Un Anno Di Pandemia: forse la vita è come un all you can eat

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Un anno fa la vita scorreva veloce per Sophia, tanto veloce che spesso le capitava di avvertire un’agitazione fortissima rispetto a tutte le cose da fare e agli impegni da seguire: chat in cui si accumulavano messaggi, appuntamenti da incastrare per i gruppi di lavoro, per le autogestioni, per cazzeggiare, e poi le assemblee, lo sport, i sabati sera, le verifiche e le interrogazioni. A volte di fronte a tutto questo si chiedeva se stesse investendo bene il suo tempo e la domanda delle domande piombava su di lei aumentando il ritmo del cuore: «Sto facendo le scelte giuste?» Da questa domanda partiva un controllo ansiogeno di vari fattori “Cosa faccio” – “con chi sto” – “chi mi piace” – “cosa so veramente fare” – “dove sarò tra 10 anni” – “se quella volta avessi dato retta ora forse non dovrei mentire” – “perché questo insiste tanto” – “forse dovrei rispondergli e vedere cosa succede” – “i miei amici sono sinceri con me?” – “perché non mi ha più scritto”- “ma quella volta mi avrà salutato o no?” – “questa gente mi interessa davvero?” – “chissà se tutte le cose che sono costretta a studiare mi serviranno” … poi d’improvviso qualcosa, qualcuno, una distrazione e si ricominciava a rincorrere il tempo e le occasioni e le possibilità, tra la voglia di arrivare alla fine di tutte queste turbe mentali e quella di non smettere di sentirsi così viva. 

Un anno fa la vita scorreva veloce, poi d’improvviso, sul più bello forse (si è sempre sul più bello quando si vive in un turbine), tutto si è fermato di un colpo. Una domenica di febbraio, dopo aver sentito parlare del Coronavirus diffusosi in Cina da inizio anno, dopo averlo visto arrivare in Italia e isolare nel laboratorio dell’istituto Spallanzani, dopo aver sentito moltissime rassicurazioni sul fatto che non sarebbe arrivato in Europa, nel pomeriggio arrivava la notizia che le scuole sarebbero rimaste chiuse per qualche giorno, poi i giorni sono diventati settimane, poi mesi (i mesi diventeranno anni?). Un anno fa la vita scorreva veloce, poi il brusco stop ha regalato tempo in più a disposizione per i libri, per il riposo, il silenzio e i pensieri; ha la fortuna di vivere in una famiglia che non se la passa affatto male, i suoi hanno continuato a lavorare, la loro casa è abbastanza grande e ognuno ha trovato i suoi spazi; tutte queste cose non sono scontate e Sophia lo sa, la circondano persone così diverse tra loro che non potrebbe ignorarlo. In quei mesi molte cose sono successe comunque e hanno risvegliato il suo interesse, di certo non è stata la DAD a fare questo miracolo, ma ad esempio l’esplosione del movimento Black Lives Matter ha sancito il ritorno in piazza e l’inizio di tante riflessioni sul razzismo diffuso nella cultura occidentale. Oppure la scarcerazione di Silvia Romano in Kenia e il carcere per Nicoletta Dosio le avevano permesso di accorgersi di quanto in Italia sia diffusa l’islamofobia e di scoprire da zero l’esistenza del Movimento No-Tav

Black Lives Matter

Nel mese di maggio del 2020, dall’uccisione immotivata di una persona appartenente alla comunità afroamericana da parte di un poliziotto, si è creata un’onda di rivendicazioni che vuole finalmente abbattere l’ingiustizia ancora presente nelle società occidentali per via del razzismo.

 

Poi c’è stata l’estate, qualche giro al mare e diverse esperienze fatte con gli amici e le amiche, ma subito dopo l’incubo della pandemia è ripiombato nella vita di tutti i giorni, da ottobre ormai sono passati altri 5 mesi in cui le rinunce sono state molte di più delle possibilità e il senso di ansia, insieme alla sensazione di star perdendo occasioni varie da tutti i punti di vista sono cresciuti sempre di più. In questi giorni di fine febbraio è impossibile non riflettere su questo anno che ha inesorabilmente intercettato tutti i piani e tutti i sogni di ognuno di noi, così Sophia affida i suoi pensieri a una pagina di diario:

Caro diario,

un anno fa la vita scorreva veloce per me, neanche mi ricordo che piani avevo per il futuro, ma di certo mi ricordo quella sensazione che ora non ho più. Non penso stia dentro un nome già esistente ma sta bene in tre parole: “tutto può succedere”. Era talmente grande e talmente vera che è successo proprio l’inaspettato, ma io con qualsiasi cosa lo avrei riempito quel “tutto può succedere” meno che con questo. A volte provo a dirmi che lamentarmi in questo modo fa schifo, proprio io che ho una casa grande e il piatto sempre pieno e i miei genitori che vanno pure d’accordo e se voglio lasciano anche che il loro tempo sia riempito dai miei stupidi, mutevoli e drammaticamente drammatici pensieri. 

Eppure io non posso farci niente se mi sento così, come se fossi rimasta fuori dal ristorante con il carrello del all you can eat gratis. Sono fuori, insieme a tutti gli altri e questo un po’ dovrebbe consolarmi, tanto che il carrello che gira che io guardo da fuori in realtà è un sogno, è il sogno di avere la realtà ancora a disposizione, una realtà che mi offre delle cose, le offre a tutti e secondo regole non identificabili ci porta a incontrarci, a ignorarci, a innamorarci, a scoprirci. Invece il rullo non va più, fermo come me che sono chiusa qui dentro da un anno e non so neanche più bene quali sono le materie che preferisco, cosa mi riesce e cosa no, cosa mi piacerebbe fare quando sarà domani, quando sarà poi, quando sarà finita, non riesco neanche a sapere come sarà questo poi. Ho smesso di aspettare, di desiderare, di immaginare tutto quello che potrò fare, troppe volte ho dovuto rifare i programmi, riadattare, ma soprattutto rinunciare e accorgermi dell’infattibilità di qualsiasi piano. Quella  frustrazione non la voglio più, come quando faccio di tutto per vincere a un gioco, mi sembra di mettere in pratica strategie infallibili e poi “bam” l’inaspettato e l’imprevisto mi lasciano in fondo tra i giocatori, in quei momenti mi viene da buttare all’aria il tabellone e vedere le pedine e i dadi rovesciarsi irrimediabilmente. Ma questa volta il tabellone è la mia vita, non c’è via di fuga, a stento posso uscire dalla porta di casa per fare un giro. 

Devo stare attenta, questi momenti mi devastano, come ora questa storia delle varianti del virus sembra far ricominciare tutto da capo, come se fosse un anno fa, come se niente potesse andare meglio. Devo stare attenta perché ogni volta sto peggio, lo vedo, lo sento, faccio una fatica mostruosa a rimettermi a posto, a sentirmi mediamente al passo con queste giornate. Ma come fare ad anestetizzare la vita, la voglia di vedere che succede se metto ciò che sono in mezzo a un qualsiasi evento? Un anno fa la vita scorreva veloce e ora non ci sono eventi in cui mettere chi sono, non succede niente. 

Sono ancora qui, fuori da un ristorante che al centro ha un mega rullo in cui passa qualsiasi tipo di cibo, ne prendi uno e non sai cosa ti perdi di tutto il resto, ma tutto si gioca così, in quell’attimo in cui infili la mano e prendi proprio quello che è lì, in quel momento, quello è l’attimo in cui sei felice e insieme vedi passare un altro bellissimo piatto, che forse avresti voluto di più, speri ripassi, ritorni, che ci sia un’altra chance; poi c’è l’attimo dopo, in cui mangi quello che hai e vedi che succede. Ma il rullo è fermo, il rullo è un sogno, solo le ragnatele lo riempiono ora, lo guardo e mi si svuota lo stomaco, mi manca l’equilibrio, che succede?

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