Silvia Romano è finalmente libera

Silvia Romano è finalmente libera

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In un sabato pomeriggio di maggio Sophia rimane scollegata dal mondo per qualche ora, si tratta di quel sabato 9 maggio in cui Silvia Romano è finalmente libera, ma per Sophia è il primo sabato fuori di casa insieme agli amici, dopo 60 giorni di isolamento (vedi Emergenza Covid-19 del 2020). In questa occasione lo smartphone rimane nella sua sacca, intoccato da quando lo ha buttato lì dentro insieme alle chiavi e al portafoglio, nella fretta di uscire. Aveva fatto quei gesti come se non fosse passato che qualche giorno dall’ultima volta, pur non essendo così. Piuttosto vestirsi non era stato così semplice: dover uscire a primavera inoltrata e non avere che maglioni a portata di mano aveva mostrato tutta l’urgenza della sistemazione dell’armadio. Ma una scala e il ritrovamento dell’outfit preferito della primavera precedente avevano risolto in fretta il problema: un pantalone a vita alta e una maglietta corta le avevano fatto riscoprire la gioia di uscire senza preoccuparsi di avere freddo. Così, in quel sabato pomeriggio, Sophia perde l’iniziale tam tam che diverse pagine Facebook e Instagram mettono in atto per diffondere la notizia che Silvia Romano è finalmente libera; Sophia non sa ancora bene di chi si tratta, ma la sua faccia in mezzo a tanti bambini sorridenti e i diversi appelli per la sua liberazione le erano già capitati sottocchio.  

1) L’arrivo di Silvia Romano

Ecco che il giorno dopo, domenica, si ritrova all’ora di pranzo seduta a tavola a guardare il portellone aperto di un aereo per diversi minuti, aspettando che Silvia compaia e scenda. La sera prima, una volta a casa, era inevitabilmente incappata in tutte le notizie del caso, ricostruendo che Silvia Romano è finalmente libera dopo 18 mesi di prigionia trascorsi in Somalia, portata lì una volta rapita in Kenya, dove era andata a fare un’esperienza di volontariato all’estero (qui le notizie). Dalle notizie che arrivano e dalla diretta sul suo arrivo Sophia sente che c’è una grande attesa verso il momento in cui Silvia Romano sarà di nuovo in Italia, evidentemente libera, evidentemente a casa. Molti giornalisti sono sul posto e anche i politici del governo, ci sono il Presidente del Consiglio e il Ministro degli Esteri, ma soprattutto c’è la famiglia di Silvia Romano: sua madre, suo padre e sua sorella che aspettano di abbracciarla. Proprio questo lungo abbraccio e il sorriso smagliante di Silvia colpiscono Sophia, quei lunghi minuti passati tra le braccia della mamma e della sorella e poi questo papà che le si inchina, la omaggia per la resistenza e la tenacia, per il suo coraggio in una situazione difficile, a pensarci inaffrontabile. Silvia era una giovane ventitreenne appena laureata quando è stata rapita nel 2018, la sua famiglia non ha avuto sue notizie per molti mesi, fino a quando non ha saputo che Silvia era viva, ma non aveva idea di dove fosse, con chi, come passasse le sue giornate, con quali persone fosse costretta a stare, nulla. Ora questa ragazza, questa figlia, questa donna, è tornata e sorride; le sue prime parole diffuse dai giornali e dalle pagine online sono confortanti: dice di stare bene, di sentirsi felice per il ritorno e di aver avuto molta forza, ma il suo sorriso parla più di mille parole, Silvia Romano è finalmente libera. 

Sophia è molto colpita da questo momento, si sente felice per qualcuno che non conosce come se si trattasse di un’amica, sarà forse perché le è capitato di pensare alla possibilità di lavorare lontano da casa in futuro, o di fare volontariato all’estero, affascinata e attratta dall’idea di viaggiare e insieme contribuire e fare parte della comunità che si incontra. In questa situazione sente di condividere pensieri ed emozioni con tutti gli italiani, è una notizia bellissima e il momento del suo arrivo l’ha coinvolta come avrà coinvolto tanti altri. 

Pronta a dedicarsi ad altro torna in camera sua, ripensa al momento precedente e al fatto che i suoi genitori si sono trovati un po’ stupiti di fronte alle immagini che hanno guardato insieme: dicevano che la conversione all’Islam dopo una prigionia così lunga potrebbe non appartenere fino in fondo a Silvia Romano, che la situazione potrebbe averla condizionata. Anche per questo Sophia aveva preferito tornare a starsene sul suo letto, con tanto di interrogazione da preparare per la video lezione del lunedì. Peccato che la concentrazione non arrivi proprio, la mente le torna a quelle immagini e a quei commenti, che oltre a lasciarla perplessa le creano un fastidio e una sottile paura che non riesce a spiegarsi. Pur essendo evidente che la conversione a una religione alla quale non è stata educata rappresenta un grosso cambiamento, non capisce come mai chi guarda la commenti senza conoscere le sue esperienze. Inizia anche a chiedersi come mai ci fossero così tanti giornalisti e i politici, qualcosa le dice che tutta questa attenzione non porterà nulla di buono se anche i suoi genitori, con i quali spesso non è d’accordo ma che non considera così male, hanno reagito così.

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2) La reazione dei media e degli italiani ci parlano di islamofobia

Nei giorni successivi in Italia i giornali continuano a parlare di Silvia Romano, la grande attenzione riservatale non sembra attenuarsi: al suo ritorno nella sua casa a Milano, il lunedì, decine di giornalisti la assalgono, le chiedono se tornerà in Kenya; lei non risponde, semplicemente sale su, si affaccia e saluta, sempre sorridendo. Oltre a questo, tutti i commenti ad opera dei giornalisti e delle persone che esprimono la loro opinione sui social network sono concentrati su quel jilbab verde, l’abito con cui la si vede dalla sua liberazione, che Silvia indossa da quando si è convertita all’Islam. Questi commenti, nota Sopha, vanno dal sostenere che Silvia non sia stata lucida, che non lo sia ancora e che sia stata colpita da una sorta di Sindrome di Stoccolma (qui Il Corriere della Sera), al ritenere che Silvia stia mostrando ingratitudine verso il suo paese che l’ha salvata e l’ha accolta con tanto di cariche istituzionali (qui Sallusti su Il Giornale). Ora Sophia ha la conferma del suo sentore: tutta quell’attenzione non porta nulla di buono. Lei per prima si sente satura di immagini con volto di questa ragazza infondo sconosciuta, di commenti e teorie su quell’abito; torna ad invaderla quella sensazione di fastidio e timore che la porta ad arrabbiarsi e pure a cercare ancora dettagli. 

Sophia fa così l’errore di sbirciare tra i commenti delle persone sui social network e scopre che in tantissimi sono tutt’altro che felici del fatto che Silvia Romano è finalmente libera; in tanti parlano di questi 4 milioni di euro che avremmo sprecato pagando il riscatto (ndr non ci sono conferme sul pagamento di un riscatto) per «una ragazzina che poteva fare volontariato anche a casa sua e che se ne stava in vacanza in Africa con tanto di relazione sentimentale» (voci infondate parlano di un matrimonio con uno dei rapitori). A questo punto la rabbia è insostenibile e Sophia vorrebbe che nessuno parlasse ancora di questa storia senza conoscerla, d’altra parte lei per prima legge cose su cose a proposito di Silvia Romano da giorni, ma pensandoci non sa nulla di nuovo che non siano le informazioni del primo momento. Al di là di innumerevoli commenti il fatto in questione resta semplice: c’era una cittadina Italiana ostaggio di rapitori appartenenti al gruppo terroristico al-Shabaab, di cui non si avevano notizie da più di un anno; questa cittadina è stata finalmente liberata, dice di stare bene e di aver trovato nella lettura del Corano conforto e forza per reagire, da qui la conversione all’islamismo; il suo sorriso parla della sua felicità, ora è a casa con la sua famiglia. Piuttosto, quello che non si sa è chi sono i responsabili del rapimento, se c’è modo di catturarli e indagare sulle loro responsabilità per la violenza fatta ai danni di Silvia Romano, sarebbe interessante saperne di più, ma nessuno ne parla.

Qualche sera dopo, alla notizia del ritrovamento di cocci di bottiglia sulla finestra della casa di Silvia Romano e dell’apertura di un’inchiesta della procura di Milano per le offese e le minacce di morte che ha ricevuto, Sophia rimugina e rimugina, decide di chiamare Cloto trovandosi un po’ scossa, con questa paura che le si fa sempre più grande dentro. La trova che sta rientrando a casa, ormai a suo agio con la videochiamata anche quando è in strada, e pensare che è in pensione! Le risponde mentre assaggia la baguette che esce dal sacchetto: «Ciao! Come stai?» le chiede subito Cloto. L’ultima volta si erano lasciate con l’insostenibilità del non poter uscire per vedere chi si vuole e la speranza di dare un taglio ai capelli di entrambe. 

S: «Vorrei un po’ risistemare i pensieri, questa faccenda di Silvia Romano mi ha un po’ invaso.»

C: «Sì posso capire, non me l’aspettavo neanche io e sono molto dispiaciuta.»

S: «Beh io sono anche parecchio arrabbiata, ho pure scoperto su Instagram che tutta questa montatura non è neanche dovuta a un evento straordinario. Nel 2019 sono stati liberati tre ostaggi di gruppi terroristi islamici (vedi Luca Tacchetto, Alessandro Sandrini, Sergio Zanotti) due di loro si sono convertiti all’Islam e in due casi su tre lo stato italiano ha dovuto svolgere negoziati per ottenere la liberazione, io non ne avevo sentito parlare. Mi pare evidente che la storia di Silvia sia simile alla loro, ma abbia avuto un trattamento leggermente diverso!» dice Sophia ironizzando.

C: «È il caso di capire qual è il punto di questa storia per risistemare i pensieri. A me viene in mente islamofobia…partiamo da lì?» 

S: «Cosa intendi?»

C: «Mi sembra evidente che il pregiudizio sulla religione islamica serpeggi anche nelle menti più progressiste»

S: «Avresti dovuto sentire i miei…» la interrompe Sophia strabuzzando gli occhi e tirando su il sopracciglio, come fa sempre per mostrare il suo tono critico. 

«Ahahah… peccato!» – risponde Cloto – «ma come vedi è diffusissima l’opinione che si tratti di una religione che non rispetta le libertà personali e che impone alle donne scelte che gli impediscono di essere valorizzate. Non voglio fare facili paragoni con il cristianesimo più integralista, ma l’islamismo, come tutte le religioni, ha una simbologia, dei ruoli, delle sfere di significato, all’interno delle quali ogni credente si muove con l’autonomia che crede. Soprattutto, la laicità dello Stato non permette di interferire su scelte così private, quindi gli attacchi da testate giornalistiche con accuse di ingratitudine sono inaccettabili in democrazia.» 

3) Corpi di donna e patriarcato

Sophia a questo punto sente il bisogno di vedere più a fondo nel pensiero della sua amica Cloto, che per ora lascia aperto uno spiraglio su una visione differente, nuova, forse più vicina alla sua. Così le chiede: «Ma tu cosa ne pensi della conversione?»

C: «Principalmente mi chiedo perché mi sento di in dovere di pensare qualcosa, comunque a me non sembra così assurdo che in un momento di così grande difficoltà ci si rivolga con più intensità a qualcosa che dà senso a tutto ciò che viviamo, le religioni hanno questo compito e sanno farlo anche molto bene. Il fatto che questa giovane donna abbia letto il Corano e abbia trovato forza per resistere, il fatto che ora si chiami Aisha, che significa “viva”, mi fa vedere come si sia aggrappata alla vita, quel valore celebrato da tutte le religioni. Non posso sapere molto di più e non vorrei che lei ce ne parlasse ora, mi è bastato vedere tornare una giovane donna a casa, viva.»

S: «Viva e sorridente! Sembra quasi che quel sorriso abbia infastidito chi si immaginava di vederla arrivare visibilmente distrutta, ma siccome sorride non è più una vittima e siccome sorride qualcuno può anche dire che “se l’è andata a cercare”. D’altronde le donne se la vanno sempre a cercare a quanto pare: non è mai responsabilità di chi le molesta, di chi le insulta, di chi le rapisce, di chi le violenta.»

«Attenzione, qui abbiamo una femminista!» – la interrompe Cloto. Un silenzio attraversa il fiume di parole di Sophia, che più volte si è trovata spiazzata di fronte alla parola ‘femminismo’,  ma che stavolta risponde: «Ebbene sì! All’ennesimo libro sul tema ti dico di sì, o almeno ci voglio provare. Stavolta ho letto  Manuale per ragazze rivoluzionarie e nel bel mezzo di questa lettura succede che Silvia Romano è finalmente libera, libera ai miei occhi, ma forse non realmente tale.» Lo sguardo di Sophia si fa un po’ cupo, naturalmente si tira su il cappuccio della felpa e lascia che il ciuffo di capelli neri le rimanga sugli occhi. «Mi sembri un po’ triste, quasi quasi spaventata?» le dice Cloto. Sophia ora è di fronte a quella paura che silenziosamente la attraversa da giorni e alla quale non ha dato voce finora. «Ci hai preso» -le risponde- «a tratti mi sento proprio spaventata. Forse perché sento che il suo corpo è anche il mio, un corpo di donna, un corpo giovane dal quale ci si aspetta bellezza da mettere in mostra, per poterlo trattare come oggetto di conquista; un corpo di donna dalla quale ci si aspetta sguardo sommesso e non il coraggio di scegliere e di sorridere. Quel corpo è anche il mio e mi chiedo se sarò mai libera di sorridere quando voglio, di scegliere come vestirmi, di non subire lo sguardo degli altri pieno di pretese che dal corpo arrivano alle mie scelte, alle mie abitudini. Io la sento già tutta questa pressione e me la faccio anche da sola quando mi vesto, quando mi trucco, quando non voglio che nessuno mi guardi. Ne sarò mai libera?»

“Be a Lady, they said.” Non è facile essere il corpo di una donna prima di qualsiasi altra cosa. Guarda il video qui .

Cloto guarda Sophia con sguardo intenerito e fiducioso, la domanda che si è posta implica tanto lavoro, ma la ragazza che ha davanti è già pronta a lottare per il cambiamento che vuole, così le dice: «Mi pare di capire che vuoi liberartene, e conoscendoti ce la farai. Ci sono tanti gesti e parole che possono iniziare a far parte della lotta per la tua libertà, andando avanti di giorno in giorno quella paura verrà sostituita dall’orgoglio di essere ciò che sei. Succederà d’improvviso, ma non per caso, che la forza di chi si sente libera prenderà il posto della paura.» 

S: «Mi viene un po’ da ridere a pensare che solo qualche mese fa la “lotta al patriarcato” mi sembrava una follia, uno di quei discorsi da fanatiche che vedono quello che non c’è e che vogliono mettere su questa lotta contro gli uomini a tutti i costi. La scrittrice del libro che ti dicevo (vedi Manuale per ragazze rivoluzionarie) mi ha smentito alle prime pagine sfogliate ancora in libreria, lei dice subito che il patriarcato funziona fino a quando le donne pensano che non ci sia altro modo di far funzionare le cose che questo: che gli uomini sono fatti in un modo e le donne in un altro. Il primo passo sta nel capire che in questa lotta si tratta di combattere le aspettative su entrambi i generi, e magari di lottare pure insieme, dalla stessa parte!» Preso da questi pensieri e da queste nuove consapevolezze lo sguardo di Sophia non è più incupito, ma guarda un orizzonte nuovo pieno di speranze. Cloto è felice di vederla così, la rincuora sapere che abbia visto subito una via d’uscita dalla paura: «Tutta questa vicenda crea uno scossone e spero siano in tante a vedere che ci troviamo insieme a subire questi sguardi che ti fanno a pezzi. A furia di parlarne abbiamo reso Silvia Romano doppiamente vittima, prima dei rapitori e poi di tutti gli sguardi in cui vivono le aspettative che non ha rispettato.»

Nel frattempo, forse, Silvia Romano è semplicemente a casa, si spera libera da tutte queste voci, piena di vita; e mentre il mondo fuori le riserva il peggio e il meglio, incrocia suo padre nel corridoio e gli dice: «Oggi facciamo di nuovo la pizza, papà?»

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