che guida la sua azione e il suo pensiero propongo di notare che  Platone ha una missione filosofica: visto che Atene si trova in decadenza rispetto all’età di Pericle e che si susseguono governi ingiusti, vista l’azione dei Sofisti che smantellano la verità, vista la condanna a morte del suo maestro Socrate che egli considera il più giusto tra gli uomini, Platone ha la missione filosofica di affermare una verità razionalmente dimostrabile. 

Sentendosi in dovere di portare a compimento il lavoro iniziato dal suo maestro e bruscamente interrotto dall’inimicizia della città, in un mondo in cui tutto è vero e nulla è dimostrabile, Platone ha la missione filosofica di individuare verità certe e assolute su cui la filosofia possa basarsi per portare avanti il suo duplice scopo di costruire il mondo sociale e spiegare il mondo fisico

Platone è il primo filosofo di cui possediamo una quantità notevole di scritti; contrariamente a Socrate, che non scrisse nulla, ci ha lasciato ben 34 dialoghi dal contenuto filosofico e 13 lettere utili a ricostruire il suo pensiero. Tutto questo materiale ha evidentemente compiuto la missione filosofica di Platone, perché è stato studiato e tramandato nei secoli, ha influenzato enormemente la cultura occidentale ed è stato ripreso, smentito, ampliato, da numerosi filosofi. Tutto questo materiale riflette il percorso del pensiero platonico e viene generalmente diviso in tre parti, corrispondenti a 3 periodi del suo insegnamento e della sua vita. 

  • Il PRIMO PERIODO è quello dei primi 13 dialoghi, gli scritti giovanili o socratici, in cui la figura di Socrate, i suoi insegnamenti e la sue eredità sono centrali.
  • Il SECONDO PERIODO è quello degli scritti intermedi, della maturità. In questi scritti, tra cui si annoverano principalmente 5 dialoghi,  si trovano le maggiori teorizzazioni filosofiche di Platone, il cui pensiero va ben oltre gli insegnamenti di Socrate.
  • Il TERZO PERIODO riguarda gli scritti della vecchiaia, gli ultimi dialoghi in cui Platone è impegnato ad approfondire il suo sistema filosofico, ma soprattutto a metterlo in discussione per risolvere le criticità che contiene. 

[Ad ognuno di questi periodi del suo pensiero corrisponde nel sito un lungo articolo che spiega i dettagli in modo completo, per un totale di 3 articoli cui se ne aggiunge uno dedicato al mito della caverna]

Per comprendere cosa si intende quando diciamo che Platone ha una missione filosofica, vediamo di capire qual è il suo rapporto con Socrate, dal quale eredita 3 cose: 

  1. la ricerca tramite il dialogo e quindi progredendo per step che vengono via via messi in discussione; 
  2. l’uso della razionalità nella ricerca del concetto, quindi dell’essenza; 
  3. l’amore per la giustizia, che lo porta a ricercare costantemente la possibilità di realizzare una società in cui l’uomo possa vivere in pace e giustizia con i suoi simili. 

Considerati questi come punti di partenza e allo stesso tempo di sfondo a tutta la sua ricerca, Platone ha la missione filosofica di andare dove Socrate non era arrivato, portando a compimento le sue intuizioni.

1. La Vita di Platone

Platone nacque ad Atene nel 428 a.C., quando la guerra del Peloponneso era iniziata da tre anni; apparteneva a una famiglia aristocratica della città, dalla quale deriva la sua concezione aristocratica del potere (da concedere solo ai migliori) e dunque la sua voglia di dedicarsi alla vita politica. Quando aveva vent’anni, cominciò a frequentare Socrate e fu tra i suoi discepoli fino alla sua morte; ed è proprio la condanna a morte del suo maestro, che egli considerava il più giusto degli uomini, a convincere Platone che la filosofia fosse la sola via in grado di condurre l’uomo e la comunità verso la giustizia. In particolare troviamo tra i suoi scritti il pensiero che “il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per sorte divina, diventati veramente filosofi” (dalla Lettera VII). In questo scritto Platone racconta di come abbia cambiato idea rispetto all’aspirazione di dedicarsi alla carriera politica, capendo che la corruzione dei costumi riguardava tutte le città e dunque solo la filosofia avrebbe ristabilito la giustizia.

È così che iniziò a viaggiare cercando di realizzare il potere dei filosofi, giungendo dopo altre mete nell’Italia Meridionale, dove conobbe le comunità pitagoriche, e a Siracusa dove entrò in contatto con la famiglia del tiranno della città, Dionigi il Vecchio. Quest’ultimo, sospettando un rovesciamento del suo potere per via delle idee di Platone sui filosofi re, decise di cacciarlo vendendolo come schiavo. Venne fortunatamente riscattato da un aristocratico che ne svelò l’identità, per cui i soldi del riscatto vennero restituiti a Platone che li usò per fondare una scuola di filosofia ad Atene, l’Accademia! Egli la chiamò così perché situata nel ginnasio fondato da Accademo e la organizzò sul modello delle comunità pitagoriche.

Successivamente Platone tornò a Siracusa perché il tiranno della città era cambiato e pensava di avere migliori possibilità di influenzare il nuovo tiranno Dionigi il Giovane, tuttavia anche questa seconda missione fallì, Platone e il tiranno non trovarono mai un accordo e dunque tornò ad Atene. L’allontanarsi dalla città e dall’Accademia, per andare in Sicilia, testimoniano la passione e l’intenzione di Platone che sognava di realizzare una società giusta più di ogni altra cosa. Vedremo nei dialoghi del secondo periodo in cosa consiste questo tipo di società.Platone morì ad Atene nel 347 a.C., quando aveva 81 anni.

2. I dialoghi socratici del primo periodo

Tutti i dialoghi socratici del primo periodo sono legati alla figura di Socrate e al suo insegnamento, egli è il protagonista e l’interlocutore in ognuno. Platone ha la missione filosofica di diffondere i suoi insegnamenti, ma soprattutto di dimostrare la razionalità, la dimostrabilità e dunque la verità delle tesi sostenute dal suo maestro. La tesi centrale, che viene presentata e dimostrata dialogo dopo dialogo, è che la virtù è una scienza, un concetto, una verità universale; essa scaturisce dalla razionalità che l’uomo usa per conoscere la propria anima e per accedere all’essenza; come scienza, conoscibile e dimostrabile, tale virtù è insegnabile. L’insegnamento della virtù inteso in questo senso è molto diverso da quello dei Sofisti, che invece la considerano relativamente al contesto, in modo certamente non dimostrabile. 

  • Il primo dei dialoghi giovanili di Platone è l’Apologia di Socrate, completamente incentrato sulla difesa del suo maestro dalle accuse che gli sono state rivolte (Apologia significa “discorso a favore di”). Nel difendere Socrate, Platone illustra i capisaldi del suo pensiero e della sua pratica di vita caratterizzata dall’esame di sé e degli altri per poter accedere alla verità e alla comprensione della virtù. 
  • Nel dialogo intitolato Critone viene descritto il dilemma vissuto da Socrate durante il processo: pagare una multa, andare in esilio o accettare la condanna a morte. La scelta di bere il veleno mortale della cicuta e dare seguito alla decisione dei giudici ateniesi è presentata nel dialogo come coerenza al patto fatto con le leggi della città, con questa scelta Socrate vuole dimostrare come deve comportarsi un uomo giusto.
  • I dialoghi Eutifrone, Lachete e Carmide sono incentrati sull’unicità della virtù: rispettivamente le virtù della purezza d’animo, del coraggio e della saggezza non possono essere definite elencando esempi di comportamenti puri o comportamenti coraggiosi o comportamenti saggi. La virtù è per Socrate una sola e unico è il valore, il concetto, l’ideale che essa tende a perseguire, se le virtù fossero diverse sarebbero anche diverse i valori, i concetti, gli ideali che perseguono. Questi tre dialoghi sono aporetici non giungono cioè a una definizione per quanto la cerchino, difatti il procedere della discussione vede Socrate smentire tutte le definizioni proposte dai tre dialoganti (Eutifrone sulla purezza d’animo, Lachete sul coraggio e Carmide sulla saggezza), senza proporne una alternativa.

  • Nei dialoghi Ippia Maggiore e Liside si sostiene che il bello, l’utile, il conveniente non possono essere considerati valori indipendenti, perché ognuno di essi appartiene al più grande e universale valore del bene. Questo valore è conoscibile dall’uomo e la virtù è il comportamento che deriva dalla conoscenza del bene, che cerca di realizzarlo tramite le azioni umane. La virtù quindi corrisponde alla Scienza del bene
  • Segue poi l’Ippia Minore in cui si dice: se non fosse vero che la virtù è la conoscenza del bene, risulterebbe vero che l’uomo volutamente malvagio è migliore di quello che fa il male senza volerlo. L’assurdità di questa affermazione deriva nel dialogo dal seguente ragionamento:  l’uomo che vuole il male conosce il male, se lo conosce deve saperlo distinguere dal bene, che è il suo opposto; questo significa che l’uomo che vuole il male conosce il bene ed è dunque migliore di chi non lo conosce o non sa distinguerlo dal male. Il dialogo tra Socrate e Ippia si conclude con la tesi di Socrate che un uomo che conosce il bene non può non farlo e non essere dunque virtuoso; in conclusione c’è una delle tesi più forti del pensiero attribuito a Socrate: il male è ignoranza, il bene è conoscenza. 
  • Nel dialogo intitolato Ione si parla della poesia: i poeti sono esempio di chi conosce tante cose, essi infatti scrivono di cose diverse e in componimenti diversi, tuttavia questa loro conoscenza di tante cose non corrisponde mai con la conoscenza del concetto, dell’essenza, di ciò che sta alla base di tutte le cose che conosciamo, ciò che per Socrate è dunque il vero. La conclusione del dialogo è che i poeti non conoscono nulla veramente e che sono presi dall’ispirazione divina quando compongono.
  • Nel dialogo Protagora c’è una netta e decisa contrapposizione tra l’insegnamento di Socrate e le teorie del filosofo che dà il nome al dialogo. Essendo la virtù di cui parla Protagora un insieme di abilità acquisite tramite l’esperienza, essa non è insegnabile; infatti, secondo Socrate, solo il concetto universale, l’essenza, alla cui ricerca è orientato il pensiero filosofico che ama la verità, è insegnabile
  • Nell’Eutidemo viene presa di mira l’eristica, l’arte di battagliare a parole e di confutare qualsiasi posizione, insegnata dai Sofisti. Considerando che una simile arte è basata sul presupposto che non è possibile l’errore e che “qualsiasi cosa si dica, si dice cosa che è”, dunque vera, Socrate giunge a dimostrare che l’insegnamento sarebbe in tal caso inutile, perché non c’è nulla da apprendere. A questo punto il dialogo si trasforma in un’esaltazione della filosofia intesa come amore del sapere, dimostrando che essa è l’unica disciplina che non solo produce conoscenze, ma insegna ad utilizzarle per il vantaggio dell’uomo, cioè la sua felicità.
  • Nel Gorgia, ultimo dei dialoghi con protagonisti sofisti intenti a dialogare con Socrate, viene smentita la capacità persuasiva dell’arte retorica, tipica dei Sofisti. Socrate sostiene nel dialogo che una conoscenza riesce ad essere persuasiva solo intorno all’oggetto che conosce, ma la retorica non ha un oggetto proprio e dunque non può davvero convincere l’interlocutore, se non parlando di conoscenze non vere e non dimostrabili. In conclusione si afferma che la virtù e il conseguimento del bene sono per l’uomo fonte di felicità perché gli danno equilibrio e assenza di mancanze che provocano dolore. 
  • Nel dialogo Cratilo ci si chiede se il linguaggio abbia un’origine convenzionale, se sia cioè prodotto dall’uomo o se in alternativa abbia una connotazione naturale che lo collega direttamente alla natura delle cose. Secondo questa teoria conoscere il linguaggio corrisponde a conoscere le cose, derivando esso dalle cose per causalità diretta; invece per chi sostiene che la sua origine sia convenzionale (Sofisti e Democrito  ad esempio) esso è stabilito arbitrariamente, per essere mezzo utile a conoscere la natura delle cose. La tesi di Platone è diversa da entrambe queste due e le contiene entrambe: egli sostiene che il linguaggio è sì il frutto di una scelta dell’uomo, ma questa produzione del linguaggio non è arbitraria, bensì diretta alla conoscenza delle essenze, cioè della natura delle cose.  [Le tesi sostenute in questo dialogo, ovvero il convenzionalismo e naturalismo, sono alla base di numerosi studi e corrispondono ancora oggi al dibattito interno alla disciplina della filosofia del linguaggio.]

Considerati i dialoghi cosiddetti socratici, tramite i quali vediamo che Platone ha la missione filosofica di testimoniare e riportare gli insegnamenti di Socrate, si vedrà che il secondo periodo della sua produzione comporta un notevole sviluppo e una totale originalità, rispetto alle posizioni del maestro (vedi qui). 




Socrate inaugura la Scuola di Atene

Socrate è senza dubbio uno dei filosofi greci più famosi, seguendo la rivoluzione operata dai Sofisti, egli interrompe la ricerca dei filosofi naturalisti e inaugura la Scuola di Atene; essa, in quanto Accademia e luogo di insegnamento della filosofia verrà aperta da Platone, ma possiamo dire che Socrate inaugura la Scuola di Atene perché è il primo anello di una piccola catena che lega i tre filosofi più importanti dell’Atene classica. Socrate infatti fu maestro di Platone, che a sua volta fu maestro di Aristotele.

Socrate non scrisse nulla, per cui la ricostruzione del suo pensiero e della sua vita è il frutto di uno studio comparato delle fonti, cioè di tutti quegli artisti e quei pensatori che riportarono aneddoti su di lui e provarono a tramandarne il pensiero. Ne troviamo descrizioni principalmente nelle opere dello storico Senofonte; nell’opera Le Nuvole del commediografo Aristofane; in numerosi dialoghi di Platone, suo discepolo, e nelle opere di Aristotele. Considerando che Socrate inaugura la scuola di Atene, per ricostruire la sua filosofia si fa riferimento principalmente ai dialoghi platonici, di cui è spesso protagonista, e alle considerazioni di Aristotele; ma solo guardando tutte le fonti insieme si è stati in grado di recuperare un profilo abbastanza fedele della sua vita, della sua persona e del suo pensiero. 

Socrate nacque ad Atene nel 470 a. C. e morì nella stessa città nel 399 a. C. dopo essere stato condannato a morte dal tribunale della città. Studiò filosofia presso Anassagora e si allontanò da Atene per tre volte, dovendo combattere nell’esercito ateniese. Si tenne lontano dalla vita politica della città, era sposato con una donna di nome Santippe, dalla quale ebbe due figli. Il suo carattere era scontroso e bizarro, o almeno doveva così apparire a chi lo incontrava, perché Socrate era abituato a portare scompiglio nella città. Siccome intendeva la ricerca filosofica come un esame incessante di sé e  degli altri, affrontava ogni discorso portando l’interlocutore a dubitare delle sue certezze. Il filosofo è per Socrate colui che lotta contro il senso comune ed egli aveva preso questa lotta come una missione; per questo insegnava senza farsi pagare e non lo faceva in un luogo preciso, ma ogni volta che ne aveva l’occasione, intavolando discorsi con gli altri cittadini; è per questo che era chiamato “il tafano degli Ateniesi”, sempre intento a infastidirli con domande continue, volte a mettere in discussione le presunte certezze di ognuno e della città.   Dopo aver influenzato con i suoi insegnamenti un’intera generazione di ateniesi, Socrate fu denunciato da tre giovani democratici, particolarmente legati ai valori della rinata democrazia ateniese (che aveva subito la parentesi del regime oligarchico dei Trenta Tiranni). Le accuse che Meleto, Anito e Licone gli imputarono nel denunciarlo erano due: Socrate non riconosce gli dèi tradizionali della città e corrompe i giovani allontanandoli dai valori della cultura ateniese. Rispetto al processo, Platone e Aristofane ci restituiscono una visione molto diversa: se Platone presenta Socrate come martire della storia della filosofia, vittima di accuse ingiuste, Aristofane lo descrive come un truffatore che rivolta i figli contro i padri e pratica riti iniziatici lontani dalla religiosità classica. Si capisce come la peculiarità del carattere e dell’azione di Socrate ha attirato accuse e fraintendimenti, che lo condussero al processo. Una volta ritenuto colpevole dal tribunale, pur potendo pagare una multa o andare in esilio, scelse la condanna a morte e bevve la cicuta, un veleno mortale, mostrando fedeltà totale alle leggi della città e agli ateniesi, nonostante quelle stesse leggi lo condannassero a morire.

1. L’ironia e la maieutica arti dell’autocoscienza

La filosofia è per Socrate ricerca e dialogo sui problemi dell’uomo, questo rappresenta un punto di vicinanza con la filosofia dei Sofisti; difatti da parte di Socrate non c’è alcun interesse per le indagini legate all’origine del cosmo e alla natura, che invece avevano avviato la ricerca dei primi filosofi (vedi la ricerca dell’arché). Socrate aveva fatto suo il motto dell’oracolo di Delfi, che pure era inciso all’entrata del più importante tempio per la religione greca, dedicato ad Apollo e situato a Delfi; esso recitava Conosci te stesso (gnōthi seautón). Dunque per Socrate nell’uomo risiede la verità e l’indagine filosofica deve essere rivolta all’anima dell’uomo; nell’introdurre così il tema dell’autocoscienza Socrate inaugura la Scuola di Atene, che riserverà all’anima dell’uomo una grande attenzione. 

La premessa alla ricerca della verità nell’anima dell’uomo è il non-sapere, cioè il riconoscere che ciò che si crede di sapere può essere messo in discussione, ma anche che la conoscenza umana ha dei limiti invalicabili, per cui ci sono verità che non è in grado di affermare o dimostrare (come i Sofisti è agnostico sulle questioni cosmologiche e ontologiche). Secondo quanto raccontato dalle fonti antiche, Socrate venne indicato dall’oracolo di Delfi il più sapiente tra gli uomini e da allora egli considerò che sapiente è soltanto chi sa di non sapere, perché egli riconosceva di non sapere. 

Considerando che l’oggetto di indagine della filosofia socratica è l’uomo, il non-sapere è solo il primo passo per indagare meglio, cercare di sapere, ricercando la verità. Questo ci permette di capire come Socrate usasse due tecniche importantissime che erano l’ironia e la maieutica. La prima è intesa come arte del dissimulare, la tecnica del gioco di parole con cui Socrate giunge a mostrare alla persona che ha di fronte l’inconsistenza delle sue convinzioni; inizialmente, mostrando di non sapere, Socrate chiede al suo interlocutore di spiegargli ciò che sa, la teoria di cui si dice sapiente, in un secondo momento lo riempie di domande portandolo necessariamente a dubitare delle sue certezze. L’ironia di Socrate ha il nobile scopo di liberare la mente da convinzioni malfondate, per invogliare alla ricerca del vero. Proprio questa ricerca è legata alla tecnica della maieutica che è letteralmente l’arte di far partorire: Socrate si ritiene ostetrico delle anime, poiché aiuta l’uomo a far emergere la verità che ha dentro di sé. Si vede come egli rimane coerente con la sua affermazione di non sapere: non pretende infatti di insegnare una verità che conosce e sente di padroneggiare, ma spinge l’uomo a conquistare la verità intraprendendo un percorso personale di autocoscienza. La sua funzione di maestro è quella di guidare un percorso di autoeducazione, che deve necessariamente passare da un iniziale dubbio, riconoscimento di false verità per potersi mettere alla ricerca di verità più fondate grazie al proprio intelletto.

2. Ricerca dell’Essenza: la verità come concetto inaugura la scuola di atene

La caratteristica più importante del pensiero socratico, che fa emergere come Socrate inaugura la Scuola di Atene, è che la verità viene intesa come concetto universale. Stando alle testimonianze di Platone e Aristotele, l’indagine socratica prendeva sempre la forma di un dialogo, un botta e risposta fatto di domande brevi e precise (brachilogie) che puntavano alla definizione del “che cos’è” (in greco tì ésti); ogni indagine filosofica dunque partiva dalla domanda “che cos’è?”. Per capire meglio prendiamo l’esempio della definizione della virtù: Socrate chiede al suo interlocutore, perché glielo insegni, “che cos’è la virtù?”, l’interlocutore propone delle definizioni quali “la virtù è partecipazione alla vita della città” o “virtù è rispettare le leggi”. A questo punto Socrate mostra come queste risposte siano sì validi esempi di comportamenti virtuosi, ma non definiscono la virtù.

Ciò a cui vuole giungere l’indagine filosofica è il concetto di virtù, che sia in grado di definirla in quanto tale andando oltre l’apparenza, cioè i comportamenti virtuosi. Nel chiedere “che cos’è la virtù?” ci si chiede dunque “qual è l’essenza della virtù?”. Questo aspetto è fondamentale per sostenere che Socrate inaugura la Scuola di Atene, ma bisogna evitare di attribuire a Socrate pensieri e teorie che sono state proprie di Platone e di Aristotele e non riconducibili a lui.

Se la ricerca dell’essenza, la necessità di una definizione, introducono alla Teoria delle idee che svilupperà poi Platone, l’indagine socratica non giunge mai alla definizione che cerca: tutti i dialoghi platonici che riportano i botta e risposta e la ricerca della definizione universale, infatti, non giungono mai a una risposta da parte di Socrate. In secondo luogo, se Aristotele fa bene ad attribuire a Socrate l’inaugurazione del metodo induttivo (ragionamento che dal particolare giunge all’universale) e la scoperta del concetto, ovvero l’universale, Socrate non ha mai inteso la definizione come una forma di sapere assoluto, capace di rispecchiare entità metafisiche.

Trattando questi aspetti del pensiero socratico è utile individuare nella sua figura non solo una svolta nel pensiero classico occidentale, considerando che a partire dai suoi spunti la Scuola di Atene svilupperà delle teorie destinate a non morire mai, ma anche un anello di congiunzione tra ciò che lo precede e ciò che lo segue. Socrate, infatti, mostra di avere dei punti di contatto sia con i Sofisti che con Platone e Aristotele. Come abbiamo visto, condividendo con Protagora la vita dell’Atene democratica, porta avanti la rivoluzione filosofica che aveva messo al centro l’uomo abbandonando la ricerca dell’arché; inoltre, come i Sofisti, riconosce i limiti della conoscenza umana, non pronunciandosi su verità universali e riconoscendo di non sapere. Tuttavia, la necessità di accedere a una definizione concettuale mostra una tensione verso il Vero che vuole evidentemente allontanarsi dal relativismo concettuale estremo, cui la sofistica era giunta a partire dallo scetticismo e dall’agnosticismo dei primi sofisti. 

3. Il Bene è dentro ogni uomo: la morale nel pensiero socratico

Nel pensiero greco la virtù è un valore fondamentale, se ne trova infatti traccia nei poemi omerici, nelle tragedie, nelle commedie e nel pensiero di tutti i filosofi. Questo concetto greco di virtù indica il modo migliore di comportarsi nella vita, la maniera ottimale di essere uomo, cui ognuno tende cercando l’aiuto degli dèi. Tuttavia, prima della rivoluzione compiuta dai Sofisti, la virtù veniva considerata come qualcosa di dato, un dono garantito dalla nascita o dagli dèi. Il nuovo concetto di cultura intesa come paidéia (vedi Sofisti), cioè formazione globale dell’individuo, inaugura l’idea che virtuosi non si nasce, ma si diventa. Socrate è completamente d’accordo con questo orizzonte concettuale e sostiene che la virtù è una faticosa conquista. 

Seguendo il metodo della maieutica e del ragionamento induttivo si giunge a considerare ciò che è giusto e ciò che è bene, dunque ogni uomo può conoscere razionalmente il bene dentro di sé. La virtù è intesa da Socrate come conoscenza del bene, sapere razionale al quale ogni uomo ha accesso attraverso l’intelletto: per conoscerla è necessario analizzare la propria anima, riflettere costantemente sull’esistenza, magari affidarsi a un maestro che possa guidarci nel cammino di autocoscienza ed autoeducazione. Coincidendo questo percorso con la filosofia, Socrate sostiene che ogni uomo è filosofo.  

Questa posizione viene definita intellettualismo socratico, volendo intendere con questa espressione che la morale di Socrate coincide con il sapere razionale, tanto da sostenere che chi conosce il bene non può non farlo. Il filosofare, inteso come l’uso della ragione per conoscere se stessi e la verità, diviene così la missione dell’uomo, ciò che lo rende veramente tale e che potenzia la sua esistenza rendendolo realizzato e quindi felice. L’ultimo aspetto di questa dimensione interiore scandagliata dalla filosofia di Socrate, che rimarrà centrale in Platone e Aristotele come analisi del funzionamento dell’anima, è la presenza di un Demone che Socrate dice di avere dentro di sé. Questa figura, assimilabile a una presenza divina o altrimenti alla voce della coscienza, è la guida verso il bene che lo consiglia di volta in volta e lo rende sicuro delle sue scelte. Infatti, per Socrate le molteplici virtù altro non sono che espressioni di un unico bene universale, del quale questo Demone è una specie di custode. Da questa concezione Platone partirà per sviluppare la sua Teoria delle Idee e poi Aristotele da essa progredirà ancora: nell’essere anello di congiunzione tra il passato e il futuro, Socrate inaugura la Scuola di Atene.




I Sofisti compiono una rivoluzione filosofica

I filosofi che vanno sotto il nome di Sofisti compiono una rivoluzione filosofica che rappresenta insieme una svolta e una breve parentesi nella storia della filosofia greca. Nel V secolo con il termine ‘sofisti’ si fa riferimento a un nuovo gruppo di uomini sapienti (sophistés) che insegnavano e diffondevano cultura ricevendo un compenso. Questo li rende molto diversi da chi in precedenza insegnava e apriva delle scuole filosofiche senza chiedere denaro (vedi ad esempio i pitagorici). Oltre a introdurre questa novità, che a quei tempi fu molto criticata dai filosofi di Atene Socrate, Platone e Aristotele, i Sofisti compiono una rivoluzione filosofica spostando la loro attenzione dalla natura all’uomo. Abbandonando la ricerca dell’arché, nella quale individuano diverse contraddizioni, i Sofisti compiono una rivoluzione filosofica e si concentrano sulla politica, l’educazione, la religione, ovvero tutti gli ambiti in cui l’uomo agisce ed è in grado di portare cambiamento. 

La rivoluzione filosofica che compiono i sofisti cambia anche il senso che si dà all’essere sapiente e alla sapienza che loro insegnano: essa consiste nell’essere adatto a vivere in società, abile nella partecipazione, virtuoso rispetto alla comunità; questa sapienza non pretende di avere accesso a una verità universale e si concentra sull’abilità umana del vivere in società. Tale rivoluzione filosofica nasce da una serie di fattori politici e storici che ne hanno senza dubbio influenzato i caratteri, vediamo quali sono:

  1. l’affermarsi della democrazia ad Atene e la partecipazione alla vita pubblica e alle decisioni di un numero sempre maggiore di persone;
  2. l’importanza del saper parlare in pubblico per esprimere la propria opinione e partecipare alla democrazia, da cui nasce l’insegnamento della retorica (significato qui);
  3. la centralità che in quel periodo si dava alla virtù e all’uomo virtuoso: essa non dipendeva più dal fatto di essere nato in una famiglia aristocratica, ma dall’azione virtuosa dimostrata in società, sia come contributo alla cosa comune/pubblica, sia come comportamento verso gli altri nelle relazioni interpersonali;
  4. l’ampliarsi degli scambi commerciali per le città della Grecia, che comporta un contatto con civiltà nuove, portatrici di differenti visioni del mondo, abitudini, valori e credenze. 

I sofisti si concentrano dunque su una verità debole, non assoluta e non universale, e compiono così la rivoluzione filosofica che sposta il concetto di cultura (paidéia) dalle conoscenze specialistiche alla formazione globale dell’individuo. Fare cultura significa per loro educare il singolo alla virtù e non insegnare saperi specialistici; questo considerare la virtù e la verità in funzione del contesto e dando centralità alla percezione dell’uomo, senza pretendere che acceda all’universalità del sapere, li porterà ad essere molto criticati. I filosofi che vissero ad Atene di lì a poco o nello stesso periodo dei sofisti principali (Socrate, Platone, Aristotele) si concentrarono sul razionalismo e sul tentativo di dimostrare la Verità mediante ragione, per questo considerarono i Sofisti falsi sapienti, interessati al successo e ai soldi più che alla verità. 

Vista la fama che la sofistica ha acquisito nel tempo, va specificato che a seguito dei primi sofisti, di cui ci si occupa qui di seguito, la sofistica nel 4° secolo si concentrò sull’insegnamento e sulla pratica dell’eristica, ossia l’arte del vincere nelle discussioni, snaturando i capisaldi del pensiero sofistico più proprio. 

1. Protagora di Abdera e l’umanismo della sofistica

Il primo e più importante esponente della sofistica fu Protagora, nato nel 490 a.C. ad Abdera in Tracia (come Democrito), viaggiò molto in tutta la Grecia dove divenne famoso. Nei suoi viaggi si trovò spesso ad Atene, che era nel periodo d’oro della democrazia; Protagora fu amico di Pericle, uno dei politici più importanti della democrazia ateniese. Fu allontanato dalla stessa Atene per le sue posizioni agnostiche (consulta significato qui) in campo religioso: Protagora pensava infatti che l’uomo non ha strumenti conoscitivi adatti ad affermare o negare l’esistenza di Dio, non può dunque sapere se esiste o no. 

Le opere che furono scritte sicuramente da Protagora sono due: Ragionamenti demolitori (anche titolati Sulla Verità) e Antilogie. Come si vede dai titoli di queste opere la pratica filosofica di Protagora era caratterizzata discorsi volutamente contraddittori, volti a dimostrare l’insensatezza di tutti quei ragionamenti che pretendono di andare oltre le capacità conoscitive umane. 

L’idea centrale nel pensiero di Protagora, in cui si vede come i Sofisti compiono una rivoluzione filosofica spostandosi dalla natura all’uomo, è espressa nel seguente principio attribuito a Protagora stesso:

L’uomo è misura di tutte le cose,

delle cose che sono in quanto sono, delle cose che non sono in quanto non sono”.

Questo frammento è tutto ciò che abbiamo per tentare di comprendere il pensiero di Protagora e per questo le interpretazioni sono davvero moltissime, ma dovendo comprendere l’umanismo della sofistica torna utile individuare in questa frase dei concetti di fondo. Scomponendolo li troviamo come segue:

  • “L’uomo è misura” → l’individuo è il presupposto della realtà e della conoscenza, ciò che egli percepisce e conosce esiste per suo tramite. Senza un uomo che percepisca la realtà nessun uomo è in grado di concepire nulla. (Prova a pensa a una qualsiasi cosa, una palla ad esempio, senza che venga pensata o toccata o vista da nessuno…ci riesci?) 

Si può intendere con “uomo” 

  1. il singolo individuo che conosce singole cose 
  2. la natura umana in generale e dunque tutti gli uomini e la loro possibilità di percepire la realtà 
  3. la cultura a cui gli uomini appartengono considerando che le credenze e le verità di ogni civiltà influenzano il modo di si considera la realtà e la verità. 

Questo pensiero è una forma di UMANISMO, quella concezione filosofica che considera l’uomo al centro di ogni possibile verità. 

  • “di tutte le cose” → qualunque cosa oggetto di conoscenza da parte dell’uomo viene conosciuta tramite il filtro percettivo e conoscitivo dell’uomo.

Si può intendere con “cose”

  1. la realtà materiale che percepiamo con i sensi: oggetti, ambienti. 
  2. le idee e i valori a cui l’uomo dà un connotato di verità.

Il pensiero protagoreo ha anche il carattere del FENOMENISMO,   dal momento che dà importanza solo alla realtà che appare all’uomo, escludendo la possibilità di accedere a una realtà che va oltre il fenomeno percepito. Da ultimo, si riscontra in questo pensiero una forma di RELATIVISMO CONOSCITIVO E MORALE che esclude una verità assoluta (sciolta dai diversi punti di vista) e aggancia ogni verità al contesto in cui viene considerata da qualcuno; si tratta dunque di una verità relativa.

È evidente che la rivoluzione filosofica che compiono i Sofisti risulta quasi sconvolgente se si pensa alla tensione verso la verità assoluta e sganciata dalle apparenze cercata dagli altri filosofi prima e dopo di loro. Il relativismo che emerge dal frammento di Protagora sembra non lasciare spazio a nessuna verità condivisibile, se è vero che quella affermata da ogni singolo uomo è ugualmente valida. Allo stesso tempo si nota in questo tipo di pensiero una forma di umiltà che, per quanto sembri arrendersi alla sconfitta del nulla (vedi origini filosofia occidentale), fa in modo che l’uomo (inteso sia come singolo che come civiltà/cultura) viva serenamente i suoi limiti accettandoli e che sia maggiormente in grado di convivere con concezioni diverse dalla propria.

In Protagora troviamo inoltre un principio di scelta che non lascia al relativismo la totale preponderanza, esso è strettamente legato all’educazione alla virtù che era fondamentale per la prima sofistica (vedi sopra punto 3) e che puntava alla formazione dell’individuo come buon cittadino. Lo strumento per stabilire quale posizione/opinione/verità relativa sia maggiormente valida è per Protagora il criterio di utilità personale e pubblica: vero è ciò che si è dimostrato storicamente utile all’individuo, alla comunità e alla specie. Questo dà al relativismo dei grossi limiti, perché non legittima ogni tipo di pensiero, ma sottolinea la responsabilità tutta umana che l’individuo ha verso se stesso e verso la società. 

2. Gorgia di Lentini e la concezione tragica della realtà

Insieme a Protagora, si annovera tra i Sofisti più influenti Gorgia, nato intorno al 485 a.C. in Sicilia, morto in Tessaglia ultra centenario. Fu discepolo di Empedocle; visse in molte città della Grecia, tra cui Atene. Le opere scritte sicuramente da Gorgia sono Sul non essere o sulla natura e L’encomio di Elena; queste due opere contengono i due principali fulcri del pensiero di Gorgia.  

La prima delle due opere citate contiene le tre tesi fondamentali di Gorgia, strettamente collegate e volte a dimostrare il non-Essere (del tutto in contrasto con il pensiero di Parmenide). 

Le 3 tesi di Gorgia sono le seguenti:

  1. Nulla c’è 
  2. Se anche qualcosa c’è, non è conoscibile dall’uomo
  3. Se anche è conoscibile, non è comunicabile agli altri

Il ragionamento attraverso il quale il filosofo dimostra la prima tesi, quella fondamentale, è abbastanza macchinoso, ma ripercorribile attraverso dei passaggi precisi:

  • Ipotizzando che qualcosa esista, esso sarà o —> essere; o —> non-essere; o —> insieme di essere e non-essere.
  • Il non-essere non è. L’Essere, per poter essere concepito esistente o —> è eterno; o —> è generato; o —> eterno e generato insieme.
  • Ipotizzando che sia ETERNO: se è eterno non ha principio —> se non ha principio è infinito —> se è infinito non sta in nessun luogo finito —> se non è in nessun luogo non esiste. 
  • Ipotizzando che sia GENERATO: non può nascere dall’Essere che già è e dovrebbe risultare a sua volta generato da qualcosa; non può nascere dal non-essere perché il non essere non è. 

Con questo percorso di pensiero Gorgia non intende negare il mondo che ci sta davanti, ma è probabile che intenda negare la pensabilità logica dell’Essere universalmente vero, come aveva cercato di fare Parmenide. In questo si vede come Gorgia sia tra i Sofisti che compiono la rivoluzione filosofica. La seconda delle due tesi ugualmente afferma i limiti della conoscenza umana e ribadisce che la conoscenza della realtà da parte dell’uomo non riesce a rispecchiarla in modo oggettivo, come se la fotografasse. Da ultimo, la terza tesi afferma i limiti del linguaggio, il mezzo attraverso il quale l’uomo si esprime, ma che non è in grado di riprodurre la realtà così com’è. 

La seconda opera filosofica attribuita a Gorgia è l’Encomio di Elena, essa contiene un’altro aspetto fondamentale del suo pensiero che è la concezione tragica del reale, tale da privare l’uomo della possibilità di agire per modificarlo. Nel difendere Elena, la donna a cui si attribuisce la responsabilità della guerra di Troia, Gorgia sostiene che risulta senza colpa, perché la sua azione e la fuga con Paride sono frutto o del caso o della volontà degli dei. Nel dire che Elena non è stata libera di scegliere, Gorgia sembra sostenere che gli individui siano sempre in preda a qualcosa che li supera e li tiene in pugno, incapaci di agire per modificare tali forze, privi di libertà. Questa visione è comune a quella dei tragediografi greci dei quali Gorgia studiò e commentò le più importanti opere. 

Il messaggio di Gorgia sembra essere privo di quell’ancoraggio alla verità, che almeno Protagora aveva dato nel riferirsi all’utile come criterio di scelta (vedi sopra). Infatti, stando alle tesi di Gorgia, non solo la conoscenza umana ha dei grossi limiti e con essa anche l’azione dell’uomo e la sua libertà, ma non c’è un risvolto positivo che accompagna la consapevolezza di tutti questi limiti, non c’è la centralità che Protagora dà alla dimensione politica e alla cultura (Paidéia) e dunque all’uomo virtuoso. Il messaggio antimetafisico di Gorgia, che è proprio dei Sofisti che compiono la rivoluzione filosofica, lascia totale spazio allo scetticismo e all’agnosticismo.




Le molteplici origini dell’Essere: Empedocle, Anassagora e Democrito

Tra gli ultimi filosofi presocratici si è soliti annoverare Empedocle, Anassagora e Democrito, accomunati dal fatto di indicare le molteplici origini dell’Essere. Aristotele dirà in seguito che il loro intento era quello di conciliare la teoria del divenire di Eraclito (Eraclitismo) con la teoria dell’Essere di Parmenide (Eleatismo). Effettivamente, un tratto comune alle teorie di questi tre filosofi è l’individuazione di molteplici origini dell’essere (non un unico principio) in elementi eterni, che pure sono soggetti al divenire o partecipano ad esso. 

1. Empedocle e le radici

Empedocle nacque nel 492 a.C e visse ad Agrigento fino al 420 a.C. circa. Fu un uomo importante per la sua comunità, dedito alla politica e alla pratica medica, taumaturgica e alla scienza. Come Parmenide espose in versi le sue dottrine filosofiche, in due opere di cui possediamo moltissimi frammenti, esse si intitolano Sulla natura e Purificazioni.

Secondo Empedocle, ci sono molteplici origini dell’essere e di tutte le cose esistenti (l’Essere, ovvero ciò che è), esse sono 4 radici, che verranno poi chiamate da Platone “elementi”: fuoco, acqua, terra, aria. L’essere è eterno, non nasce e non muore, ma le radici si compongono e scompongono continuamente dando vita al divenire che di cui l’uomo fa esperienza.

  • ESSERE → 4 radici eterne e immutabili
  • DIVENIRE→ il combinarsi (nascita) e il dissolversi (morte) delle 4 radici 

Le due forze cosmiche che stabiliscono l’unione e la dissoluzione delle 4 molteplici origini dell’essere sono l’Amore e l’Odio

Empedocle individua nella storia dell’Essere 4 diverse fasi che si ripetono ciclicamente, dominate dalle due forze cosmiche. Nelle due fasi in cui c’è il completo dominio dell’Amore (tutti gli elementi sono unificati in completa armonia) e il completo dominio dell’Odio (regno del caos), non c’è vita. Quando l’Odio dissolve il tutto uniforme dell’armonia originaria, si attraversa una fase intermedia in cui le due forze coesistono, fino a sfociare nel regno del caos, da cui si esce quando l’Amore inizia a riconciliare gli elementi all’origine dell’Essere. La vita è possibile sono nelle due fasi intermedie, in cui le 4 radici origini dell’essere sono soggetti al divenire per via della guerra tra le due forze cosmiche [confronta con polemos in Eraclito ] .

La conoscenza da parte dell’uomo è garantita dal fatto che egli ha in comune le radici con ciò che conosce. Siccome l’uomo è fatto di acqua, terra, fuoco e aria tanto quanto le cose che conosce, il principio della conoscenza per Empedocle è che il simile si conosce con il simile. Non c’è nessuna distinzione tra conoscenza dei sensi e conoscenza dell’intelletto: l’uomo conosce quando incontra fuori di sé ciò che ha dentro di sé. 

2. Anassagora e i semi

Anassagora di Clazomene, nato tra il 500 e il 496 a.C., fu il primo filosofo a vivere e insegnare nella città di Atene, che a quel tempo era governata da Pericle (per approfondimento vedi qui), è stato quindi lui a introdurre la filosofia nella città in cui vivranno i maggiori filosofi della filosofia antica. Anassagora scrisse un’opera intitolata Sulla Natura di cui restano pochi frammenti. 

Secondo Anassagora l’Essere è eterno, non muore e non nasce (vedi Parmenide e eleatismo), ma è parte del divenire (vedi Eraclito e eraclitismo)  perché si unisce e si separa in un processo costante. Le molteplici origini dell’Essere sono secondo Anassagora i semi.

  • ESSERE → semi: particelle piccolissime e invisibili di materia
  • DIVENIRE→ il riunirsi (nascita) e il separarsi (morte) dei semi

La forza che fa muovere e ordina i semi, per Anassagora è un’Intelligenza divina (in greco Noûs) che all’origine del mondo ha messo in ordine i semi confusi, unendoli per creare gli elementi. 

[ N.B. Anassagora è stato il primo filosofo occidentale a parlare di un’Intelligenza ordinatrice, una Mente che determina le cose del mondo. Resta vero che anche nella sua filosofia, così come nel pensiero di tutti i filosofi presocratici, non c’è una distinzione tra il mondo materiale e un mondo divino superiore ed astratto, non c’è quindi distinzione tra spirito e materia.]

Le cose del mondo, compreso il corpo umano, sono composte da questi semi che l’intelligenza ordinatrice ha raggruppato per similitudine, anche se nel mondo rimane un mescolamento tra i semi; ad esempio l’oro è costituito da semi di oro, ma anche da semi di tutte le altre sostanze presenti in minima parte. In questo modo è possibile spiegare le parole di Anassagora che dice “tutte le cose sono insieme” e “tutte le cose sono in ogni cosa”. 

Le caratteristiche dei semi, che furono successivamente chiamati da Aristotele omeomerie, sono l’essere infinitamente divisibili e infinitamente moltiplicabili. Non esiste secondo Anassagora una grandezza massima o una grandezza minima essendo il piccolo e il grande concetti relativi. 

La conoscenza da parte dell’uomo non avviene per similitudine ma per contrasto: la sensazione è prodotta sui sensi dal dissimile, quindi conosciamo il freddo con il caldo e il dolce con l’amaro. Infatti, solo l’assenza di una qualità determinata consente all’uomo di coglierla quando si presenta nelle cose.

3. Democrito e gli atomi

Democrito nacque ad Abdera intorno al 460 a.C., nella regione a nord-est della Grecia chiamata Tracia, viene annoverato tra i presocratici (i filosofi vissuti prima di Socrate), ma cronologicamente fu contemporaneo di Socrate e di Platone, anche perché Democrito visse molto a lungo. Democrito viaggiò molto, si tramanda che arrivò fino in India. Tra i “presocratici” è uno dei più famosi perché la sua teoria è molto in linea con le scoperte che la scienza ha fatto molti secoli dopo di lui, viene anche citato da Dante nel V canto dell’Inferno come il filosofo “che il mondo a caso pone”.

Nella dottrina di Democrito c’è ancora la compresenza tra l’eleatismo di Parmenide e la teoria di Eraclito: secondo il suo pensiero le molteplici origini dell’essere sono gli atomi, il cui movimento fa sì che si uniscano e si separino componendo i mondi esistenti.  

  • ESSERE → atomi: eterni e immutabili, indivisibili, infiniti, qualitativamente identici, quantitativamente diversi per forma e grandezza. L’essere è il pieno, il non-essere è il vuoto. Il Nulla non esiste. 
  • DIVENIRE→ il riunirsi e il separarsi degli atomi avviene grazie al movimento degli atomi, tale movimento è una proprietà strutturale degli atomi.

Tutto ciò che esiste per Democrito è composto dall’insieme di atomi che, muovendosi nel vuoto in tutte le direzioni, si aggregano dando origine a ciò che esiste (l’Essere). Aristotele paragonerà gli atomi alle lettere dell’alfabeto, identiche per qualità, ma diverse per forma, dalla cui unione si generano parole differenti (R+A= RA ; R+A=AR etc.). 

Ci sono tre importanti aspetti che emergono da questa teoria che riguarda le molteplici origini dell’essere:

  • Secondo Democrito la materia è il principio di spiegazione della realtà, egli infatti esclude che gli atomi si possano dividere fino al dissolvimento della materia, inoltre dà agli atomi tutte le proprietà necessarie a spiegare la realtà, compreso il movimento. Queste caratteristiche fanno sì che la dottrina di Democrito possa essere inserita nel materialismo
  • Connesso al materialismo è il  meccanicismo, difatti Democrito spiega la realtà facendo riferimento solo alle cause e non allo scopo che l’esistenza delle cose potrebbe avere.
  • Ultima caratteristica, legata alle precedenti, è l’ateismo: Democrito esclude che all’origine delle cose, degli atomi, del movimento da cui tutto ha origine per composizione degli atomi, ci sia un’Intelligenza divina o una causa esterna. Egli esclude inoltre un momento precedente all’esistenza della materia, che presupporrebbe una causa creatrice; nella dottrina di Democrito la materia è eterna, c’è sempre stata.

Si può notare che la teoria di Democrito coincide con la formulazione della Legge della conservazione della massa, che è stata elaborata più di 1000 anni dopo: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. 

Secondo Democrito la conoscenza dell’uomo è di due tipi: una conoscenza genuina razionale e una oscura sensoriale, i sensi conoscono la superficie delle cose e l’intelletto riesce a cogliere l’essere vero del mondo. Senza la constatazione delle cose che avviene attraverso i sensi però, l’intelletto non può elaborare i dati e giungere alla conoscenza degli atomi, del vuoto e del loro movimento. Per Democrito dunque c’è una correlazione tra i due tipi di conoscenza che sono fondamentali l’uno per l’altro (a differenza di Parmenide per cui l’opinione è conoscenza dell’apparenza lontana dalla verità). 

La sensazione è prodotta nell’anima dagli “effluvi di atomi”, ovvero dall’emanazione generata dalle cose; dall’incontro di questi effluvi con l’anima dell’uomo si ha la percezione delle proprietà qualitative che non appartengono propriamente alle cose. Ad esempio la percezione del dolce non significa che la dolcezza sia una proprietà della cosa che la genera, ma che il dolce esiste come sensazione generata dagli effluvi a contatto con gli organi percettivi. Attraverso l’intellezione invece giungiamo a conoscere le proprietà quantitative delle cose (la forma, il numero, il movimento), che appartengono effettivamente ad esse indipendentemente dai sensi dell’uomo.

Il pensiero di Democrito comprende la teorizzazione di una morale, anch’essa caratterizzata dal razionalismo: la ragione è la guida per il comportamento dell’uomo che punta alla felicità, egli è felice nel momento in cui riesce a raggiungere equilibrio e posatezza, senza inseguire beni inutili come la gloria e le ricchezze; la felicità è l’emozione provata nel fare il proprio dovere, nel rispettare se stessi e gli altri e nel non eccedere in nulla.

 4. ricapitolazione

Empedocle Anassagora Democrito
ESSERE →  4 radici i semi gli atomi
DIVENIRE→  unione e dissoluzione tramite Amore e Odio unione e dissoluzione tramite Intelligenza Divina (Noûs) unione e dissoluzione tramite movimento, proprietà degli atomi
CONOSCENZA→  Per similitudine Per contrasto Tramite i sensi e l’elaborazione fatta dall’intelletto




Parmenide e l’eleatismo

Parmenide visse ad Elea tra il 550 e il 450 a. C. . Elea era una colonia greca situata nel sud Italia, sulle coste tirreniche dell’odierna Campania [qui dettagli e cartina] e ad essa ci si richiama per parlare di Parmenide e l’eleatismo; difatti egli fondò una vera e propria scuola nota come scuola eleatica. La teoria filosofica di Parmenide è l’eleatismo ed è opposta a quella di Eraclito [vedi qui]; i due approcci inaugurati da questi due filosofi condizioneranno fortemente il pensiero successivo, che cercherà di conciliarli o si troverà a propendere per l’una o per l’altra teoria. Anche nella filosofia contemporanea Parmenide e l’eleatismo hanno rappresentato un grande punto di riferimento.

1. Il viaggio di Parmenide verso la verità

L’opera scritta da Parmenide si intitola Sulla Natura e ha la particolarità di essere scritta in versi sullo stile di un poema. Parmenide immagina di fare un viaggio verso la verità e di essere trasportato al cospetto della Dea Dike (dea della giustizia), che gli mostra la differenza tra la via della verità (Essere) e la via dell’opinione (apparenza); alle due vie corrispondono la prima e la seconda parte del poema. Purtroppo l’opera di Parmenide non è giunta a noi completa e possediamo molti frammenti, essi sono stati oggetto di studio e interpretazioni, che lasciano aperte molte possibilità sul significato della filosofia di Parmenide e dell’eleatismo. 

La separazione tra verità e opinione, nella filosofia di Parmenide, va di pari passo con quella tra ragione e percezione: con la ragione si conosce l’Essere, con i sensi si conosce l’apparenza, il mondo sensibile, e si ha dunque una conoscenza che non corrisponde alla verità, ma all’opinione. Le parole greche usate per indicare questi concetti sono aletheia (verità) e doxa (opinione).

  • VERITÀ’ è CONOSCENZA DELL’ESSERE mediante RAGIONE
  • OPINIONE è CONOSCENZA DELL’APPARENZA mediante I SENSI

2. L’Essere e la via della verità

Parmenide e l’eleatismo ritengono che la ragione, nel seguire il metodo logico razionale, conosce e comprende che l’Essere è e il non-essere non è, da questo deriva che l’essere non può non-essere. Siccome dunque l’Essere parmenideo esclude il Nulla, che non può neanche essere pensato, la ragione conosce tutti i suoi attributi:

  • l’Essere è eterno perché se nascesse in un dato momento, prima di ciò sarebbe non-essere
  • l’Essere è immortale perché se morisse esisterebbe il non-essere
  • l’Essere è immutabile e immobile perché se cambiasse o si muovesse si troverebbe in stati in cui prima non era e sarebbe non-essere
  • l’Essere è unico, omogeneo e finito.

L’Essere parmenideo viene esemplificato dalla sfera, intesa come un pieno assoluto che esclude l’esistenza di qualsiasi altra cosa e da cui risulta assente il non-essere. Esso è difficile da definire e infatti è stato interpretato in maniere differenti: potrebbe essere una realtà metafisica o teologica (vedi significato qui), oppure una realtà corporea che possiede tutti gli attributi indicati; potrebbe essere infine un’enunciazione logica tramite la quale conoscere la verità. Ad ogni modo esso è la sostanza delle cose e di tutto ciò che è, quindi l’arché [vedi la ricerca dell’arché] nell’eleatismo di Parmenide. 

3. Il non-essere e la via dell’opinione

Quando Parmenide, nella seconda parte del poema, si concentra sulla via dell’opinione diventa evidente che il mondo sensibile non coincide in alcun modo con l’Essere e che nessuna delle cose che esistono significano l’Essere. Ogni cosa del mondo sensibile (la casa, l’albero, le stelle) è non-essere ed è impossibile per Parmenide che le cose materiali siano. Tuttavia, essendo l’Essere il principio e la sostanza delle cose (arché), esso le accomuna, ma gli è impossibile coincidere con le cose del mondo sensibile: le cose, infatti, non hanno nessuno dei suoi attributi dato che nascono e muoiono e sono soggette al cambiamento. Possiamo concludere che il non-essere delle cose non significa la non esistenza, ma la loro lontananza dalla perfezione dell’Essere. 

Il mondo sensibile diventa nella teoria di Parmenide un’illusione oggetto di opinione, ossia di una falsa conoscenza lontana dalla verità. In uno dei frammenti si legge che il mondo si riduce all’insieme dei nomi che gli umani usano per indicarlo. Questa posizione è particolarmente vaga e sembra anche far rientrare l’eleatismo in una contraddizione notevole, considerando che dire che “il mondo è un insieme di nomi” lo fa confluire nel “regno” dell’Essere. 

In conclusione consideriamo che la teoria dell’Essere di Parmenide risponde alla necessità da cui nasce il pensiero filosofico di eliminare il terrore del Nulla [vedi introduzione alla filosofia occidentale], che nel pensiero parmenideo non esiste e non può neanche essere pensato. In questo senso non bisogna pensare che il non-essere del mondo sensibile lo faccia coincidere con il Nulla perché non è così. Piuttosto dire che le cose sensibili non sono significa sottolineare come siano lontane dalla pienezza dell’Essere da cui degradano. Come già sottolineato, la frammentarietà dell’opera di questo filosofo lascia molte domande aperte e contiene molte ambiguità, risolvibili solo con un’attenta analisi filologica dei testi dalla lingua greca originale. 

4. Parmenide e l’eleatismo: ricapitolazione concetti fondamentali

  1. Parmenide individua l’arché nell’Essere e lo definisce come essere ontologicamente perfetto.
  2. Usa il metodo logico-razionale per dimostrare e definire l’Essere e per dimostrare l’inesistenza del Nulla. 
  3. Distingue la conoscenza della verità dall’opinione, indirizzando la prima alla conoscenza dell’Essere e la seconda alla conoscenza delle cose sensibili.