Cosa c'è da festeggiare al Pride

Cosa c’è da festeggiare al Pride?

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È giugno e un pomeriggio in casa con aria condizionata, buona compagnia e chiacchiere interessanti è uno dei rimedi migliori al caldo in città. Sophia è rimasta da Cloto, la sua “amica senza età”, come lei ama chiamarla, ma di quella età che i capelli sono imbiancati dal tempo. Dopo pranzo sono sedute sul divano a bere il caffè e Sophia le racconta di un’interessante esperienza accaduta qualche giorno prima: stanca di sentire e leggere battute poco simpatiche sulla manifestazione che si tiene ogni anno a fine giugno in tutto il mondo, ha fatto nelle stories di Instagram una domanda per vedere cosa ne pensa le gente, così ha chiesto: “cosa c’è da festeggiare al Pride?”. 

«Ma come mai» – le chiede Cloto – «hai fatto proprio questa domanda?»

S: «Già lo scorso anno sono stata sommersa da pensieri contrastanti riguardo alla manifestazione, io volevo andarci ma alcuni miei compagni di classe e amici di amici hanno iniziato a prendermi in giro. Per non parlare del padre di Carlotta che mi era un sacco simpatico fino a quando un giorno, a tavola, ha iniziato a dire che “se i gay vogliono più diritti non li otterranno di certo con queste manifestazioni in cui ostentano le loro trasgressioni”. Io gli avevo detto che la trovavo una bellissima festa e che sarebbe stato divertente, ma lui mi aveva interrotto chiedendomi “ma cosa c’è da festeggiare al Pride?”»

A questo punto Sophia, inaspettatamente, tira fuori dallo zaino una lista che ha scritto proprio la sera in cui il padre di Carlotta le ha fatto quella domanda, così un po’ per gioco un po’ per non trovarsi più impreparata di fronte a queste domande. Il titolo della lista che Cloto si trova tra le mani è “I MOTIVI PER CUI VALE LA PENA DARE UNA FESTA” e nell’elenco figurano:

Compleanno 
Buona pagella
Esame andato bene
Riti liturgici vari (prima comunione, cresima, matrimonio)
Laurea
Ritorno di un amic* da lontano
Guarigioni
Promozioni
LA FELICITÀ

Cloto sorride, con questa lista stropicciata davanti e la faccia provocatoria di Sophia che spunta da dietro, «quanto sono belle le nostre “feste della felicità”?» le dice Sophia compiaciuta di aver inserito la principale motivazione che la spinge a far festa, fin da quando Cloto ha introdotto nella sua giovane vita di bambina il rito della “festa della felicità”. Ogni volta si festeggia in maniera diversa e, con gli anni, le mangiate di nutella si sono trasformate in musica alta e salti sul divano e poi il Sushi, pizze all you can eat e maratone di serie tv. Niente di speciale, solo il giusto riconoscimento e un rito imperdibile per celebrare i momenti in cui nella vita ti va tutto bene e senti quella fuggevole ed eterea sensazione di felicità, «da prendere e infilare nei ricordi, per sapere dove andarla a cercare», così le aveva insegnato Cloto. 

Tra le risate e i ricordi delle ultime simboliche “feste della felicità” a Cloto torna in mente una curiosità insoddisfatta: «si può sapere cosa hanno risposto su Instagram alla tua domanda “cosa c’è da festeggiare al Pride?”»

 

1) Educazione sessuale ed affettiva, perché sì?

Sophia si incupisce, abbassa lo sguardo e dice: «Non so se vuoi saperlo, il mio esperimento non è andato tanto bene. Le risposte le ho tenute tutte private perché la gente ha detto delle cose che definirei irrilevanti, offensive e comunque lontane dal motivo per cui avevo fatto quella domanda. In sostanza le risposte che ho ricevuto sono lo specchio di quello che succede continuamente tra di noi, in classe e quando usciamo. “Frocio” è una delle offese che più fa ridere i miei amici, la paura di essere lesbiche attraversa tutte le ragazze, che quanto più stanno bene tra di loro tanto più vengono additate così dagli altri, con questa insinuazione che suona come un’accusa. In effetti, se non conoscessi persone che hanno avuto esperienze omosessuali o che sono omosessuali penserei anche io che non c’è niente da festeggiare al Pride.»

C: «Tu sei decisamente fortunata a conoscere queste persone, ma non c’è proprio speranza che vi parlino di queste cose a scuola?»

L’educazione sessuale ed affettiva contribuisce allo sviluppo della persona e serve a instaurare relazioni rispettose ed appaganti. Accedervi è un diritto, ma non va scambiata con l’educazione alla salute e alla contraccezione, questi sono solo alcuni dei temi di cui si occupa l’educazione sessuale.

Da decenni Cloto spera che a scuola si parli di sessualità e ci si occupi sistematicamente di educazione sessuale ed affettiva, ma non era così nel passato e ancora oggi solo in alcuni sporadici casi vengono introdotti dei laboratori a discrezione del Dirigente scolastico. L’Italia è tra i 6 paesi dell’Unione Europea a non avere l’educazione sessuale obbligatoria a scuola, mentre l’ONU riconosce l’accesso all’educazione sessuale come uno dei diritti umani fondamentali. Secondo quanto stabilito da questa decisione ogni individuo ha il diritto di avere accesso alle informazioni che riguardano il proprio corpo, non solo dal punto di vista biologico e anatomico, ma anche del piacere proprio e dell’altra persona. Una guida alla scoperta di ciò che ci piace e alla relazione rispettosa con il corpo dell’altro, lasciando spazio alle sensazioni dei ragazzi e delle ragazze fuori da ogni pregiudizio, toglierebbe probabilmente la parola “frocio” dalle offese più diffuse e dalle battute più divertenti. 

«Tu dici che l’educazione sessuale a scuola cambierebbe qualcosa?»-chiede Sophia un po’ stupita dalla domanda precedente – «io vedo solo che imbarazzo a parlare di tutto tra i miei coetanei.» A vedere i suoi coetanei per quello che sono non riesce ad immaginarli diversi Sophia, ma il possibile prende forma quando ascolta Cloto suggerire: «Immagina un’educazione sessuale a partire dalle domande di chi partecipa, un’educazione sessuale che è educazione all’affettività e sentimentale, in cui ognuno chiede ciò che non ha mai osato chiedere e impara a lasciarsi andare senza imbarazzo, impara a rispettare sé stesso e gli altri, per ciò che sentono e ciò che gli piace; non pensi che possa nascere la felicità da momenti del genere? Voi studenti dovete iniziare a pretendere un’educazione sessuale ed affettiva libera: ci sono standard europei che l’Italia non rispetta, che riguardano la tutela dei diritti sessuali per tutti e tutte passando per la parità di genere, il benessere nel piacere sessuale, le scelte riproduttive, la lotta contro la violenza di genere. A parte i dati che parlano di quanto l’educazione sessuale incida sulla diminuzione di gravidanze in adolescenza e di malattie sessualmente trasmissibili, solo scoprendosi e conoscendosi fino in fondo si può essere felici e solo accorgendosi che c’è una grande gamma di possibilità nel relazionarsi con l’altro si può rispettare la felicità altrui. Insomma è come se all’improvviso finissi in una pizzeria che ha nel menù tutti i gusti del mondo e qualcuno ti guidasse alla scoperta di quello che ti fa impazzire, faresti piacevoli scoperte e ti accorgeresti che in pochi avete gli stessi identici gusti. In un’esperienza così impari a rispettare te stesso e gli altri, non è meglio che stare davanti al solito menù striminzito ad ordinare una margherita, senza sapere se è davvero la tua preferita?»

 

2) Cosa c’è da festeggiare al Pride

Sophia è molto coinvolta dalla discussione ed è pronta a ribattere: «Ho capito dove vuoi arrivare, vuoi spiegare cosa c’è da festeggiare al Pride, ma ti assicuro che il papà di Carlotta ti direbbe 1 (e alza il pollice per far partire l’elenco) “che se tutti dovessimo fare una festa perché siamo orgogliosi della nostra identità e della nostra autenticità non si finirebbe più”, 2 (e parte il secondo dito) “che andare in giro nudi non porta a niente se non alla maggiore malsopportazione dei più!” E tu cosa gli diresti?»

C: «Io? Io prima di tutto lo inviterei a fare tutte le “feste della felicità” che vuole per ogni volta che è orgoglioso di se stesso, che fanno bene di certo pure a lui; poi gli spiegherei che se fossimo tutti ugualmente liberi di scegliere con chi stare, senza che nessuno venga a giudicare le nostre scelte, senza che nessuno pensi di offendere gli altri dicendogli “frocio” o “lesbica schifosa”, avrebbe ragione lui. Ma siccome evidentemente non è così, festeggiare per la gioia di essersi scoperti, di perseguire la propria felicità, di vivere con autenticità, nonostante molte persone ti offendano per gli stessi motivi è il minimo, non trovi?» Cloto si interrompe per andare in cucina a prendere la limonata che è rimasta in fresco; nel frattempo Sophia sul divano riguarda la sua lista e tante domande le vengono in mente quando si immedesima in chi è omosessuale oggi come ieri. Deve essere un po’ faticoso essere completamente se stessi e sentirsi dire che “va bene, ma è meglio se lo fai di nascosto”, come se la tua presenza disturbasse, come se i tuoi baci fossero più indecenti di quelli che invece vengono definiti romantici, tra le coppie eterossessuali agli angoli delle strade. In questa visione realisticamente cupa viene proprio da chiedersi cosa c’è da festeggiare al Pride, pensa Sophia… per fortuna Cloto è di ritorno e intercetta quello sguardo imbronciato perso nel vuoto. Sa bene che l’argomento è delicato, che può portare tanta gioia come tanta tristezza e per Sophia, che si fa sempre tante domande e si immedesima negli altri ogni volta, diventa un esperimento per un suo futuro immaginario; perché è proprio lì che si trova, lei, tra i 100 bivi che possono portarla ad essere qualsiasi cosa. 

È così che le chiede spontaneamente, posando la brocca di limonata sul tavolino di legno, «a cosa stai pensando?» La risposta arriva subito, mentre lo sguardo è ancora perso a fissare un punto imprecisato della stanza: «che ci vuole tanto coraggio ad essere felici, altro che no, e avevo ragione a voler andare a quella festa per tutte le volte che ci sono andata, perché mi accorgo solo ora che ho partecipato alla più grande “festa della felicità” di sempre, di quelle che invadono le strade giustamente, perché sono una liberazione dallo sguardo degli altri, dal giudizio degli altri, dalla violenza delle offese, dalle aspettative di molti. Una festa così non può che essere colorata, trasgressiva, eccezionale, perché per un mese l’anno queste persone sono tante, insieme, in mezzo alle strade e possono non aver paura di essere giudicate, aggredite, umiliate. E ti dirò di più, penso faccia bene a tutti partecipare, per celebrare il loro coraggio e farli sentire sempre meno soli.» (qui i dati di una recente indagine in Italia sulle discriminazioni)

«Eccoci qua» dice Cloto felice del fatto che Sophia si sia concentrata sull’aspetto migliore della questione, quello del fare e non del subire, e abbia finalmente trovato la risposta alla domanda tanto diffusa “cosa c’è da festeggiare al Pride?”; così continua: «e pensi che la “festa della felicità” di una persona eterosessuale, sulle cui scelte nessuno discute, nessuno pretende di dire che “è solo una fase”, che non viene cacciata di casa per via della sua relazione, che non viene picchiata per strada per la persona con cui si accompagna o per come ha scelto di vestirsi, che insomma non appartiene a una categoria discriminata, sia uguale a quella di chi festeggia l’orgoglio di non aver avuto paura di essere sé stesso?» La domanda di Cloto è retorica, Sophia sa che la risposta è no, che chi scende in strada a dire «io non ho avuto paura di essere felice» si diverte e festeggia ed è libero di farlo come crede, in quel mese all’anno, in quel giorno all’anno, insieme a tutti quelli che come lui/lei si trovano lì e non fanno male a nessuno. Reagire all’ingiustizia di essere discriminati e oppressi ballando e cantando non è poi così grave, a pensarci, e al papà di Carlotta di turno che chiede “cosa c’è da festeggiare al Pride?” bisognerebbe domandare se gli è mai stato impedito di essere sé stesso e cosa avrebbe fatto in tal caso. 

 

3) I diritti e la legge sull’omolesbobitransfobia in Italia

«Molte persone non sono abituate ad accorgersi di come si sentono gli altri, così trovano più semplice giudicare e additare quello che fanno, soprattutto quando escono da ciò che riguarda la maggioranza e che è considerato “normale”.» Cloto commenta ad alta voce la faccenda, che circa ogni anno nel mese del Pride si ripropone uguale, in un dibattito eterno su cosa dovrebbero o non dovrebbero fare le persone che vivono a loro modo la loro esperienza, che esiste, così com’è, e non deve spiegazioni a nessuno. Sophia ripensa a quante volte ha sentito dire che gli omosessuali hanno fin troppi diritti, col fare scocciato di chi vorrebbe non ne avessero neanche uno e chiede «Ma tu cosa ne pensi del DDl Zan?» Cloto risponde di scatto: «E cosa devo pensare? Che siamo in ritardo di 30 anni, il più in ritardo dei Paesi dell’Europa occidentale!»

Cloto aiuta Sophia a fare chiarezza sui diritti che effettivamente hanno le persone omosessuali in Italia, che lavorano e contribuiscono alla collettività tanto quanto le altre, con la differenza che spesso sentono di doversi nascondere, ai colloqui di lavoro, con i colleghi, per strada, nei bar, al ristorante, eppure vivono, amano, stringono legami, come tutti. Le spiega che in Italia le persone omosessuali possono sposarsi solo dal 2016, ma con differenti tutele e differenti obblighi rispetto alle coppie eterosessuali (vedi differenza con unioni civili); se desiderano riprodursi, devono andare all’estero dove è possibile fare la fecondazione assistita o gestazione per altri (ci vogliono diverse migliaia di euro). I figli di queste coppie sono considerati figli di uno solo dei genitori, quello biologico, mentre l’altra persona che ama questi figli, li cresce, li accudisce, è un papà o una mamma, tuttavia formalmente non è nessuno, neanche un parente lontano e non ha il diritto di adottarli (vedi step child adoption). Soprattutto, in Italia le persone omosessuali vengono spesso aggredite, offese, umiliate, discriminate, ma non esiste un modo per denunciare queste aggressioni e vedere riconosciuta la discriminazione dovuta all’omosessualità.

Dopo questa panoramica Cloto arriva al punto: «Il DDL Zan potrebbe cambiare almeno una di queste cose, è una legge che aggiunge l’aggravante di omofobia per le aggressioni e i crimini d’odio. In sostanza, la legge proposta da Zan prevede che le aggressioni rivolte a persone omosessuali o non cisgender vengano punite dal codice penale con un’aggravante, come per le aggressioni dovute a motivi religiosi o etnici (vedi Legge Mancino). In realtà, la legge tutela anche eventuali persone eterosessuali aggredite per il loro orientamento, ma mi sento di dire che le denunce sarebbero quasi pari a zero. Se la legge passa si prende atto ufficialmente che le persone omosessuali vanno tutelate perché a loro succedono cose che agli eterosessuali non succedono, come gli insulti e la paura di parlare di sé in famiglia e al lavoro e in strada; hai mai sentito qualcuno usare “etero” come un’offesa?» 

Sophia sorride, quasi quasi preferirebbe rispondere di sì, ma non è questo che succede nella realtà, dove le persone eterosessuali non vengono discriminate per il loro orientamento sessuale, ma spesso si chiedono cosa c’è da festeggiare al Pride, dal punto di vista di chi fa con serenità ciò che ad altri costa una lotta quotidiana. «Perché per alcuni deve essere così difficile essere felici?» chiede alla fine Sophia con un po’ di magone.

 «Non so perché» le risponde «ma so che amarsi e lasciarsi amare è l’impresa più coraggiosa di tutte: chi si ama troverà sempre qualcuno ad amarlo. Se ti ami per ciò che sei, non c’è festa della felicità più grande che tu possa fare, a quel punto le tristezze si rimpiccioliscono quasi fino a sparire e scendi in strada tutto colorato, pieno di vita e pronto a sorridere a tutti, anche a quelli che ti vorrebbero diverso.»

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