Le bombe che non parlano sono quelle scoppiate in Italia negli anni settanta

Le bombe che non parlano

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Sbattendo la porta Sophia fa il suo ingresso polemico nel salotto di Cloto, che già immagina la grossa lamentela pronta a giungere alle sue orecchie, pur non sapendo cosa riguarda. Le consiglia così di accomodarsi con calma, magari andare in bagno, nella speranza che la concitazione della camminata veloce passi e che con essa sbollisca anche un po’ di rabbia. Nell’attesa Cloto si ritrova a pensare che a volte Sophia sembra avere dentro delle bombe che non parlano, che anche se sono esplose il rumore lo ha sentito solo lei e anche tutto quello che volevano dire; altre volte invece le bombe che le esplodono dentro parlano eccome e questa era una di quelle. 

Sophia si siede e, come se Cloto avesse previsto nei suoi pensieri l’oggetto della discussione, le dice: «senti questa storia di bombe che non parlano, … ». Sophia racconta così che in occasione del 12 dicembre il professore aveva deciso di dedicare un’ora alla commemorazione della strage di Piazza Fontana, ma considerando ciò che aveva detto e come lo aveva detto, non sembrava avesse deciso liberamente di farlo. Era stata infatti la Preside della scuola a richiedere che i docenti delle classi dedicassero attenzione a questo anniversario. 

«No ma, dovresti proprio vedere come è stato trattato questo tema!» – sbotta Sophia evidentemente delusa dal fatto che il professore si era limitato a raccontare, tramite supporti audio e video, quanto accaduto a Milano il 12 dicembre del 1969; dopo di che, aveva chiuso la questione dicendo di voler passare alla spiegazione. Ovviamente in classe si erano alzate diverse mani di ragazzi e ragazze che prendendo la parola chiedevano chi fosse responsabile di quell’attentato, più correttamente definito strage. Il professore aveva parlato in questa occasione di «bombe che non parlano», riferendosi al fatto che le indagini e i processi che si erano susseguiti per 36 anni erano stati molto controversi, avevano coinvolto diverse persone di appartenenza politica differente senza che quella bomba riuscisse a parlare del suo mandante, tanto meno di chi la aveva materialmente portata a Piazza Fontana all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, quel pomeriggio, prima delle 16:37, quando era esplosa. Cercando di tirare corto il professore aveva riferito che, dopo innumerevoli processi, finalmente nel  2005 era stata chiarita la responsabilità del movimento neofascista Ordine Nuovo. 

A quel punto la classe si era riempita di stupore, per un secondo si era creata un’atmosfera che sapeva di paura, mista a incredulità; da quell’atmosfera erano nate altre domande, rese bisbigli che si andavano a mescolare l’uno con l’altro per riempire ogni angolo dello spazio, come una nebbia strisciante intrufolatasi d’improvviso nell’aula, impossibile da non vedere, impossibile da mandare via con poco. Eppure il professore si era rifiutato di andare avanti con il confronto, liquidando con un: «lo studierete in storia alla fine del vostro percorso scolastico» tutte le domande sul fascismo in Italia dopo la liberazione. 

All’uscita di scuola qualcuno continuava a commentare lo strano episodio avvenuto in classe: «ma voi avete capito perché il prof ha parlato della strage di Piazza Fontana? Non sembrava averne troppa voglia, poteva non farlo» – dice Dario di fianco ad Erminia che aggiunge – «dicono che si tratta di bombe che non parlano, ma se nessuno ci dice quel che c’è da dire non parleranno mai». Sophia a quel punto propone di sbrigare la questione tra di loro, dal basso, fare delle ricerche e tornare in classe con domande alle quali non avrebbe potuto sottrarsi, per capire qualcosa sia su quei 17 morti e 88 feriti della strage, sia sulle reticenze del professore. 

Di fronte a questo intento si era trovata, insieme a Dario ed Erminia, a dover districare una marea di informazioni un po’ contorte, che a loro volta rimandavano sempre a nuove informazioni, tra un link e l’altro, una pagina di wikipedia e l’altra. Insomma, la questione si era rivelata impegnativa, più di una ricerca di filosofia, peraltro senza nessun voto all’orizzonte che ripagasse l’impegno. Nonostante ciò la curiosità aumentava ad ogni pezzo del puzzle ricostruito, insieme alla voglia di trovare il successivo incastro per vedere più chiaramente l’immagine che lentamente si costruiva sotto i loro occhi. Sulla strada della ricerca intrapresa viene fuori che di bombe che non parlano in Italia ce ne sono state moltissime, in un periodo di tempo che va dal 1969 al 1980, denominato dagli storici “Anni di Piombo”. 

I vari passaggi fatti da Sophia e dai suoi amici li avevano fatti viaggiare, compiendo lunghe tratte sulla cartina del mondo; erano infatti dovuti uscire dall’Italia per capire gli Anni di Piombo e gli eventi violenti che li hanno caratterizzati (140 attentati tra il 1968 e il 1974). Guardando l’italia come parte dell’Europa occidentale, sotto l’influenza degli USA dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, avevano iniziato a capire molte cose in più. Considerando la nuova e particolare guerra creatasi dopo quella mondiale, denominata Guerra Fredda perché i due nemici contrapposti non hanno avuto uno scontro armato diretto, erano apparsi due mondi contrapposti, capeggiati da USA e URSS, che proponevano una concezione della politica, dell’economia, e dunque della vita, opposte, portando tensione in tutti i paesi del mondo che erano sotto la loro influenza diretta [vedi liberalismo e comunismo]. La contrapposizione tra questi due mondi aveva portato a diversi esiti violenti nei territori dei paesi sotto l’influenza dell’una e dell’altra potenza e per spiegare alcuni degli avvenimenti legati ai rapporti tra forze di sinistra e forze di destra, nel mondo della guerra fredda, si parla di Strategia della tensione, una teoria molto utile a capire le stragi italiane. L’Italia, infatti, era parte del mondo guidato e rappresentato dagli ideali degli Stati Uniti, ma nel momento in cui le forze politiche di sinistra stavano prendendo piede, rischiando di vincere le libere elezioni, si erano verificati gli attentati stragisti di cui Piazza Fontana è solo il primo, destinato ad essere seguito da tanti altri e dal terribile evento della Strage di Piazza della Loggia, a Brescia.

«Altro che bombe che non parlano!», si dissero Sophia, Erminia e Dario in un momento di euforia, proprio quando uno dei pezzi del puzzle aveva reso l’immagine chiara. Presto i “festeggiamenti” si tramutarono però in molte domande, un bel po’ di tristezza e qualche incubo notturno. Passare tanto tempo a leggere di persone morte perché avevano preso un treno, o stavano aspettando il loro turno in coda in banca, o stavano partecipando a una manifestazione in piazza, non fa tanto bene al sonno. È così che se li erano immaginati gli Anni di Piombo: un decennio in cui gli era sembrato impossibile poter vivere tranquillamente, di cui stranamente nessuno parla mai, nonostante sia stato attraversato o sfiorato dalla vita di nonni, zii, genitori, amici adulti. 

Una mattina Sophia aveva proprio pensato che quegli anni sono stati il presente di qualcuno, la quotidianità invivibile di persone che abitano questo Paese, legata così tanto alle idee politiche da sembrare fantascienza per chi vive il presente di oggi. «Quanto è lontano un passato così…» – pensa, poi fa due calcoli e realizza che si tratta di un passato di 50 anni – «…solo 50 anni…». Eppure un colpo di spugna sembra aver lavato via quegli eventi, nominati di rado per evocare paura, incertezza, scarsa chiarezza su chi sia stato, le famose bombe che non parlano, con questo «piombo» che chissà perché è lì a definire quegli anni. Anche questo aveva scoperto Sophia cercando ancora e ancora: la locuzione “Anni di piombo” viene da un film del 1981, tedesco, il cui titolo andrebbe più correttamente tradotto con “anni plumbei”, ovvero pesanti, bui, intrisi della stessa sensazione che dà la nebbia in val padana, che finché non la provi non sai quanto è pesante. Già, perché proprio la val padana e la sua estensione a est, tra il Veneto e la Lombardia, era stata il centro da cui molti degli attentati erano stati orchestrati, dagli appartenenti al movimento neofascista Ordine Nuovo. Quante cose si scoprono a volerle vedere, eppure alcune sono più popolari, se ne parla in classe, se ne parla in tv, se ne parla ovunque … altre no. 

Presa da questi pensieri Sophia sente il bisogno di rivolgere le sue domande a qualcuno che ogni tanto ingarra qualche risposta, corre così da Cloto e le ricapitola in fretta tutta la faccenda, a partire dall’episodio vissuto in classe. Il suo racconto si conclude con le notizie che più di altre le avevano creato incredulità e scompiglio: che la quasi totalità delle persone colpevoli delle stragi non erano state condannate per decenni; che i processi per queste stragi sono stati fatti e rifatti e ricominciati più volte con evidenti inquinamenti delle prove; che a causa del segreto di stato non è possibile trovare sufficienti prove per dimostrare in tribunale il coinvolgimento dei servizi segreti e degli apparati di sicurezza dello stato; che, conclude Sophia – «lo Stato italiano non è stato vittima degli anni di piombo, ma i cittadini italiani sono stati vittima del loro stesso Stato!».

– «Quante parole» – pensa Cloto – «e che peso ripercorrere tutto di nuovo…». Si sente invasa da quegli anni plumbei, tanto pesanti per chi li ha vissuti, scuola di vita passata a imparare qual è il limite di un’idea; anni così lontani per la centralità che aveva la politica nella vita delle persone, nella speranza e aspettativa che le cose potessero cambiare da un momento all’altro, per tutti, profondamente. «…Illusioni…» – le scappa subito tra i pensieri, e si stupisce di sé, ma ci penserà poi. Piuttosto la colpisce che Sophia abbia scoperto così tante cose e abbia le idee così tanto chiare, «deve avere scavato un bel po’» –  pensa – «e non può che essere così arrabbiata, è sempre stato l’unico sentimento possibile di fronte a tutto questo». 

Ma, presa dai suoi pensieri, si ritrova ad essere scrutata da Sophia, che probabilmente ha continuato a parlare senza che lei ascoltasse ancora.  – «Proprio qualche giorno fa leggevo della commemorazione!» – riprende Cloto per provare a dissimulare la sua assenza – «è stato un anno un po’ diverso dal solito, sai? Il Presidente della Repubblica ha partecipato ed è la prima volta che qualcuno con la sua carica interviene. Ha apertamente parlato delle responsabilità dello Stato nei depistaggi, questo è molto importante: ha fatto crollare una sorta di tabù e quel riferirsi a “bombe che non parlano”. Certo rimangono tante cose non chiare rispetto al ruolo che lo Stato ha avuto negli anni del terrorismo a mio parere, ma mi ha colpito, dopo 50 anni qualcuno delle istituzioni ha rotto il silenzio.»

– «Sì ho seguito tutto, anche questo» – le risponde Sophia evidentemente orgogliosa di tutto il lavoro che ha fatto – «e c’è una cosa mi ha colpito tantissimo Cloto, che mi fa rimuginare e rimuginare senza trovare pace.»

– «Di cosa si tratta?» le chiede l’amica

– «Io ho notato che tutte le volte in cui c’è da dire la parola ‘fascismo’ si trova sempre un modo per non dirla. Anche a Milano, sulla pietra che è stata posizionata quest’anno insieme a quelle contenenti i nomi delle vittime, c’è scritto a chiare lettere chi è responsabile della strage, finalmente, ma che il movimento fosse fascista non c’è scritto [guarda qui foto e testimonianze della commemorazione], a dirlo non è la pietra, non è il sindaco, non è il presidente della repubblica, non è il mio professore, ma le vittime di queste stragi sì. Perché?»

– «Perché le vittime sono vittime della più basilare caratteristica del fascismo: la violenza. Una violenza cieca, pronta a colpire nel mucchio, chiunque, per ottenere ciò che si vuole, come in una qualsiasi guerra. Eravamo nel bel mezzo di una guerra, e l’abbiamo sentita tutta. Purtroppo la Strategia della tensione ha creato una guerra tra italiani e di italiani fascisti ce ne erano tanti: i fascisti erano in parlamento, erano nelle forze dell’ordine ed erano fuori, ma non si chiamavano così, per cui potevano starci. Come sai, la costituzione vieta l’esistenza del partito fascista, ma che cosa sia l’essere fascista questo paese non l’ha ancora voluto capire; mi sembra che lo immagini come un brutto trauma, qualcosa che è passato e non ricorda neanche più, lo rimuove. E come ogni rimosso c’è ma non si vede, fa parte di noi e agisce senza che ne accorgiamo; solo una parola lo definisce e lo evoca facendoci soffrire, ma se non la si pronuncia si può far finta che non ci sia. La si evoca come uno spauracchio, una cosa terribile che riguarda la nostra storia, ma di rado si scoprono le sue radici. Alle sue radici c’è una semplice cosa: la violenza. La violenza è fascista, quella fisica e quella verbale, che vive dell’odio verso chi non la pensa come te e non risponde alla perfezione delle tue scelte, quell’odio che mette l’altro nell’angolo, ad aver paura delle sue idee, a perdere la sua libertà. Non è un pezzo di storia passata, o almeno non può diventarlo fino a quando gli italiani non fanno i conti con ciò che sono e sono stati. Quindi Sophia queste bombe parlano, parlano eccome, hanno tanto da dirci su chi eravamo e chi siamo, senza forse evolvere granché; d’altronde con i rimossi funziona così.»

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