Platone elabora la dottrina delle idee

Platone parte seconda: la dottrina delle idee

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In seguito ad un primo periodo  trascorso a diffondere gli insegnamenti del maestro Socrate, Platone elabora la dottrina delle idee. Egli ha infatti bisogno di dimostrare l’infondatezza della cultura sofistica diffusasi nell’Atene del V secolo, tale da negare l’esistenza di una verità assoluta; la diffusione dell’arte retorica e della tecnica eristica, accompagnate dal relativismo e dal fenomenismo della dottrina sofistica [vedi qui], erano causa a suo avviso della degenerazione dei costumi della città. Per questo Platone decide di dedicarsi all’insegnamento della filosofia abbandonando l’idea della carriera politica [vedi la vita di Platone], e si accorge presto che per sconfiggere il relativismo dei sofisti è necessaria una teoria forte su cui basare il discorso sulla verità. Per questo Platone elabora la dottrina delle idee , una teoria che va ben oltre quanto insegnato da Socrate e per la quale Platone è oggetto di studi e interpretazioni da molti secoli; difatti, nel suo separare il mondo dell’apparenza dal mondo delle idee, creando la distinzione tra reale e ideale, Platone rivoluziona il pensiero occidentale in modo irreversibile. 

I dialoghi della maturità o del secondo periodo sono quelli in cui Platone elabora la dottrina delle idee, essi sono 5: Menone, Fedone, Fedro, Convito, Repubblica. La dottrina delle idee non è inserita in uno solo di questi dialoghi, ma emerge in diverse forme e li attraversa orizzontalmente mostrando:

  • l’esistenza del mondo delle idee
  • il rapporto tra le idee e le cose
  • la conoscenza del mondo delle cose e del mondo delle idee
  • come conosciamo le idee
  • in che modo il mondo delle idee influenza la creazione di una società giusta

1. Le idee e il mondo delle idee

La teoria delle idee nasce in Platone a partire da un elemento introdotto dal suo maestro Socrate: egli ricercava infatti la verità nel concetto, rifiutando di definire i valori umani con delle loro esemplificazioni (es.: il coraggio non si può definire con esempi di comportamenti coraggiosi). Questo concetto era ricercato a partire dalla domanda “che cos’è” (in greco tì ésti), e la sua conoscenza corrispondeva alla scienza (episteme, sophia) [vedi qui Socrate]. Da questo punto di partenza Platone elabora la dottrina delle idee in questo modo: essendo convinto che ciò che conosciamo, cioè il pensiero/concetto nella nostra mente, è riflesso di qualcosa che esiste nella realtà (vedi realismo gnoseologico), giunge a chiedersi cosa corrisponda al concetto nel mondo reale.  Molti degli interlocutori di Socrate, nei dialoghi del primo periodo, erano caduti nell’errore di rispondere citando esempi del concetto che non corrispondevano mai al concetto stesso, perché il concetto è l’universale che contiene tutte le cose particolari; ma Platone sa che non può trovare nel mondo dell’esperienza ciò che corrisponde all’universale, che definisce l’essenza delle cose. Giunge così a pensare che l’oggetto proprio della conoscenza, di cui il concetto è un riflesso in quanto pensiero dell’esistente, siano entità immutabili e perfette che esistono autonomamente dal mondo dell’esperienza, in un luogo chiamato “iperuranio” (letteralmente “al di là del cielo”): le idee. Queste idee sono ciò che il concetto conosce, di cui è riflesso, dunque esse esistono: Platone parla infatti delle idee come ousía, cioè una sostanza o realtà autonoma con caratteristiche strutturali diverse dalle cose del mondo che conosciamo con l’esperienza. 

Ricapitolando come Platone elabora la dottrina delle idee, vediamo di seguito i tre step: CONOSCENZA/SCIENZA = possesso del concetto → CONCETTO = contenuto mentale che riflette qualcosa che esiste → IDEA = ciò che corrisponde al contenuto mentale


Una volta stabilita l’esistenza delle idee, Platone si trova a dover specificare qual è il rapporto tra le idee e le cose: sintetizzando si può dire che secondo la dottrina delle idee le cose del mondo imitano la perfezione delle idee (mimesi), partecipano all’esistenza delle idee perché le idee sono l’universale che contiene tutti i particolari (metessi), e contengono le idee avendone alcuni degli attributi (parousìa). Sebbene idee e cose siano distinte e appartengano a due mondi diversi, con caratteristiche ontologiche differenti, il loro rapporto è strettissimo ed è duplice: causale e gnoseologico. Nel giudicare le cose del mondo facciamo riferimento alle idee (azione giusta in base all’idea di Giustizia), che figurano come criterio di giudizio delle cose (rapporto gnoseologico); inoltre, le cose che esistono sono a immagine delle idee perfette e astratte (la mia casa è realtà particolare a immagine dell’Idea di casa), per cui le cose non esisterebbero senza le idee (rapporto causale).

2. L’uomo e la conoscenza secondo la dottrina delle idee

Nel momento in cui Platone elabora la dottrina delle idee compie una separazione tra il mondo materiale e il mondo delle idee, che si trova oltre il cielo, tale da sconvolgere tutti gli assunti della filosofia precedente e da condizionare il pensiero occidentale per sempre. Analizzando i gradi di conoscenza che Platone teorizza rispetto alla conoscenza delle cose e alla conoscenza delle idee, si vede infatti che il mondo delle idee sembra avere una consistenza ontologica maggiore, cioè che le idee esistono di più delle cose e che la realtà in cui viviamo la nostra vita è potenzialmente un sogno, altra faccia di una vita più autentica, lontana da quello che crediamo essere la realtà. Questa idea sembra a primo achito del tutto insensata, ma studiando la filosofia ci si può accorgere della sua fondatezza, nonostante sia difficile da accettare; essa risulta inoltre di grande ispirazione per le teorie filosofiche legate alla diffusione del cristianesimo [vedi filosofia cristiana]. 

Per spiegare la conoscenza dell’uomo di questi due mondi, nel libro VI della Repubblica Platone ci propone la teoria della linea, che rappresenta la completa formulazione della sua teoria della conoscenza. Alla base di questa teoria si trova per l’appunto la sostanziale e insanabile differenza tra il mondo sensibile oggetto di opinione e il mondo intelligibile o mondo delle idee oggetto di verità. Questi due gradi di conoscenza sono articolati in ulteriori due stadi, dividendo la linea già spezzata a metà in 4 parti.

  1. OPINIONE (doxa) conoscenza del mondo sensibile

1.1 IMMAGINAZIONE (eikasia) conoscenza della manifestazione degli oggetti visibili tramite ombre, riflessi, illusioni ottiche, proiezioni.

1.2 CREDENZA (pistis) conoscenza degli oggetti veri e propri cioè le cose, gli animali, gli elementi naturali, gli altri uomini…

  1. SCIENZA (episteme) conoscenza del mondo delle idee

2.1 RAGIONE DISCORSIVA (dianoia) conoscenza delle idee matematiche e delle verità raggiunte per astrazione (la geometria e le scienze)

2.2 INTELLEZIONE (noesis) conoscenza delle idee valori, raggiunte per mezzo dell’intuizione e della filosofia

In questa teoria l’ultimo dei 4 stadi è il più alto, è la conoscenza che giunge alla verità, direttamente alle idee; difatti per quanto la ragione discorsiva astragga dal mondo sensibile, lo usa comunque come punto di partenza (il punto, la linea ecc.) per giungere a ipotesi astratte indimostrabili secondo Platone. La conoscenza raggiunta dalla filosofia è invece quella che giunge ai principi supremi: le idee del Bene, della Giustizia che hanno riscontro nei problemi dell’uomo e della città. 

Quando Platone elabora la dottrina delle idee vuole giungere alla teorizzazione di una verità assoluta e con grande originalità riesce a farlo immaginando qualcosa che sfugga completamente, stando addirittura in un altro luogo, all’imperfezione del mondo sensibile in cui tutto è dicibile e in cui il relativismo sofistico non risulta ancora sconfitto. Ma se il mondo delle idee è così lontano dal mondo sensibile per la sua diversità, resta da capire come l’uomo possa conoscerlo senza compiere alcun viaggio nell’iperuranio. Nei tre dialoghi Menone, Fedone, Fedro si trovano le argomentazioni che nell’insieme danno consistenza alla teoria della conoscenza delle idee. Il presupposto di tale teoria è nell’immortalità dell’anima, già assunta dalla credenza orfico-pitagorica della metempsicosi o trasmigrazione delle anime; sulla base di questo presupposto si può pensare che l’anima viva nel mondo delle idee prima di calarsi nel corpo che ha vita nel mondo sensibile. Una volta discesa nel mondo sensibile, l’anima conserva un ricordo sopito di ciò che ha veduto, che si risveglia via via che si fa esperienza delle cose, delle verità e dei valori cui corrispondono le idee nell’iperuranio. Per questo Platone afferma che “conoscere è ricordare”, dando alla sua gnoseologia il carattere di innatismo, sostenendo cioè che l’uomo possiede delle conoscenze connaturate all’intelletto, che non hanno bisogno di esperienza sensibile per nascere. In questo modo la maieutica di Socrate subisce una radicalizzazione metafisica, poiché ciò che viene “tirato fuori” è una verità assoluta e incontrovertibile, realmente situata nell’uomo come riflesso di idee perfette.  

A proposito dell’anima e del suo rapportarsi alle idee, Platone elabora la dottrina delle idee pensando a una forza che la conduce a conoscerele; non solo il ricordo dunque, ma anche una forza che spinge e attrae l’anima verso le idee: essa è l’amore. Nei dialoghi Convito e Fedro, si parla rispettivamente dell’oggetto di amore, individuato nella bellezza, e dell’amore come aspirazione alla bellezza che conduce alle idee. L’amore è descritto come una spinta rivolta a qualcosa che non si possiede, ma di cui si sente il bisogno, a un bene che rende felici individuato da Platone nella bellezza. Dalla bellezza del corpo nata nel mondo sensibile l’uomo passa all’amore della bellezza corporea in generale, da questa passa alla bellezza dell’anima, poi alla bellezza delle istituzioni e poi alla bellezza delle scienze. Infine, l’amore filosofico giunge al di sopra di tutto, all’Idea di Bellezza in sé che è eterna, perfetta e sempre uguale a se stessa, fonte di ogni altra bellezza. Si vede come l’idea della bellezza ha una funzione fondamentale nel fare tra mediatrice tra l’uomo e le idee: alla sua vista nel mondo delle apparenze l’uomo risponde con amore, dando avvio al processo che può condurlo fino al mondo delle idee, cui giunge evidentemente solo il filosofo. 

3.Dal mondo delle idee alla società giusta

Dei 5 dialoghi della maturità, la Repubblica rappresenta una specie di compendio in cui Platone elabora la dottrina delle idee in modo compiuto, connettendo tutti i temi fino ad ora esposti alla teorizzazione della comunità perfetta. Come abbiamo più volte specificato, l’interesse di Platone per la pratica filosofica ha profonde radici nel contesto storico politico che egli vive in prima persona, di fronte al quale egli si era convinto che “il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per sorte divina, diventati veramente filosofi” (dalla Lettera VII). Nel dialogo Repubblica la comunità perfetta prende forma e viene descritta a partire dal suo scopo: la realizzazione della giustizia. Perché la giustizia si realizzi nella teoria politica di Platone, è sufficiente che ogni uomo eserciti il proprio compito in base alla classe sociale di appartenenza; essa non è determinata dalla nascita, ma dalla propria anima. Nel dialogo viene descritta la tripartizione dell’anima e insieme ad essa vengono specificate le virtù principali dell’uomo: secondo Platone esiste nell’individuo una predisposizione personale, un’indole, per cui una parte dell’anima predomina sulle altre, questo lo porta ad appartenere a una classe piuttosto che a un’altra. 

Vediamo la tripartizione dell’anima:

PARTE RAZIONALE: quella per cui l’anima ragiona e domina gli impulsi, vi corrisponde la saggezza;  PARTE CONCUPISCIBILE: è il principio di tutti gli impulsi corporei, la virtù che permette l’equilibrio è la temperanza;  PARTE IRASCIBILE: è ausiliaria del principio razionale e si sdegna lottando per ciò che la ragione ritiene giusto, le appartiene il coraggio

Richiamandosi di nuovo all’immortalità dell’anima e alla trasmigrazione, Platone spiega la disposizione personale dell’individuo con il mito di Er alla fine del dialogo, dicendo che ogni anima sceglie tale disposizione prima di incarnarsi. Per descrivere la società giusta Platone stabilisce una corrispondenza precisa tra tipo di anima, virtù, classe sociale e compito corrispondente, ripartito come segue.

ANIMAVIRTÙCLASSE SOCIALE
Concupiscibile→ Temperanza→ Produttori
Irascibile→ Coraggio→ Guerrieri
Razionale→ Saggezza→ Governanti

Siccome all’idea di Giustizia appartengono tutte e tre le virtù, essa si realizza quando ciascun cittadino attende al suo compito, contribuendo con la sua attività alla vita della comunità. Allo stesso modo, considerando che in ogni individuo l’anima è divisa nelle tre parti, la giustizia nell’uomo si realizza quando ognuna delle tre parti dell’anima compie la propria funzione in equilibrio con le altre. Platone crea una corrispondenza tra la giustizia della comunità e la giustizia del singolo individuo, stabilendo che solo se l’individuo è in equilibrio con se stesso sarà in comunione con la sua comunità, rispettando l’ordine delle cose e contribuendo alla giustizia. In conclusione egli afferma: la Giustizia è nell’unità dello Stato e nell’equilibrio dell’individuo. Affinché lo Stato funzioni bene e la giustizia sia realizzata, Platone suggerisce l’eliminazione della proprietà privata e la comunanza dei beni per la classe superiore;alla classe dei governanti è riservata dunque la comunanza dei beni così come l’assenza di ricchezze e di una propria famiglia, perché possa gestire la cosa pubblica al di là dei propri interessi.

In questa descrizione della società perfetta Platone concepisce una utopia di stampo aristocratico (il potere politico ai migliori), consapevole del fatto che uno Stato del genere non esiste in nessun luogo sulla terra, ma vuole che esso rappresenti un modello ideale sulla cui base migliorare gli stati esistenti. Allo stato ideale corrispondono per Platone tre possibili degenerazioni, di cui probabilmente egli ha fatto esperienza nella realtà, confermando la sua teoria per cui il mondo sensibile è una derivazione imperfetta del mondo ideale; ad ogni degenerazione della forma politica ne corrisponde una del singolo, che avviene nel momento in cui l’anima non è più in equilibrio e un aspetto predomina sugli altri.

  • Timocrazia: governo fondato sull’onore, nasce quando i governanti si appropriano di terre e di case→ uomo timocratico, ambizioso, amante del potere e diffidente verso i sapienti
  • Oligarchia: governo fondato sul censo, in cui il potere è riservato ai più ricchi→ uomo oligarchico avido di ricchezze
  • Democrazia: stato in cui tutti i cittadini sono liberi→uomo democratico che tende ad abbandonarsi ai piaceri smodati in assenza di regole. 

La più bassa di tutte le forme di governo è la tirannide, che spesso nasce dall’eccessiva libertà della democrazia; il tiranno è l’unico ad avere il potere e dovendo difendersi dall’odio dei cittadini si circonda degli uomini peggiori.

Vista l’importanza data all’equilibrio dell’individuo e al riflesso che questo ha sull’intera comunità per la realizzazione delle Giustizia, nella Repubblica Platone dedica tantissimo spazio all’educazione del singolo, che pure nella sofistica ha un ruolo decisamente centrale (vedi qui paidéia). In particolare la classe sociale cui è attribuita maggiore responsabilità nella realizzazione della comunità giusta è quella dei governanti che, non essendo sottoposti all’approvazione popolare, sono i custodi di questa stessa giustizia e responsabili del dominio di sé per evitare di perseguire il proprio tornaconto. Alla predisposizione personale di coloro che appartengono alle classi dei governanti e dei guerrieri, Platone affianca una educazione al sapere e alla virtù che rappresenta la garanzia della realizzazione della giustizia; tale educazione coincide con l’educazione alla filosofia. Per questo governanti e guerrieri avranno maestri in grado di guidarli lungo la linea della conoscenza, per elevarsi, anche grazie alla loro indole, dalla conoscenza del mondo sensibile alla verità del mondo delle idee. Come nel caso della spiegazione dell’immortalità dell’anima e dell’indole dell’individuo (mito di Er), Platone ricorre a un’esemplificazione allegorica di questo processo di accesso alla conoscenza nel celebre mito della caverna, fondamentale per comprendere, al di là delle dimostrazioni razionali, il rapporto tra la realtà delle cose e il mondo delle idee. [vedi qui il mito della caverna] 

Concludendo la trattazione dei dialoghi platonici più importanti, in cui raggiungendo la maturità del suo pensiero Platone elabora la dottrina delle idee, si vede come egli riesce nell’intento del ribaltamento totale della sofistica: l’idea è misura delle cose, la verità è misura dell’uomo viene affermato a scapito della teoria sofistica per cui l’uomo è misura delle cose, l’uomo è misura della verità. 

Nella fase successiva della sua vita e del suo pensiero Platone si occuperà di sistemare una serie di contraddizioni e domande irrisolte che egli stesso, anche grazie al lavoro svolto con gli alunni dell’Accademia, riscontra nei suoi dialoghi. Avremo così la terza e ultima fase del pensiero filosofico di Platone [vedi Platone sistema il mondo delle idee].

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