L’antirazzismo è faticoso

L’inizio del giugno 2020 è molto diverso dal solito, la scuola si ritrova dall’altra parte di uno schermo, anche se sta per finire comunque, piove spesso e non ci sono programmi per l’estate. In attesa della liberazione dalle videolezioni, finite le ultime interrogazioni, Sophia si riprende comunque gli spazi di libertà concessi dalla minore diffusione del virus, riscoprendo a ogni uscita che sapore ha la libertà. In uno di questi pomeriggi, dopo diversi giorni di isolamento per via dello studio, legge sulle pagine di Facebook e Instagram che c’è un gran parlare di antirazzismo, in particolare la colpisce il titolo di un articolo che scorrendo in basso le compare con queste parole: «L’antirazzismo è faticoso». Inizialmente non ci fa caso, continua a scorrere fino a quando tra le notizie e le foto dei suoi amici non incappa in un video che non riesce a non guardare: c’è un signore a terra che implora un poliziotto di lasciarlo respirare, «Please, I can’t breath» (non riesco a respirare) gli dice mentre quello tiene il ginocchio sul suo collo, «please, everything hurts» (mi fa male tutto) gli dice chiedendogli di lasciarlo, «they are going to kill me» (mi uccideranno), si dispera. Questa scena e le suppliche durano abbastanza da vedere che il poliziotto non ha paura né di fare del male, né di uccidere, tant’è che alla fine il signore steso a terra muore. 

Sophia è un parecchio sorpresa e a dir poco scossa, non si aspettava una scena del genere da un annoiato giro sui social network; si chiede se sia successo davvero, se ha davvero assistito a un omicidio in semi-diretta come se fosse una serie TV. Ebbene è quello che è successo e ora capisce come mai da altre pagine aveva letto di razzismo e antirazzismo, oltre a quella frase che non trova più, l’antirazzismo è faticoso. Per fortuna sta per raggiungere Cloto per una passeggiata tra i sentieri vicini alla città, la coincidenza è perfetta per aggiornarsi su questa storia, di cui la sua amica saprà sicuramente di più. 

Appena si incontrano Sophia tira fuori tutto, con le immagini del video ancora stampate in testa e un pugno nello stomaco che la porta a voler capire di cosa si tratta. La sua “vecchia” amica le conferma che quel signore è morto proprio così e non è neanche il primo, il suo nome è George Floyd, viveva a Minneapolis ed era andato a comprare le sigarette. Avrebbe mai potuto immaginare di stare per morire, quando è uscito di casa per un giro nel quartiere? 

Cloto cerca da subito di allargare lo sguardo su questa questione che va ben oltre l’assassinio di George Floyd e mentre il passo si affretta dopo le prime decine di metri le dice: «In America la polizia uccide i cittadini con una frequenza e un’impunità che mette più paura del video che hai appena visto. Questi cittadini non sono certamente i ricchi padri di famiglia protagonisti del sogno americano, sono piuttosto quei cittadini che non ce la fanno, che sbagliano, che sono poveri. In particolare gli afroamericani come George Floyd hanno una probabilità 4 volte maggiore ai bianchi di finire vittime di queste azioni.» [qui i dati sugli omicidi in USA negli ultimi 7 anni]

Sophia continua a camminare in silenzio, complice la fatica della salita prende tempo per pensare, sa bene che i privilegi e il classismo sono parte integrante della società in cui lei stessa vive, che il razzismo in America è realtà e che dilaga anche in Italia, questi pensieri la spaventano parecchio lasciandola in una grande confusione su cosa è possibile fare. Pensando a quando ha letto che l’antirazzismo è faticoso ricomincia a indagare chiedendo: «Tu sai cosa è successo al poliziotto che ha ucciso George Floyd?»

C: «Il poliziotto si chiama David Chauvin, aveva già delle denunce a carico per aver commesso violenza ingiustificata, è stato licenziato e all’inizio è stato accusato di omicidio colposo, come a dire che lo ha ucciso sì, ma non avrebbe voluto.»

«Beh insomma» la interrompe Sophia «Io l’ho vista la sua faccia mentre quell’uomo diceva di stare per morire!»

C: «Già, gli ha anche ripetuto per 16 volte che non riusciva a respirare» – Cloto si ferma, sta zitta al pensiero di quella scena e di quelle parole, poi riprende – «l’accusa in seguito è cambiata e ora il poliziotto è imputato per omicidio volontario. Insieme a lui sono ora in carcere gli altri 3 agenti che hanno partecipato all’intervento quel giorno, rispondendo alla chiamata del titolare del negozio in cui Floyd era andato a comprare le sigarette, diceva di aver ricevuto una banconota da 20 dollari falsa.»

Sophia tira un sospiro di sollievo, una qualche giustizia è stata fatta, ma i pensieri si tornano ad affollare e a crearle una strana confusione, quando Cloto la aggiorna sulle proteste che da più di dieci giorni imperversano in tutti gli Stati Uniti. Viene a sapere che le proteste cominciate a Minneapolis sono state inizialmente molto violente, tanto che è stato dato alle fiamme il commissariato della città, dove lavoravano i 4 agenti coinvolti; molti negozi della città sono stati danneggiati e tra la polizia e i manifestanti ci sono stati scontri molto violenti, con uso massiccio di lacrimogeni e proiettili di gomma da parte della polizia. Uno scenario di guerra le si figura in mente, ricollegando le immagini viste prima di uscire con le informazioni che ha appena ricevuto. Ripensando a quando era ancora a casa, stesa sul letto per il meritato riposo dopo l’ultima interrogazione dell’anno, le torna in mente quella frase che aveva attirato la sua attenzione che diceva l’antirazzismo è faticoso. Ha bisogno di sapere di più, in 10 giorni di cose ne saranno successe e lei è rimasta fuori da tutta questa storia per colpa della scuola; Cloto è affaticata dalla strada in salita, ma le ricapitola tutto abbastanza in fretta. Dice che le proteste violente sono state una parte di quelle verificatesi, soprattutto nei primi giorni hanno contato diversi feriti, con tanto di arresti e violenze sui giornalisti che erano lì per documentare la situazione; poi si sono moltiplicati, sia a Minneapolis che in tutti gli Stati USA, manifestazioni, cortei e sit in che hanno costretto l’opinione pubblica a farsi carico dell’ingiustizia perpetrata ai danni dell’ etnia afroamericana

Sophia a questo punto pensa che sembra esserci in atto una vera rivoluzione, tanto che si parla più di razzismo che di Covid-19. Cloto è molto presa dai racconti, si vede che ha seguito la situazione passo passo nelle ultime settimane e con la scusa di rispondere alle domande sfoga un po’ di rabbia e rimette in ordine le informazioni che ha collezionato. Continuando l’aggiornamento, noncurante del paesaggio sulle colline che si è aperto sulla loro strada, le fa: «non sai quanti hanno detto che la violenza è scandalosa, che questi manifestanti stavano distruggendo una cittadina con un futuro di crescita all’orizzonte e possibilità per tutti e bla bla bla», quando riporta i pensieri che non le piacciono fa sempre così, conclude con “bla bla bla” e gli occhi che roteano, a Sophia fa sempre sorridere. Il motivo per cui è tanto arrabbiata è legato a quello che uno studio ha definito il fenomeno del “paradigma della protesta”, tale per cui il modo in cui la protesta viene raccontata contribuisce al mantenimento dello status quo. Concentrandosi sui danni fatti ai negozi e alle strutture della città, in particolare a Minneapolis, i giornali hanno indirizzato un certo tipo di opinioni pronte a schierarsi contro la violenza; in questo modo le rivendicazioni e le proposte dei manifestanti sono passate in secondo piano nei primi giorni, senza la possibilità di avere il sostegno dell’opinione pubblica.  

C: «Io personalmente appena ho visto le immagini degli incendi e dei lacrimogeni agli incroci e dei feriti mi sono detta: “da dove arriva tutta questa rabbia?” Mi è bastato fare una ricerca rapida per scoprire che quello di George Floyd è il quinto omicidio dal 2018 in cui è coinvolta la polizia a Minneapolis. Quasi tutti questi omicidi riguardavano cittadini neri, l’unica condanna è stata ai danni di un poliziotto nero che aveva sparato a una donna bianca australiana. Mi chiedo, a proposito della violenza, perché non fare un bilancio tra i danni ai beni materiali e quelli agli esseri umani. Mi sembra ovvio a quale dei due bisogna dare più importanza e la maggior parte delle violenze ai danni degli esseri umani sono state fatte dalla polizia, che ha ucciso un uomo e ferito centinaia di manifestanti, trascinandoli in una guerra in cui invece di proteggerli li minaccia.»

Sophia ha ascoltato tutto con molta attenzione e inizia a pensare che avere un’opinione su questa vicenda è davvero difficile, se ne parla un sacco, se ne parla forse troppo, a volte se ne parla male, se non fosse stato per questo suo casuale scollegarsi dal mondo chissà che giri sulle montagne russe avrebbe fatto la sua opinione tra una notizia e l’altra. Sembra faticoso arrivare a capirsi quanto l’antirazzismo, ad esempio quando c’è di mezzo la violenza Sophia non sa mai bene da che parte stare, sa che è sbagliata e ha avuto la fortuna di non subirla mai, ma a volte le sembra che sia la reazione a qualcosa che non si vede, ma che lavora giorno dopo giorno, goccia a goccia, come una tortura cinese su qualcuno che presto o tardi, non appena può, reagisce.

Come se le stesse leggendo nel pensiero Cloto riprende: «Bisogna capire che questa violenza arriva da una violenza molto più potente che è strutturale: è la violenza con cui le istituzioni opprimono un gruppo di persone. Le discriminazioni che vivono gli afroamericani sono quotidiane, sono iniziate 4 secoli fa e non sono finite! Lo schiavismo del 17° secolo è diventato segregazione razziale, privazione del diritto di voto, povertà, mancato accesso all’istruzione, al lavoro e alla sanità. Dopo le rivolte e i successi ottenuti negli anni Settanta si è pensato che fossimo a posto così, tutti uguali e fine del razzismo; ma basta guardare i dati sulle percentuali di occupazione dei neri, sulla percentuale di povertà e anche sul rischio di ammalarsi, per accorgersi che non è così. Ancora oggi i neri vivono discriminazioni nell’alloggio, nell’istruzione, nell’impiego che si basa solo sul colore della loro pelle.» (vedi i dati qui

La fine del percorso e l’arrivo sul punto più alto del colle lascia spazio a un lungo silenzio tra Cloto e Sophia, rispettivamente affaticate dallo sfogo e dalle tante parole spese nel cammino e dai molti pensieri che affollano la mente. A rompere il silenzio è il ritorno di quella frase che Sophia ripropone: «Ho letto che  l’antirazzismo è faticoso, ma cosa vuol dire secondo te?»

Cloto ci pensa un po’ su, tante cose le vengono in mente, ma decide di partire da una molto particolare: «Mi sembra che per parlare di quanto è faticoso l’antirazzismo possiamo partire da un episodio di un cinque o sei anni fa. Ero in piazza a leggere il giornale e a passare il tempo come faccio spesso, succede che si siede di fianco a me un nero. Dopo poco capita che iniziamo a chiacchierare, ci presentiamo, scopro che si chiama Moussa. A un certo punto, dopo avermi ascoltato parlare di non so bene cosa, inizia a farmi delle domande che lo portano dritto dritto alla conclusione che io sono razzista.»

S: «Come??? Razzista tu? Ma deve proprio aver sbagliato persona!»

C: «Ovviamente non mi ha insultato, anzi sentirmi dare della razzista mi ha scosso in un modo tale che niente è stato più come prima. Io mi sentivo così, come mi vedi tu, tutt’altro che razzista; e invece quel ragazzo mi ha dimostrato una cosa che io non avevo mai realizzato e che mi ha richiesto una grossa fatica personale. Sì  l’antirazzismo è faticoso Sophia; fino a due anni fa, chiunque mi avesse chiesto se io ritenessi che esista una gerarchia tra le razze, avrebbe ricevuto in risposta un “No” e tante belle parole su quanto sarebbe più giusto evitare discriminazioni su base etnica. Beh, nel bel mezzo dei miei discorsi questo ragazzo mi dice:  “questo modo di essere antirazzisti è un modo per stare comodi nel privilegio bianco”. Ricordo ancora le sue parole.»

S: «E tu come hai reagito?»

C: «Io ero immobile, mi sono sentita addosso tutto l’odio che Moussa ha per il privilegio bianco, che in quel momento ero io, davanti a lui. Mi ha detto che lui lo sa come ci parlano a scuola delle persone come lui, del continente da cui provengono e della storia del mondo; dopo la scuola ce ne parlano all’università e sul lavoro e alla TV, basandosi su un assunto che nessuno dice mai, ma che è ovunque: i bianchi sono migliori; i neri sono affamati, poveri, bisognosi, analfabeti, criminali, stupidi, puzzolenti.»

S: «Ma io non ho mai sentito nessuno definirli così!»

C: «Certo, ci credo, ma se ti parlo di una persona nera ti vengono in mente prima situazioni come quelle che ho elencato, tali per cui vengono aiutati o giudicati, o ti viene in mente altro? Solo facendo parlare le persone che subiscono il nostro sguardo e la nostra discriminazione ci accorgiamo di quale sia la loro esperienza. Realizziamo così che come esseri umani veniamo approvati o disapprovati per un colore della pelle che nessuno sceglie, né in un caso né nell’altro.» 

S: «Quindi pensi che aveva ragione Moussa?»

C: «Io penso di sì. Mi è sembrato inizialmente assurdo ma è così; mi sono  ritrovata ad essere razzista, in una parte di me inaccettabile ma radicata, messa a nudo da un incontro casuale in un pomeriggio qualsiasi. Ho scoperto così che l’antirazzismo è faticoso e la fatica comincia quando ci accorgiamo che siamo razzisti, perché abbiamo un privilegio attaccato alla pelle che agisce quotidianamente e noi non ci scomodiamo di vedere che effetti provoca. Noi bianchi siamo figli della storia di un’Europa che ha deportato africani in America per schiavizzarli e ha colonizzato il continente africano privandolo di risorse per secoli. Questa storia agisce su di noi, anche a distanza di molto tempo, facendoci sentire migliori, ma senza farci pensare che abbiamo inventato la differenza tra le razze creando un privilegio al quale non vogliamo rinunciare.»

S: «Non so se questa cosa riguarda anche me sinceramente, ci devo pensare, finirà che sono razzista anche io? Ora come ora continuo a chiedermi cosa possiamo fare per diffondere l’antirazzismo.»

C: « Prima di tutto dobbiamo iniziare ad ascoltare, scendendo dal piedistallo dal quale divulghiamo le nostre false verità, ecco come l’antirazzismo è faticoso. Da quello stesso piedistallo elargivamo premi e punizioni a neri meritevoli o criminali, in molti dei nostri pensieri. Solo se scendiamo smettiamo di saperla lunga e iniziamo a imparare una lezione che non finirà in poco tempo, da una nuova prospettiva. Da lì possiamo vedere che prima di chiedere non-violenza dobbiamo contribuire a dare giustizia, perché fino a quando il sistema democratico occidentale che chiede pace e non-violenza non dà giustizia, non avremo la pace. Fino a quando lo stesso sistema ignora migliaia di morti annegati in mare perché pensa che la vita di un nero valga molto meno di quella di un bianco, non avremo la pace. Non la avremo prima di tutto dentro di noi, se siamo antirazzisti.»

NDR: La frase riportata nel cartello in foto è di Martin Luther King, leader dei movimenti per i diritti civili degli afroamericani. Tradotta dall’inglese significa «la rivolta è la voce di chi non è ascoltato».