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Vivere la pandemia: in cosa possiamo sperare?

1) Vivere la pandemia in Italia…(di nuovo!)

«Di nuovo qui», davanti a un computer dal quale vengono fuori gli argomenti più disparati, di nuovo qui alle 8.45, in pigiama, telecamera spenta e un tazzone di caffé che non basta mai. «Non ci posso credere sono di nuovo qui» pensa Sophia scollegandosi dalla spiegazione e guardando fuori dalla finestra il sole intento a ingiallire le foglie. «È questo che racconterò un giorno quando mi chiederanno com’è stato vivere la pandemia? Che passavamo tutti 16 ore al giorno davanti a uno schermo? Sai, dirò, da remoto si poteva fare praticamente tutto, 5 ore a scuola o 8 ore al lavoro, 2 ore di chiacchierate con amici e amiche, 3 ore di serie tv, 1 ora di shopping. Sembra anche bello a raccontarlo, guarda un po’.»

Ci riprova, riaccende l’audio e prova a riprendere la lezione “…le lingue del ceppo indoeuropeo…” niente, ricomincia a pensare per i fatti suoi: «‘Pandemia’…questa parola non aveva senso per me un anno fa, non l’avevo neanche mai pronunciata, ora non penso ad altro! Ma vi pare normale?» Non si sa con chi ce l’ha, non lo sa neanche lei, che si immagina di interrompere la lezione con questo monologo e non lo fa, intanto la spiegazione continua, questo bla bla bla di sottofondo che la accompagnerà fino a una data non ben precisata.  «Vedessi almeno la fine … se vedessi la fine saprei resistere, lo so!» si dice, ma in tutto ciò Sophia non solo non vede la fine, non vede neanche il domani. Impossibile fare i programmi, impossibile sapere cosa succederà la prossima settimana, se andremo a scuola, se no; se la nostra regione sarà gialla, arancione, rossa; quanti passi fuori da casa sarà possibile fare, ecco com’è vivere la pandemia. «Ma dov’è che la gente prende il virus?» ogni tanto ripensa a questa domanda che la aiuterebbe a capire tante cose rimaste in sospeso.

La sera prima a tavola aveva intrapreso questo discorso con i suoi genitori, anche loro impegnati a vivere la pandemia tra una call e un webinar; tutti e tre concordavano sul fatto che se sapessero quali sono i luoghi e le situazioni più rischiosi, le abitudini e gli errori più frequenti, si sentirebbero meno in balia delle decisioni del governo italiano, facilmente bersagliabile dalla naturale polemica che nasce dal doversi chiudere in casa, di nuovo. La buona notizia, aveva detto la mamma, è che in questo novembre è nata una campagna di sensibilizzazione che si chiama “datibenecomune”, la petizione sta raggiungendo molte persone (firma anche tu!) e forse potremo presto sapere qualcosa in più su come si comporta il virus in Italia. In una sorta di bilancio di fine mese, quella sera Sophia e i suoi genitori si erano messi a ricapitolare le cose più importanti che gli erano successe, in verità poche. Da quando la regione in cui vivono è diventata arancione non vedono quasi più nessuno, forse potrebbero pure, ma hanno capito che è meglio stare tranquilli e vedere meno persone possibile negli ambienti chiusi. Così hanno vissuto una fase in cui vivere online gli sembrava una sciagura e vivere nel mondo reale impossibile; erano stati giorni molto difficili, prima che si riabituassero a seguire il mondo e la propria vita da remoto. In quei giorni a movimentare questa situazione c’erano state le elezioni americane, Sophia e suo padre avevano fatto anche la maratona tra il 3 e il 4 novembre: tutta la notte svegli per sapere come sarebbe andata a finire questa storia. In realtà le ore trascorse a dormire con la televisione accesa erano state più d’una e al risveglio mattutino nulla era ancora cambiato nella storia del mondo. 

 

2) Le elezioni americane

Consapevole del fatto che conoscere tutte le sfumature della situazione politica americana non è semplice, Sophia ha notato in quella occasione che la voglia di cacciare Donald Trump dalla Casa Bianca accomunava tantissime persone; tuttavia il politico candidato a sfidarlo, Joe Biden, le sembrava un po’ anzianotto e parecchio pacato per essere uno che vuole cambiare il mondo, ma l’unica alternativa in questo scontro a due pareva essere fare il tifo per lui.  

Donald Trump e Joe Biden

Donald Trump a sinistra e Joe Biden a destra, disegnati sullo sfondo del colore del loro partito di appartenenza; il rosso dei Repubblicani e il Blu dei democratici.

 

Durante quei giorni a inizio mese, trascorsi in trepidante attesa del risultato elettorale in grado di tenere col fiato sospeso tutto il mondo, Sophia si è chiesta come mai fosse così importante e in grado di risvegliare l’attenzione di persone, come lei, che vivono dall’altra parte del mondo in tutt’altro tipo di società e di problemi, primi fra tutti quello di vivere la pandemia. Quattro giorni di incertezza sul risultato del voto danno a Sophia il tempo di ragionarci su e fare qualche ricerca sulla politica di Donald Trump, ricordandole prima di tutto due cose: dagli Stati Uniti dipende l’andamento dell’economia mondiale e anche la gestione dell’emergenza climatica, un tema che le è veramente caro [vedi qui gli articoli del blog sull’emergenza climatica]. Tramite la sua ricerca Sophia ha realizzato che le decisioni e i provvedimenti presi da Donald Trump sono pieni di ingiustizie ed è aumentata a dismisura la voglia di vederlo sconfitto, tanto da tornare a fare il tifo per il pacato e anziano Joe Biden. 

Riassumendo: per quanto riguarda le politiche ambientali Trump ha fatto uscire gli USA dall’Accordo di Parigi del 2015 e preso provvedimenti per facilitare e incentivare le estrazioni di gas e petrolio. Ha inasprito le pene per i reati minori come quelli legati al disagio sociale (uso e spaccio di droga, furti), lasciando alle forze di polizia enormi libertà e invitandole ad atteggiamenti di tolleranza zero, che non hanno portato a nulla di buono, facendole sentire legittimate alla violenza nei confronti dei cittadini (vedi la vicenda di George Floyd). Economicamente l’imposizione di dazi per le importazioni di prodotti provenienti dall’estero non ha fatto altro che alzare una tensione con altre potenze come la Cina e l’Unione Europea, ha scatenato una vera e propria guerra commerciale senza che si siano registrati dei reali benefici neanche per gli americani. Sul piano sanitario Trump ha fatto di tutto per smantellare il sistema realizzato tramite la riforma sanitaria del suo predecessore, nota come Obamacare, senza riuscirci. Avrebbe voluto eliminare l’accesso all’assistenza sanitaria esteso da Obama a un gran numero di persone, precedentemente prive di copertura sanitaria, si parla di 23 milioni di americani che hanno rischiato di perdere un diritto universale, faticosamente ottenuto poco prima. Sul piano dell’immigrazione Trump ha previsto e avviato la costruzione di un muro lungo il confine degli Stati Uniti con il Messico, per impedire ai migranti in aumento di raggiungere gli USA. Nel sud della federazione USA sono state disposte delle prigioni in cui le persone migranti sono state rinchiuse prima che potesse essere esaminata la loro situazione, e i cui figli sono stati prelevati senza motivo e affidati ai servizi sociali. Inoltre, Trump ha sospeso il programma per l’accoglienza dei rifugiati e intensificato i controlli e le espulsioni di immigrati irregolari, per reati più o meno gravi. Migliaia di persone hanno subito le conseguenze di queste decisioni, private della libertà personale o costrette a lasciare il posto in cui stavano cercando un presente e un futuro. Infine, Sophia ha notato che in tutte le sue apparizioni pubbliche, il Presidente degli Stati Uniti ha sempre ostentato un atteggiamento sprezzante verso tutte le realtà in disaccordo con lui, incapace di dialogare democraticamente, irrispettoso dei più deboli, con un linguaggio farcito di razzismo, sessismo e misoginia, che a vederlo sembrava un bullo della peggior specie. 

Dopo una carrellata del genere è evidente che la sua dipartita sembrasse quanto mai auspicabile e le è finalmente chiaro come mai buona parte del mondo abbia aspettato l’elezione di Joe Biden col fiato sospeso. Il 7 novembre la notizia arriva, sembra chiaro che gli USA avranno un nuovo Presidente e che il mondo avrà tra i suoi leader più influenti una persona migliore; «questo basta per festeggiare!» si dice Sophia inaspettatamente felice per la notizia di Joe Biden Presidente, non senza pensare: «voglio tenerlo d’occhio questo vecchietto!»

3) Nel Mediterraneo intanto…

Qualche giorno dopo, con la vittoria di Biden praticamente certa tra le mani del mondo, arriva la notizia dell’ennesimo naufragio nel Mar Mediterraneo. L’11 novembre una barca proveniente dalla Libia e diretta nel primo porto sicuro raggiungibile (presumibilmente un porto italiano) si rovescia, è l’ennesima notizia di questo genere, tanto che passa inizialmente inosservata nell’esperienza di Sophia. Si sa com’è vivere la pandemia: dopo un po’ le notizie non ti stanno in testa e la cosa che attira più di tutte la tua attenzione è l’informazione relativa all’andamento del virus, quanti contagi, quanti morti, quanti posti in terapia intensiva, come va, va meglio? Intanto il resto scivola via, proprio come è accaduto per questo soccorso di emergenza fatto dalla Open Arms a beneficio di 88 persone salvate dall’annegamento, 6 persone sono morte e molte sono state soccorse quando erano in arresto cardiaco.

Soccorsi nel Mar Mediterraneo

Un’operazione di salvataggio nel Mediterraneo. Si stima che tra il 2013 e il 2019 siano morte nel Mar Mediterraneo 19.000 persone.

 

Una settimana dopo la notizia, Sophia incappa in un video su Instagram che non avrebbe voluto vedere, riguarda un salvataggio in mare, si tratta proprio di quel salvataggio in mare al quale non aveva dato peso. Nel video, girato proprio durante le operazioni di soccorso, si vede una donna che è appena stata tratta in salvo dall’acqua su un gommone, dice di aver perso il suo bimbo («Where is my baby… I lose my baby» dice disperata).  [qui trovi il video, ma guardalo solo se te la senti!] Non si capisce nient’altro da quelle immagini registrate, se non la disperazione del momento, tale da svuotare Sophia e farle cercare l’epilogo della storia nella didascalia del post. Purtroppo la ricerca non andrà a buon fine e Joseph, questo il nome del bimbo disperso, è morto così, facendo della disperazione della sua mamma un grido in cerca di umanità. 

Sophia chiama Cloto, nel bel mezzo di un pomeriggio di fine novembre, quando fa buio troppo presto e alle 20.00 sembra che sia notte fonda. La sua amica è alle prese con la lettura di un libro, ma interrompe volentieri incuriosita dalla chiamata in arrivo, non immagina si tratti di una questione così delicata, pur essendo abituata agli impetuosi ingressi nella quiete della sua giovane amica. 

Sophia ha cominciato ad accorgersi e ad interessarsi della crisi europea dei migranti da ormai un anno, da quando ha iniziato a notare il susseguirsi di molte notizie sui salvataggi in mare, sulle imbarcazioni di soccorso delle Ong bloccate nei porti per cavilli burocratici, sulle mancate attivazioni della Guardia Costiera italiana. Concentrandosi sulla questione ha sentito parlare della necessaria modifica del Regolamento di Dublino per una gestione europea, responsabile e condivisa, di tutte le esigenze delle ormai migliaia di persone in migrazione. Tuttavia questa Europa rimane immobile, lasciando che tutto continui ad andare così, tra un naufragio e l’altro, settimana dopo settimana, morti dopo morti, comportandosi in effetti come se in quel mare ci fosse un muro invisibile, ma non diverso e forse anche più efficace di quello che Trump ha pensato di piazzare al confine con il Messico. 

«Quando finirà tutto questo?» chiede Sophia alla sua saggia amica, irrompendo con la necessità di rispondere al bisogno di giustizia e di umanità che le ha suscitato questa storia. Ovviamente Cloto non ha una risposta, anche se le piacerebbe rispondere, con certezza e semplicità, che tutto questo finirà presto, di certo. Tuttavia non è questo il caso in cui può dare questo tipo di rassicurazione, quella che spesso proviene dagli adulti e che in sostanza dice «andrà tutto bene». Piuttosto le racconta che l’andamento di questo fenomeno la rattrista e la frustra fortemente nel desiderio di giustizia che condivide con Sophia; dal 2013 sono passati 7 anni in cui il numero di persone che migrano è aumentato e i soccorsi forniti sono costantemente diminuiti, per beghe politiche e grazie a una strumentalizzazione del fenomeno sulla quale si regge il consenso di una certa parte politica e grazie alla quale si è risvegliato negli italiani il peggiore razzismo. «Per farti capire l’incredibile parabola discendente di questa storia ti racconto della prima volta, del primo naufragio di cui si è avuta notizia: la prima volta è stato nel 2013, era il 3 ottobre e un peschereccio con 500 persone a bordo naufragò, causando la morte di 358 persone con la stessa identica dinamica della notizia di questo novembre; la notizia ai tempi ebbe un’eco potentissima, una forte mobilitazione e il lutto collettivo.» Andando a cercare notizie su questa prima volta, Cloto e Sophia rimangono colpite da questo: l’allora Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini andò a Lampedusa, quello che era successo era sconvolgente e una volta sull’isola disse: «Nulla dovrà essere più come prima, bisogna riconsiderare le politiche verso i paesi di origine dei richiedenti asilo. Bisogna chiedersi perché decine di migliaia di giovani rischiano la roulette russa nel Mediterraneo pur di fuggire dal proprio paese.» Sul finale Cloto pensa ad alta voce e dice «“Nulla dovrà essere più come prima” avevano detto, e poi…ci siamo pure dimenticati che ce l’avevano detto…» 

Sophia sbotta: «Che disastro Cloto, questo tempo è invivibile! In cosa possiamo sperare?» 

C: «Hai ragione, questo tempo è difficile, ma ascoltami, la speranza ci permetterà di uscirne più di ogni altra cosa. Un giorno le speranze di oggi saranno realtà e questo ci salverà, ci riempirà e ci guiderà nel disordine che la novità porterà con sé. Quindi sì, possiamo sperare che tutto questo ci riporti ad essere umani senza “se” e senza “ma”, perché vivere la pandemia sia servito a scuoterci; per smetterla di guardare gli umani come numeri, numeri di morti, numeri di stranieri, numeri di amici, ma dare valore a questo, lasciarsi toccare dalla disperazione e dalla tristezza, dalla gravità dell’ingiustizia e iniziare a mettere tutta l’umanità che abbiamo trovato in noi nelle nostre relazioni, senza avere paura di vivere. Vivere la felicità e la tristezza, la paura e la rabbia, l’invidia e il disgusto, l’insoddisfazione e la paura, conoscerci, dare un nome a queste esperienze e lasciarle essere, per viverle e per superarle, per essere umani. Ecco, secondo me in questo possiamo sperare, e la speranza è tutto ciò che abbiamo.»

 

NDR: di fronte alla pandemia e nel mezzo del lockdown, la scorsa primavera questo blog ha fatto finta di niente, approfondendo un sacco di argomenti difficili e interessanti allo stesso tempo, ma senza perdere la calma. Ora, anche se in fondo sapevamo tutti che ci saremmo ritrovati “di nuovo qui”, è doveroso restituire tutta l’ansia, la polemica e l’insofferenza dettate dalla precarietà di questo momento. Se volete lasciate nei commenti le vostre sensazioni.