La metafisica di Aristotele

La Metafisica di Aristotele

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La metafisica di Aristotele ci parla prima di tutto dell’approccio che egli ha alla filosofia. Per quanto esso sia in linea con quello della Scuola di Atene, per la centralità data alla ricerca razionale della verità intesa come concetto universale (vedi introduzione al pensiero di Aristotele), risente della situazione culturale del 4° secolo a.C. . In quel tempo i diversi saperi oggetto dell’indagine umana si stavano sviluppando velocemente e ognuno di essi rivendicava il proprio ambito di studio e la propria autonomia; il tentativo di Platone di inglobare tutti i saperi nell’ambito della filosofia era evidentemente fallito. La metafisica di Aristotele nasce da questa situazione e ne prende atto dando alla filosofia un compito nuovo: studiare la realtà in generale come base che accomuna le varie facce della stessa realtà, oggetto delle altre scienze. Dunque, se la realtà si manifesta come leggi naturali, valori morali, eventi storici, esseri viventi etc., la metafisica va ad indagare la realtà in quanto tale, oltre le manifestazioni di cui giustamente si occupano le scienze da diverse angolazioni. La filosofia come metafisica diviene in questo modo la scienza prima che studia l’oggetto comune a tutte le scienze (l’essere) e le leggi comuni a tutte le cose che esistono (i principi dell’essere). Rispetto all’intento di Platone, che poneva la filosofia al vertice di una piramide in cui si collocavano le discipline umane, in Aristotele la filosofia prima, cioè la metafisica, si situa alla base del sapere umano, facendo da presupposto allo stesso.

Viste le sfaccettature che il sapere umano ha messo in essere nel periodo in cui vive Aristotele (vedi vita), egli per primo divide e classifica le scienze in base al loro oggetto di indagine:

  • SCIENZE TEORETICHE: studiano il necessario (ciò che non può essere diverso da come è):
    • Metafisica
    • Fisica
    • Matematica
  • SCIENZE PRATICHE: studiano il possibile (ciò che può essere diverso da come è) e l’ambito dell’agire umano: 
    • Etica
    • Politica
  • SCIENZE POETICHE: studiano il possibile e l’ambito della produzione di opere 
    • Belle arti
    • Tecniche

In questa classificazione la metafisica compare tra le scienze teoretiche, ma di cosa si occupa di preciso? Il termine ‘metafisica’ non è stato inventato da Aristotele, ma da chi ha catalogato e divulgato gli scritti contenenti i suoi insegnamenti privati, cioè rivolti agli allievi del Liceo (vedi qui). Per indicare questa disciplina Aristotele parlava di «filosofia prima» e troviamo negli scritti 4 definizioni e precisazioni sull’oggetto di studio della metafisica:

  1. studia l’essere in quanto essere (paragrafo 1)
  2. studia la sostanza (paragrafo 1)
  3. studia le cause e i principi primi (paragrafo 2)
  4. studia Dio e la sostanza immobile (paragrafo 2)

Ci concentreremo via via su questi 4 ambiti oggetto di studio de la Metafisica di Aristotele partendo dalla definizione dell’essere e dal concetto di sostanza.

1.La Metafisica di Aristotele: che cos’è l’essere?

Lo studio dell’essere in Aristotele appare subito sfaccettato, egli non cede alla tentazione di conoscerlo e descriverlo come concetto unitario, evitando le problematiche affrontate da Platone nel confronto con Parmenide e risolte nel dialogo Sofista con il «parmenicidio». Aristotele quindi prende subito atto che l’essere si manifesta in modi diversi, e ad ognuno di questi modi fa corrispondere delle definizioni e uno studio specifico, per questo distingue tra:

  1. essere come accidente
  2. essere come categorie
  3. essere come vero
  4. essere come atto e potenza

2. essere come categorie

Risulta utile concentrarsi prima di tutto sull’ «essere come categorie», perché esse sono le caratteristiche fondamentali che accomunano ogni essere e dunque i modi fondamentali in cui la realtà si manifesta. 

Le categorie sono 10 e sono: LA SOSTANZA, la qualità, la quantità, la relazione, l’agire, il subire, il dove, il quando, l’avere e il giacere. 

Secondo  la metafisica di Aristotele  le categorie riguardano l’essere sia a un punto di vista ontologico (caratteristiche con cui la realtà si manifesta, possedute da ciò che è), sia da un punto di vista logico (predicati necessari a descrivere ciò che è). Tuttavia le categorie non sono affatto uguali tra di loro, una tra tutte risulta essere un concetto fondamentale su cui la metafisica si concentra a lungo, studiandone ancora le diverse caratteristiche. La più importante di tutte le categorie è la sostanza, perché presuppone tutte le altre: non è possibile infatti percepire nell’essere o predicare dell’essere quantità o qualità senza che siano qualità o quantità “di qualcosa”. Questo “qualcosa” è proprio la sostanza, essa finisce per identificarsi con l’essere, o anche meglio viene a definire l’essenza dell’essere, rispondendo alla necessità di avere un significato dell’essere che si ponga alla base di tutte le qualità che esso può avere. 

3. essere come vero

All’identificazione della sostanza con l’essere si giunge grazie a un assioma fondamentale chiamato principio di non contraddizione, che ne  la Metafisica di Aristotele   è espresso in due modi: 

  1. «È impossibile che il medesimo attributo appartenga e non appartenga al medesimo oggetto, nello stesso tempo e sotto il medesimo riguardo»  (impossibilità logica di affermare e negare la stessa cosa)
  2. «È impossibile che la stessa cosa sia e non sia» (impossibilità ontologica che l’essere sia e non sia allo stesso tempo)

In questo modo si sta affermando che ogni essere ha una natura determinata e necessaria, che non potrebbe essere diverso da come è per alcune caratteristiche di base e sostanziali. Esse sono percepibili e predicabili senza equivoci e senza la possibilità di dire il contrario: questo sancisce la possibilità di dire il vero e di conoscere che l’essere è vero, di affermare cioè inequivocabilmente delle cose, sapendo di dire la verità.  

2. essere come categorie

Tornando alla sostanza, Aristotele la definisce spiegando che la sostanza è un oggetto reale o un individuo reale, soggetto ontologico di proprietà e soggetto logico di predicati. Tale soggetto sostanziale è ad esempio questo uomo, questo oggetto, ciò che Aristotele chiama «il questo qui» (in greco tòde tì), un qualcosa che ha vita propria al di là delle qualità che gli si attribuiscono. La sostanza, e dunque l’essere, è inteso ne  la metafisica di Aristotele   come unione indissolubile di materia e forma, che egli chiama «sinolo». La forma è la natura propria di una cosa, ciò che la rende ciò che è (negli esseri viventi può essere la specie a cui essi appartengono, quindi “specie umana” o “specie animale”); la materia è ciò di cui è fatta una cosa, il materiale che la compone (il ferro di cui è fatta la spada). La forma è l’elemento attivo del sinolo e la sua azione è tale da strutturare la materia (elemento passivo), la natura sostanziale della forma identifica «il questo qui» al punto di descriverne l’essenza ed è chiaro che dall’essenza derivino configurazioni materiali. La sostanza come sinolo, unione di materia e forma ci fa capire ancora meglio come essa rappresenti la struttura dell’essere, la sua forma, la sua essenza. 

SOSTANZA= FORMA attiva + MATERIA passiva [sinolo]

1. essere come accidente

L’essere come accidente è invece l’insieme della caratteristiche che un qualcosa, un «questo qui», può avere e non avere, oltre al fatto di poterle avere con intensità e gradazioni diverse. Le 9 categorie ulteriori alla sostanza sono proprio quelle che si manifestano nell’essere come accidente: la quantità; il luogo; il tempo; l’essere in una determinata situazione (giacere); l’essere o meno in relazione con qualcos’altro; fanno parte dell’accidente e della realtà che si manifesta in forma variabile alla percezione dell’uomo. Dunque, se la forma è la struttura fissa e immutabile che definisce una sostanza (un «questo qui») si distingue da essa l’accidente: esso esprime quelle caratteristiche che una sostanza (una cosa, un sinolo) può avere o non avere, senza che questo modifichi la sua essenza, il suo stato ontologico. 

4. essere come atto e potenza

Questa dimensione dell’essere affronta il tema del divenire. Aristotele assume il divenire come una realtà innegabile, seguendo quando intuito da Eraclito e allontanandosi da Parmenide, che vedeva nel cambiamento un passaggio dall’essere al non-essere.  Per Aristotele il divenire è una modalità dell’essere ed è un passaggio dalla potenza all’atto, cioè da un certo modo dell’essere a un altro modo dell’essere. Per potenza egli intende la possibilità, da parte della materia, di assumere una determinata forma; l’atto è la realizzazione di questa possibilità. La materia quindi possiede la possibilità di assumere delle forme diverse, ma solo l’atto le dà una forma necessaria, che la definisce ontologicamente come ciò che è e non può essere diversamente. La materia di per sé è pura potenza, la forma è atto, questa caratterizzazione dà all’essere due dimensioni centrali per concepire il divenire, senza contraddire la definizione della sostanza come sinolo di forma e materia. Secondo Aristotele il punto di partenza del divenire è la materia come pura potenza, privata di forma: l’essere diventa atto quando la materia acquisisce la forma. 

Tuttavia, dal punto di vista gnoseologico cronologico ed ontologico, per Aristotele l’atto precede la potenza; egli sostiene che senza conoscere l’atto non è possibile giungere all’identificazione della sua stessa potenza e che, invece, conoscendo prima la potenza, non è possibile prevedere quale sarà la forma che la materia acquisirà nell’atto. A questo aspetto gnoseologico (cioè della conoscenza), si accompagnano quello cronologico e ontologico per cui l’atto viene prima della potenza; in sostanza Aristotele ci sta dicendo che tra l’uovo e la gallina è nata prima la gallina, giacché è vero che l’uovo la precede, ma che il primissimo uovo esistito doveva necessariamente provenire da una gallina già in grado di produrlo.  La metafisica di Aristotele  dà all’atto un’importanza ontologica in quanto causa, senso e fine della potenza e ribadisce come nella filosofia prima la necessità costituisce la modalità fondamentale dell’essere e il suo principale strumento interpretativo. 

SOSTANZA= ATTO (forma) + POTENZA (materia)

2.La Metafisica di Aristotele: le cause dell’essere e la concezione di dio

La metafisica di Aristotele è anche studio delle cause e dei principi primi dei fenomeni che appaiono nella realtà e che vengono percepiti dall’uomo. Aristotele è stato il filosofo che ha affermato che la filosofia nasce dalla meraviglia, o meglio da quella parola greca ‘tsauma’ che indica terrore, sgomento di fronte all’inspiegabile e dal quale nasce l’impegno a trovare una spiegazione chiara e inequivocabile, cioè vera nel senso greco, al mondo che ci circonda. La ricerca filosofica si è fin da subito concentrata sulle cause dei fenomeni, anche dette “principio primo” dai filosofi della Ionia che ricercavano l’arché (vedi qui il tema della nascita della filosofia), ma Aristotele compie un passo ulteriore sulla strada della storia del pensiero occidentale, evitando fin da subito di ricercare una causa unica per tutto ciò che cerchiamo di spiegare. Egli individua 4 tipi di causa

  • la causa materiale: ciò di cui una cosa è fatta, la sua materia
  • la causa formale: la forma che definisce l’essenza di ogni «questo qui» (per esempio la natura razionale è la causa formale dell’essere umano)
  • la causa efficiente: ciò che dà inizio al divenire e al mutamento (come il padre è causa del figlio, un fiore è causa del frutto)
  • la causa finale: lo scopo cui ogni cosa tende, il suo fine formale, l’atto rispetto alla potenza (se il bambino è uomo in potenza la sua causa finale è l’essere uomo)

Queste 4 cause sono tutte specificazioni o articolazioni della sostanza, possiamo anzi notare che le prime due sono il ripresentarsi del sinolo di forma e materia di cui consta la sostanza, essenza dell’essere. Essa è concetto determinante ne la Metafisica di Aristotele che, in quanto dottrina dell’essere, ruota completamente intorno alla sostanza: sinolo di forma e materia; unione di atto e potenza; causa materiale e formale del «questo qui»; causa efficiente e causa finale dell’essere, cioè di tutto ciò che esiste e che consta di materia e forma, potenza e atto, possibilità di cambiamento, scopo ultimo di realizzazione. 

Questa concezione della sostanza come essenza e come causa segna ed evidenzia quel distacco da Platone che si può semplificare distinguendo tra l’attenzione rivolta al cielo e l’attenzione rivolta alla terra (vedi affresco La scuola di Atene). Ma Aristotele, pur distaccandosi da Platone, gli riconosce l’intuizione di quella che lui chiama causa formale, quell’essenza dell’essere che ne rappresenta la natura perfetta, ovvero l’idea. Tuttavia gli rimprovera di aver creato degli inutili doppioni, avendo pensato che questa forma fosse un’altra cosa (l’idea), situata addirittura in un altro luogo (l’iperuranio). Nella concezione fortemente immanentista che Aristotele ha della realtà, il principio delle cose non può che risiedere in una forma che è interna alle cose stesse e non in un qualcosa che vi è fuori. A differenza della dottrina delle idee, la metafisica di Aristotele ricerca il concetto, la verità universale inaugurata da Socrate, nei fenomeni della realtà, individuando queste verità in concetti logicamente dimostrabili e immanenti alle cose, come principi che evidenziano la struttura dei fenomeni e dell’essere. 

Nel tentativo di dare compiutezza alla sua dottrina dell’essere, Aristotele individua due concetti limite che si pongono all’inizio e alla fine della catena del divenire, come pura potenza e puro atto: essi spiegano sia l’imperfezione dell’accidente, sia il passaggio continuo della materia dalla potenza all’atto. Il primo dei due concetti è all’origine di tutte le imperfezioni della materia e del fenomeno ed è una materia prima, assolutamente indeterminata, che potenzialmente può diventare qualsiasi cosa, una potenza pura (coincidente con il concetto di materia-madre di cui parla Platone nel Timeo). Essa non è fuoco, acqua, bronzo, ferro o qualcosa di specifico, ma qualcosa che può diventare ognuna delle cose esistenti; trattandosi di una materia indeterminata, potenzialità infinita, essa è una nozione puramente teorica che di per sé non si può conoscere, perché ciò che esiste nel mondo e che l’uomo conosce è materia completamente formata. Se all’origine dei fenomeni e della materia si pone questa materia prima/pura potenza, dal lato opposto della catena del divenire ci sarà un fine assoluto, cioè una forma o un atto puro, una perfezione completamente realizzata, verso cui le cose tendono, tale causa finale è Dio. 

La metafisica di Aristotele viene ad essere dunque teoria ontologica e teologica allo stesso tempo, considerando che dall’ontologia il pensiero evolve per la necessità di un fine ultimo che possa spiegare il divenire e l’esistente. Il pensiero di Aristotele come dottrina dell’essere vuole essere compiuto ed evitare proprio quel terrore (‘tsauma’) che nasce dall’ignoto e dall’indefinito e da cui nasce la filosofia (vedi qui). Per questo Aristotele elabora due concetti che si pongono all’origine e alla fine dell’essere, evitando di lasciare aperti varchi concettuali che farebbero crollare tutta la metafisica: da un lato la materia prima pura potenza, dall’altro Dio atto puro. Oltre a teorizzarne l’esistenza, nella Metafisica Aristotele cerca di dimostrare l’esistenza di Dio con delle prove, nel farlo parte da un ragionamento che è già presente negli ultimi dialoghi platonici: se tutto ciò che è in moto è mosso da altro, quest’altro deve essere mosso a sua volta da qualcos’altro (a differenza di Democrito, Aristotele non concepisce il movimento come parte integrante della materia, ma lo pone al di fuori di essa ricercando una causa esterna). In questo processo di rimandi non è possibile procedere all’infinito e lasciare inspiegato il movimento iniziale, ci deve dunque essere per forza un principio assolutamente primo e immobile, da cui nasce il movimento. Questo «motore immobile» è Dio ed è atto senza potenza, causa finale cui ogni cosa tende, oggetto d’amore. Secondo questa visione teologica, l’universo e tutto ciò che esiste, essendo soggetto al divenire, altro non è che uno sforzo della materia verso Dio; un desiderio costante di rapportarsi alla forma perfetta; tensione e amore verso ciò di cui l’essere è mancante in quanto imperfetto. Dio, in quanto perfezione massima, avrà il genere di vita più alto ed eccellente: siccome la forma migliore dell’esistenza ( vita migliore ) è quella dell’intelligenza, alla quale l’uomo si eleva per rari periodi, Dio sarà puro intelletto che pensa alla perfezione, cioè a se stesso, per questo Dio è pensiero di pensiero.


MOTORE IMMOBILE (principio primo del movimento)

ATTO PURO (atto senza potenza)
DIO –>  FORMA INCORPOREA (forma perfetta, realizzazione massima dell’essere)

ESSERE ETERNO (mai nato e non destinato a morire)

REALTÀ PERFETTA E COMPIUTA

PENSIERO DEL PENSIERO (intelletto puro che pensa alla perfezione)

3.Gli scritti di Fisica

La Metafisica di Aristotele nasce dalla classificazione delle opere del filosofo, compiuta molto dopo la sua morte da Andronico di Rodi (vedi qui), il termine stesso ‘metafisica’ nasce per indicare gli scritti che lo studioso pone dopo gli scritti di fisica (tà metà tà fusikà). Oggetto di studio della fisica sono le sostanze in movimento percepibili dall’uomo tramite i sensi, vediamo quindi che le lezioni di Aristotele in merito alle cose della natura riguardano principalmente il movimento, lo spazio e il tempo.

L’essere in movimento è l’oggetto proprio della fisica, che diviene una vera e propria teoria del movimento, in base alla quale le sostanze fisiche vengono classificate secondo la natura del loro movimento. Aristotele individua 4 tipi di movimento:

  1. movimento sostanziale: la generazione e la corruzione
  2. movimento qualitativo: mutamento o alterazione qualitativa
  3. movimento quantitativo: aumento e diminuzione
  4. movimento locale:  4.1 movimento circolare intorno al centro del mondo (corpi celesti) ; 4.2 movimento dal centro del mondo verso l’alto (4 elementi); 4.3 movimento dall’alto verso il centro del mondo (4 elementi)

Il movimento circolare è proprio dei corpi celesti situati nei cieli, formati da una materia detta etere. I movimenti locali dal basso verso l’alto e viceversa sono propri dei 4 elementi che compongono le cose terrestri (mondo sublunare), ovvero acqua, aria, terra, fuoco. Per spiegare il movimento degli elementi Aristotele introduce la teoria dei luoghi naturali, secondo la quale ogni cosa tende a tornare verso il luogo naturale proprio dell’elemento che la caratterizza. Secondo la teoria dei luoghi naturali la terra, che è l’elemento più pesante, si trova al centro del mondo e intorno ad essa ci sono le sfere degli altri elementi, dall’acqua al fuoco passando per l’aria. Ciò che ha portato Aristotele a teorizzare una simile concezione del movimento, sono stati semplici fenomeni osservabili in natura, essi spiegano come le cose si muovono cercando di avvicinarsi al loro luogo naturale: la pietra affonda nell’acqua perché torna al luogo naturale dell’elemento di cui è fatta; una bolla d’aria nell’acqua sale in superficie avvicinandosi verso il luogo naturale dell’aria che è sopra quello dell’acqua; il fuoco fiammeggia costantemente verso l’alto riavvicinandosi al luogo naturale del suo elemento. 

L’universo fisico, che comprende i cieli e il mondo sublunare, è secondo Aristotele perfetto, unico, finito ed eterno. Esso, a differenza di tutte le cose che esistono in un luogo e sono nello spazio, non è contenuto né situato in uno spazio, poiché esso è ciò che tutto contiene. Si vede come secondo questa teoria il vuoto non esisterebbe, questo risulta in contrasto con gli studiosi che prima di Aristotele avevano a lungo studiato il movimento e la natura delle cose sulla base del movimento: le teorie degli atomisti presupponevano proprio l’esistenza del vuoto, in esso gli atomi e gli elementi si muovevano per poter generare le cose (vedi atomisti). Aristotele sostiene invece che il movimento nel vuoto non sarebbe possibile perché in esso non ci sarebbero le dimensioni dell’alto e del basso, di conseguenza un corpo non avrebbe motivo di muoversi in una qualche direzione. 

Infine il tempo viene connesso da Aristotele al concetto di divenire, poiché in un ipotetico universo di entità immutabili la dimensione del tempo non esisterebbe. Il tempo non coincide con il mutamento, ma è la misura del mutamento delle cose e siccome ogni misura ha bisogno di una mente misurante, la mente diviene la condizione imprescindibile del tempo. 


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