Aristotele dà forma alla conoscenza e all'anima

Logica, Etica, Politica di Aristotele

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La dottrina filosofica di Aristotele è caratterizzata dalla ricerca del concetto e della verità universale nella realtà. Oltre a descrivere la natura dell’essere, cioè di ciò che è e della realtà, Aristotele dà forma alla conoscenza e all’anima preoccupandosi di definire attraverso quali capacità l’uomo conosce, cioè quali funzioni ha la sua anima, e anche secondo quali principi logici ha garanzia di conoscenza vera.

1. Aristotele dà forma alla conoscenza: la logica

Oltre a elaborare una dottrina dell’essere nella Metafisica, Aristotele dà forma alla conoscenza e all’anima con una dottrina che si occupa di spiegare con quali strumenti l’uomo conosce la realtà e anche quali sono le strutture della scienza, alle quali corrispondono le strutture dell’essere. La Logica è quella disciplina che indaga le strutture della scienza, ovvero il procedimento dimostrativo e le modalità di ragionamento di cui si avvale per conoscere; in questo ambito avviene un evento filosoficamente molto importante: Aristotele afferma una corrispondenza diretta tra le forme della realtà e le forme del pensiero. A differenza di Platone, che aveva sdoppiato sia la realtà che la conoscenza (mondo delle idee-mondo dei fenomeni/conoscenza razionale-conoscenza sensibile), Aristotele basa la verità della conoscenza umana sulle regole di ragionamento, che trovano corrispondenza nel mondo fenomenico; un simile approccio alla conoscenza si chiama in filosofia realismo gnoseologico ed è caratterizzato dal fatto che l’uomo conosce la realtà esattamente per come è, senza che ci sia uno scarto tra la sua percezione/conoscenza e il mondo.

Aristotele dà quindi forma alla conoscenza attraverso la Logica (che lui chiama analitica), i cui scritti sono stati organizzati in una raccolta intitolata Organon, dagli studiosi che hanno nominato e sistemato gli scritti esoterici. La disciplina della Logica non rientra nella classificazione delle scienze fatta da Aristotele (teoretiche, pratiche e poietiche), perché essa è lo strumento di conoscenza di cui si avvalgono tutte le scienze ed ha come oggetto di studio la struttura della conoscenza. Gli scritti più importanti dell’Organon sono 4 (su un totale di 6) e ci permettono di studiare la Logica nella sua tripartizione: 

1.logica del concetto → Categorie 

2.logica della proposizione → Sull’Interpretazione 

3.logica del ragionamentoAnalitici primi e Analitici secondi

1.logica del concetto 

Sviluppata nel libro delle Categorie organizza i concetti secondo il criterio di una maggiore o minore universalità, disponendoli in una piramide rovesciata tramite il rapporto di genere e specie. Il genere è più universale della specie, contiene un maggior numero di individui e ha un minor numero di caratteristiche, come si vede dall’esempio: POLIGONO→ genere che contiene QUADRILATERO→  specie contenuto in poligono, ma anche genere che contiene QUADRATO. Percorrendo la piramide dei concetti dal basso verso l’alto, dal genere alla specie, dall’universale al particolare si ha una maggiore comprensione del concetto, cioè più dettagli che lo definiscono, e una minore estensione del concetto stesso, che si riferisce a un numero sempre minore di individui. Giunti al concetto di una specie che non ha sotto di sé altre specie si arriva all’individuo o sostanza prima, unica nella sua esistenza. All’estremo opposto della piramide dei concetti, nella base larga, ci sono i più generali in assoluto, quelli che hanno l’estensione massima e la comprensione minima, essi sono i generi sommi corrispondenti alle 10 categorie che strutturano l’essere, secondo quanto scritto nella Metafisica. I generi sommi sono quei concetti logici che servono a predicare le categorie, dunque secondo il realismo gnoseologico della dottrina aristotelica i generi sommi corrispondono alle categorie.

2. logica della proposizione 

È sviluppata nel libro intitolato Sull’interpretazione e si occupa di organizzare le frasi che descrivono la realtà (vengono escluse preghiere, comandi, esclamazioni), cioè gli enunciati dichiarativi o apofantici. Essi sono espressioni verbali dei giudizi, cioè gli atti mentali con cui uniamo determinati concetti tramite la connessione soggetto-predicato. Le proposizioni sono classificate secondo la distinzione UNIVERSALE-PARTICOLARE e AFFERMATIVA-NEGATIVA: ci saranno proposizioni universali affermative; universali negative; particolari affermative; particolari negative. Tra queste proposizioni si creano dei rapporti che Aristotele organizza all’interno di quello che è ormai famoso come quadrato degli opposti, o quadrato semiotico (vedi qui immagine e dettagli). Guardando gli esempi concreti delle proposizioni sarà anche più facile comprendere il rapporto che c’è tra esse:

A-UNIVERSALE AFFERMATIVA
B-PARTICOLARE AFFERMATIVA
C-UNIVERSALE NEGATIVA
D-PARTICOLARE NEGATIVA
ATutti gli uomini sono mortali
BAlcuni uomini sono mortali
CNessun uomo è mortale
DAlcuni uomini non sono mortali
A contraria di C
B subcontraria di D
C contraria di A
Dsubcontraria di B
A contraddittoria di D
B contraddittoria di C
C contraddittoria di B
D contraddittoria di A
A subalterna di B
B subalterna di A
C subalterna di D
D subalterna di C

Sono contrarie le proposizioni quantitativamente identiche (universali), ma qualitativamente diverse (affermativa-negativa); 

sono contraddittorie le proposizioni quantitativamente e qualitativamente diverse;

sono subcontrarie le proposizioni quantitativamente identiche (particolari), ma qualitativamente diverse (affermativa-negativa); 

sono subalterne le proposizioni qualitativamente identiche (affermative o negative) e quantitativamente diverse (universale e particolare). 

La logica della proposizione è molto legata alla definizione di verità e ci permette di capire ancora meglio il realismo gnoseologico; visto che Aristotele dà forma alla conoscenza e all’anima è molto importante definire che cos’è vero e in che modo l’uomo ha la garanzia di conoscere. Per Aristotele la verità si trova nel pensiero o nel discorso vero e non nell’essere e nella cosa; essa sta nella giusta combinazione dei termini o dei concetti. La verità è quindi una qualità che possiamo dare al discorso, a una frase, non alle cose: possiamo dire che è vera la frase “il sole illumina”, ma non che è vero il sole. Detto questo Aristotele specifica però che la verifica della verità di un discorso proviene comunque dalla realtà, cioè l’essere o la cosa sono misura della verità del discorso e solo il fatto che il sole illumina le cose può confermare la verità della frase “il sole illumina”.  Questa teoria della verità è detta corrispondentista, afferma cioè l’importanza di corrispondenza tra il discorso e la realtà e dice che “vero è dire di ciò che è, che è; di ciò che non è, che non è.”

3. logica del ragionamento 

È sviluppata nei libri degli Analitici primi e Analitici secondi e definisce il ragionamento come qualcosa che supera le semplici proposizioni, in esse secondo Aristotele non risiede un ragionamento, ma solo una descrizione della realtà, cioè un giudizio. Il ragionamento inizia quando colleghiamo tra di loro diverse proposizioni secondo rapporti di causa, quando cioè una proposizione precede un’altra e ne causa una seconda o una terza. Aristotele, nel dare forma alla conoscenza, definisce il ragionamento per eccellenza sillogismo, esso è composto da una premessa maggiore, una premessa minore e una conclusione causata dalle due premesse. Nel sillogismo ci sono tre termini, un termine maggiore, un termine minore e un termine medio, che compaiono in un preciso rapporto nelle tre proposizioni che lo compongono. Vediamo un esempio:

SILLOGISMO = PREMESSA MAGGIORE + PREMESSA MINORE + CONCLUSIONE

PREMESSA MAGGIOREOgni animale …
(animale = termine medio)
è mortale
(mortale= termine maggiore)
PREMESSA MINOREOgni uomo …
(uomo= termine minore)
è animale
(animale = termine medio)
CONCLUSIONEOgni uomo …
(uomo= termine minore)
è mortale
(mortale= termine maggiore)

Come si vede dall’esempio il sillogismo è un ragionamento che da una proposizione particolare porta a una conclusione universale. Il termine maggiore (la mortalità), che inizialmente si attribuisce a al termine medio (gli animali), viene esteso al termine minore (l’uomo) grazie al ponte fornito dal termine medio, che include quello minore ma è incluso in quello maggiore. 

Simbolicamente il sillogismo può anche essere espresso con questa formula universale: “Se A inerisce ad ogni B, e se B inerisce ad ogni C, allora è necessario che A inerisca ad ogni C”.

2. Aristotele dà forma alla conoscenza e all’anima: la tripartizione dell’anima

Se è vero che le regole del ragionamento logico sono fondamentali per la conoscenza umana, è anche vero che esse si applicano a dei concetti universali ai quali l’uomo giunge precedentemente grazie alle funzioni dell’anima. Aristotele dà forma alla conoscenza e all’anima, perché conoscere non è possibile senza una funzione sensibile e intellettiva. La conoscenza dell’uomo, infatti, parte dall’esperienza che egli fa della realtà, nella quale osserva dettagli e particolari e procede generalizzandoli per induzione (osserviamo 4 zampe nei cani e per induzione conosciamo che tutti i cani hanno 4 zampe). L’esperienza e l’induzione sono la base della conoscenza, che avviene tramite un’intuizione delle essenze delle cose, cioè l’universale che cogliamo tramite l’intelletto. La dimostrazione operata dal sillogismo è dunque successiva alla conoscenza dell’essenza/universale, che avviene secondo il processo intuitivo. (In questo il pensiero di Aristotele non è lontano da quello di Platone, che pure pensava che noi otteniamo ogni conoscenza da un’apprensione intuitiva delle essenze delle cose. Vedi qui rapporto Platone-Aristotele) 

Vediamo che la definizione di ciò che l’anima è, di come è fatta e di come funziona è fondamentale per dare forma alla conoscenza. Aristotele se ne è occupato a lungo nei 3 libri del De Anima, collocati all’interno degli scritti di fisica. In rapporto al corpo l’anima è definita come la forma e l’atto che dà vita alla materia del corpo, esso senza l’anima è vita in potenza. Il corpo rientra dunque nella descrizione di ciò che è, esso è sostanza fatta di materia e forma e di potenza e atto, così come tutte le cose che esistono (vedi Metafisica). Aristotele distingue tre funzioni fondamentali dell’anima:

  1. FUNZIONE VEGETATIVA: attiva la nutrizione e la riproduzione del corpo.
  2. FUNZIONE SENSITIVA: rende possibile la sensazione e il movimento. La sensazione è il primo passo della conoscenza umana e, secondo Aristotele, oltre ai 5 sensi specifici l’uomo è il possesso di una specie di sesto senso, un senso comune a tutti i sensi che gli serve per percepire il movimento, la quiete, la grandezza. Inoltre, il senso comune permette all’uomo di avere coscienze della percezione, gli permette cioè di sentire di star sentendo. 
  3. FUNZIONE INTELLETTIVA: la conoscenza del concetto universale è possibile grazie all’intelletto, esso astrae dal sensibile l’intelligibile, che vi si trova solo a livello potenziale. Ugualmente l’intelletto, essendo una tabula rasa, una pagina bianca, è conoscenza potenziale, un intelletto passivo. Come è possibile la conoscenza di fronte a questa doppia potenzialità? Essendo necessario l’atto di tali potenze, nella funzione intellettiva dell’anima Aristotele individua anche un intelletto attivo, che è in grado di far passare dalla potenza all’atto sia l’universale che è nelle cose, sia l’intelletto passivo che è conoscenza in potenza. La sua capacità è simile a quella della luce, che fa passare all’atto i colori, che sono solamente in potenza nel buio. 

3. Aristotele dà forma alla conoscenza e all’anima: etica e politica

Tutta la filosofia di Aristotele, come abbiamo visto, è incentrata sulla sua concezione dell’essere, alla quale appunto è dedicata tutta la Metafisica. Il fatto che la sostanza, cioè l’essere, cioè tutto ciò che esiste, sia fatta di forma e materia, atto e potenza, e che ogni cosa è potenzialmente il suo atto, fa emergere come l’ontologia aristotelica concepisca una specifica direzione dell’esistente, tale da vederlo procedere verso un fine, uno scopo, una realizzazione, per l’appunto l’atto. Il fine di ogni cosa, il suo atto, la sua realizzazione è un bene, è buono, è positivo, dunque viene ad essere il bene.

Nell’esperienza umana, il bene sommo a cui tendere, verso cui direzionare la propria vita, è la felicità. Tale felicità coincide con la realizzazione, con la forma di vita più alta che l’uomo possa raggiungere, essa è la vita virtuosa. Nel primo libro dell’Etica Nicomachea Aristotele definisce il compito proprio dell’uomo con la vita della ragione, è proprio la ragione infatti a distinguerlo dalle piante e dagli animali, quindi la sua realizzazione sta nella vita secondo ragione, essa sarà la virtù e coinciderà con la sua felicità.

Nel secondo libro dell’Etica Nicomachea troviamo subito il principale ostacolo alla vita virtuosa dell’uomo, dato che egli oltre alla parte razionale della sua anima, ne possiede anche una appettitiva, che vuole soddisfare i bisogni più passionali, lontani dal razionale equilibrio che conduce alla virtù. In questo modo Aristotele, che dà forma all’anima, definisce la virtù come dominio degli appetiti e insieme come esercizio della ragione. Questa doppia definizione lo porta a distinguere tra virtù  etiche e virtù dianoetiche.

1.virtù dianoetiche

La virtù dianoetica è propriamente la virtù intellettiva, appartenente all’anima razionale e capace di condurre alla felicità, se esercitata. Solo con l’esercizio della ragione l’uomo esercita le diverse virtù dianoetiche che sono 5, secondo quanto descritto nel sesto libro dell’Etica Nicomachea: arte, saggezza, intelligenza, scienza, sapienza. 

L’arte è la capacità di produrre oggetti; la saggezza è la capacità di individuare il giusto mezzo nel comportamento; l’intelligenza è la capacità di cogliere i principi primi/l’universale di tutte le scienze; la scienza è la capacità di deduzione e dimostrazione; la sapienza è la conoscenza e lo studio delle cose alte e sublimi, dell’essere necessario. 

2.virtù etiche

La capacità razionale di individuare il giusto mezzo nel comportamento e saper agire nel rispetto dei beni umani, cioè la saggezza, dà vita alle virtù etiche o morali. Il coraggio è il giusto mezzo tra vigliaccheria e incoscienza; la temperanza è l’uso moderato dei piaceri, giusto mezzo tra edonismo e apatia; la magnanimità è la giusta opinione su di sé, giusto mezzo tra umiltà e vanità. [N.B. Queste sono solo alcune delle virtù etiche e si è anche scelto di adattare il linguaggio a quello moderno più comune, per favorirne la comprensione, allontanandosi magari dalla traduzione dal greco più appropriata.]

La più importante delle virtù etiche è la giustizia, alla quale è dedicato un intero libro dell’Etica Nicomachea, essa coincide con il rispetto delle leggi. Nel suo significato più specifico la giustizia ha una dimensione distributiva, tale da distribuire onori, denaro e vantaggi in base al merito; e una dimensione commutativa che trova il giusto mezzo tra vantaggi e svantaggi di una contrattazione.  

Nell’Etica Nicomachea Aristotele dedica due libri (l’ottavo e il nono) al tema dell’amicizia, ritenuta dal filosofo indispensabile alla vita. Essa è il legame più bello tra gli uomini, secondo Aristotele, che ne distingue tre tipi: l’amicizia di utilità, che nasce dal bisogno ed è tipica della vecchiaia; l’amicizia di piacere, che nasce dalla simpatia e l’attrazione del momento, tipica della giovinezza; l’amicizia di virtù, che è la più stabile e bella, in quanto è fondata sul bene. Tale amicizia presuppone intimità e uguaglianza, ha bisogno di tempo e di consuetudine di vita, si basa sull’amore disinteressato dell’altro. I libri dell’Etica sull’amicizia (in greco philia) sono tra i pochi testi della filosofia dedicati a questo argomento, evidentemente molto importante per Aristotele e centrale nella cultura greca. 

La dimensione sociale dell’uomo, evidentemente così centrale nella filosofia di Aristotele, coincide con un ambito politico. L’uomo, infatti, non basta a se stesso, necessita degli altri sia per soddisfare i suoi bisogni, sia per giungere alla virtù e realizzare se stesso con la felicità. Le leggi della comunità sono dunque fondamentali per il raggiungimento del bene per il singolo, tanto che la migliore forma politica coincide per Aristotele con la perfezione delle leggi. L’analisi delle diverse costituzioni esistenti, nell’opera intitolata Politica, lo conduce infine a teorizzare che la migliore forma di governo è la politía, dove prevale la classe media, ossia i cittadini forniti di una fortuna modesta. Si tratta di un governo democratico, in cui il potere è dato a un numero abbastanza ampio di persone, agiate quanto basta per potersi dedicare al bene pubblico. 

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